La Basilicata esiste: viaggio tra le pagine della letteratura lucana

Creato il 19 novembre 2014 da Nonsoloturisti @viaggiatori

Una regione resa tristemente celebre dal brigantaggio e dall’alto tasso di analfabetismo legato alla povertà, ma famosa anche per i suoi poeti, da Orazio a Rocco Scotellaro, per gli studi sulla magia di DeMartino, oltre che per il “Cristo si è fermato ad Eboli” di Primo Levi, che ha dato origine a una delle tante opere cinematografiche qui girate, più di 40 pellicole dei più celebri registi: Taviani, Rosi, Rossellini, Pasolini, Gibson.

“La Basilicata esiste, è un po’ come il concetto di Dio, ci credi o non ci credi”, diceva Rocco Papaleo in “Basilicata coast to coast”. Lucania, ebbe a dire Pier Paolo Pasolini, come una “Cenerentola del Meridione popolare”. ll dialetto spesso assurge a vessillo di un’identità da riscoprire, aspro come il sapore della dimenticanza in una terra che vorrebbe ritrovarsi.

Proprio come il protagonista del romanzo “Creta rossa” di Giuseppe Colangelo, un carabiniere in pensione che torna nei suoi luoghi di origine riscoprendo le magiche atmosfere di un mondo perduto capace di stupirlo e di coinvolgerlo in oscure vicende dai risvolti imprevedibili. L’autore ha voluto descrivere le speranze tradite di una terra sconvolta dagli anni cruciali del boom economico. Una rivisitazione dei luoghi della provincia di Matera in cui Colangelo si era già cimentato con “La Freccia di Mezzanotte”, un tempo famosa corriera che la notte portava a casa, nei vari paesi di montagna i passeggeri che arrivavano alla stazione di Grassano.

I ricordi riaffiorano rimbalzando dai grattacieli di New York agli angusti e polverosi vicoli di Stigliano. Briganti e rancheros, pistoleri di celluloide ed eroi di cartoon si mescolano a poeti, ad umili contadini “nella location ideale di un novello Sergio Leone lucano che crede nei valori della memoria”.

Si riassapora, fra le parole, il gusto di un territorio antico in cui è rimasto saldo il legame con tutto ciò che richiama il senso della tradizione: le feste di paese, con le solenni  processioni e la grande devozione che le supportava; la fatica del duro lavoro poco ripagato, la corrosiva maldicenza della gente di  piazza. Riaffiora il ricordo di paesaggi lunari flagellati dalle torride canicole estive, in cui la coltre di inquietante immobilità  era rotta unicamente  dal fastidioso ronzio della mosche, misto ai latrati dei cani allertati dal fruscìo dei rovi.

I termini dialettali restituiscono il sapore di una quotidianità grezza ma intrisa di rassicurante semplicità, così come il passo stentato degli asini, tirati faticosamente per la cinghia per ovviare alla loro innata ritrosia. Una atavica ritrosia connaturata nei vecchi nei confronti del forestiero che irrompe in quel mondo che tende a ripiegarsi su se stesso, dopo che i tanti figli l’hanno abbandonato ma che ora, magari, ambiscono a ritrovarla nei ricordi, nella cinematografia, o nella letteratura.

Fra le pagine di scrittori come Giuseppe Colangelo, poliedrico conterraneo che contribuisce a restituirne l’amato sapore anche mediante un altro suo libro, “A zonzo per il materano”,  in cui vuole  far conoscere l’enogastronomia di quella città che è stata da poco proclamata capitale della cultura per il 2019. Cibi rustici che, più che con il gusto e l’olfatto, devono essere assaporati con il cuore, spaziando con la mente su quei cumuli di pietre che chiamano paesi, su quei serpenti di pietra senz’acqua che attraversano angoli di deserto in cui si cela, misteriosamente, l’essenza di una vita primigenia, densa di prorompenti significati autentici.


Potrebbero interessarti anche :

Possono interessarti anche questi articoli :