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L’uomo in bilico

Creato il 23 luglio 2016 da Paolo Ferruccio Cuniberti @paolocuniberti

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Sono un uomo in bilico. Non chiedetemi da quanto. Da sempre.

Ero un bambinetto che iniziava a camminare sulle sue gambette malferme e capitombolavo ogni due o tre passi. I miei genitori ridevano. Le nonne, le zie ridevano: “Che buffi i bambini che imparano a camminare! Cascano sempre!”

Io invece mi arrabbiavo. Anche perché avevo la fronte piena di bernoccoli e le ginocchia perennemente sbucciate. Poi ho imparato a camminare, ma continuavo a cadere. Magari facevo qualche passo in più, poi sentivo l’irresistibile attrazione della gravità terrestre e piombavo  sul pavimento. Una volta mi sono rotto un polso, un’altra ho spaccato un labbro e perso due dentini.

Le nonne e le zie ridevano: “Sono denti da latte. Ricresceranno!”

Mia mamma già rideva un po’ meno e mio padre era indeciso se preoccuparsi o darmi un ceffone ogni volta che cadevo. Così, tanto per educarmi alle asprezze della vita. Ha scelto la seconda opzione. Cadevo e pam! Giù uno schiaffo sulla nuca. Solo che io mi ero appena rialzato e cadevo di nuovo. Papà ha smesso di picchiarmi la volta che mi sono rotto il naso. Allora per non cadere avevo adottato la soluzione di strisciare per terra, ma non ero un gran bel vedere. La cosa strana, poi, è che se stavo troppo incollato al suolo mi venivano le vertigini. Mi sono reso conto che c’era qualcosa di poco normale in tutto ciò.

Verso i quattro o cinque anni ho fatto un esperimento. Mia madre mi portava ai giardinetti, mi aveva messo delle ginocchiere imbottite da portiere, perché era stufa di medicarmi le ginocchia o di rammendare pantaloni strappati, e mi teneva per il colletto per evitare che mi sdraiassi tra le cacche dei cani. I miei coetanei giocavano con le giostrine del giardino pubblico. Li vedevo lanciarsi felici giù dagli scivoli. Mi ci sono arrampicato anch’io, mi sono seduto sulla lamiera liscia e mi sono dato una spinta. Sono sceso di pochi centimetri, poi mi sono fermato. Non riuscivo a scivolare più giù. Sono ridisceso dalla scaletta e appena messo piede a terra sono caduto.

I bambini ridevano. Mia madre no.

All’epoca (si parla di un’età per me ormai lontana), ero convinto che la terra fosse piatta. Perciò ho elaborato una teoria: la terra era sì piatta, ma disposta su un piano inclinato. Questo chiariva perfettamente tutti i miei problemi, spiegava le mie continue cadute, il mio senso di vertigine anche quand’ero sdraiato, e infine, grazie all’esperimento empirico dello scivolo, le ragioni per cui non mi ero mosso: se il piano della terra era inclinato, lo scivolo era orizzontale.

Funzionava tutto in questa teoria, l’unica cosa che la teoria non spiegava era perché gli altri non avessero i miei stessi problemi. Ma abbiate pazienza, avevo solo quattro anni e i miei studi scientifici erano solo all’inizio!

Mio padre ha pensato di risolvere la questione portandomi in piscina a fare del nuoto, perché per le altre attività ginniche, come potete intuire, non ero dotato. Così mi sono specializzato nei tuffi. Già ero bravo nel cadere a corpo morto, ma in piscina ho imparato a cascare con ogni sorta di giravolta. E credetemi, questo nella vita serve.

Tuttavia, la mia vita sociale era fortemente squilibrata. Per andare a scuola dovevo sempre essere accompagnato. Quando hanno provato a mandarmi da solo, barcollando come un ubriaco sono caduto in mezzo alla via, e una vecchietta mi ha aiutato a rialzarmi e ad attraversare la strada. Voleva anche darmi il suo bastone. A scuola ho però scoperto che la terra non è piatta, perciò ho dovuto rielaborare completamente la mia teoria. Mi è venuto in soccorso in prima media il professore di Scienze: l’asse terrestre è inclinato di circa 23 gradi, e questo, quando l’ho saputo, mi ha aperto un nuovo orizzonte di studi, perché, secondo me, qualcosa voleva ben dire, anche se non sapevo ancora cosa. Mi sono immerso a studiare le variazioni intorno alla perpendicolare dell’eclittica, la precessione degli equinozi, i tempi di rotazione e rivoluzione, fino a perdermi in calcoli e teorie che urtavano sempre alla fine con lo stesso problema: perché solo io?

Passeggiavo nervosamente intorno al letto nella mia cameretta e cadevo di tanto in tanto sugli spessi tappeti che aveva steso la mamma senza trovare la soluzione. Quando ho proposto a mio padre di trasferirci agli antipodi, giù in Nuova Zelanda,  per vedere se cambiava qualcosa, non mi ha risposto, ma ho visto che gli tremava una mano mentre leggeva il giornale.

A tredici anni mia madre mi ha finalmente portato da un dottore. Non mi ha trovato niente. Io allora gli ho spiegato la mia teoria dei complessi equilibri astronomici che influenzano la mia vita. Lui mi ha guardato. Ha guardato mia madre, e le ha consigliato il nome di uno psicanalista. Mi ci hanno portato per una decina di sedute. Io continuavo a spiegargli che la vita è condizionata dai moti terrestri, ma non riuscivo a sfuggire il quesito: perché solo a me? Lo strizzacervelli, dopo avermi ascoltato pazientemente senza parlare per giorni e giorni, alla fine ha trovato la risposta: “È il tuo equilibrio mentale che ha dei problemi”. Mia madre ha pagato e ringraziato. Mio padre avrebbe voluto tornare alla terapia degli scapaccioni.

Che dire, infine? Cure non ce ne sono. Certi giorni sento che la terra mi tira un po’ a destra e ho trovato la banale ma efficace soluzione di mettere delle pietre nella tasca sinistra della giacca. Viceversa, se mi sento tirare a sinistra le sposto nella tasca destra. Se mi sento cadere in avanti, con permesso delle signore, mi metto dei pietroni nel didietro, cioè nelle mutande che ho rinforzato appositamente per lo scopo in quella zona. Idem per l’attrazione all’indietro: devo mettermi davanti dei pesi, ma come potete immaginare il rigonfiamento che ne risulta è piuttosto imbarazzante. Lo so, sono inguardabile, ma che devo fare?

Passare la vita in bilico evitando di cadere è praticamente la mia principale e sola attività. Ci sono abituato, l’importante è mantenere l’equilibrio.

Monologo teatrale  – giugno 2015



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