La carota.

Creato il 03 gennaio 2012 da Tazzina @tazzinadi

Claudia aveva appena tirato fuori dalla borsa il suo romanzo da leggere sulla panchina del giardinetto di periferia sotto casa. Le mani fredde, profumate di crema Neutrogena formula norvegese, il naso rosso per il primo gelo della stagione. Ma anche d'inverno bisognava portare fuori Blu, il cane, a fare i suoi bisogni e a giocare all'aria aperta con la sua pallina da tennis tutta mangiata. 
Quel pomeriggio, tre giorni prima dell'epifania, il giardinetto era quasi deserto e il silenzio spezzato solo da alcune auto in lontananza che sfrecciavano veloci e il cigolio sporadico dell'altalena mossa dal vento che proveniva dalle montagne innevate e fischiava strane sensazioni e brividi nelle orecchie di Claudia.
Le foglie erano già tutte cadute e scomparse: il cielo di Torino era bianco e solo pochi triangoli di azzurro spuntavano nell'infinito altissimo tra le nuvole, simili quasi a un'illusione, un ricordo, un messaggio o un futuro impossibile da decifrare.
Blu si ostinava, come tipico di molti cani, a scavare una buca. Una piccola fossa nel circoscritto quadrato di terriccio che ospitava come poteva l'unica pianta di castagne dentro lo stretto perimetro delle giostre per bambini. La staccionata delimitava un'area di cemento e un altro materiale più morbido, già sgualcito, a metà tra gomma piuma e linoleum, amaranto, pensato per evitare, invano, le cadute dagli scivoli e dalle altre complicate costruzioni-giocattolo.
Fermandosi e ripartendo all'impazzata verso la buca, Blu abbaiava forte e impediva a Claudia di concentrarsi sul libro. Che c'è? Ripeteva lei al cucciolo. Stai bravo. Stai bravino. Gli diceva, con la stessa distratta tenerezza di una giovane mamma impegnata altrove.
Blu però non smetteva di agitarsi. Era un cane di pochi mesi e solo in quei giorni incominciava a scoprire il mondo e i molti modi di attirare l'attenzione su di sé. La grande fabbrica addormentata, la schiera di palazzoni a dodici piani con le aiuole e i picchi ghiacciati delle catene montuose all'orizzonte non bastavano a intimorire il cucciolo, che si dimenava, correndo come una furia, quasi fuori controllo.
Claudia si era alzata, consapevole di doversi occupare di lui, prima ancora che della propria necessità di leggere il libro. Cosa c'è? Cosa c'è? Gli chiedeva, come se lui potesse capire. E intanto si avvicinava alla buca. Blu però calmati adesso. Forse aveva troppo freddo. Avrebbe dovuto mettergli uno di quei ridicoli cappottini per cani? Claudia ripensava al Natale: gli avevano forse dato troppi avanzi da mangiare? La cosa poteva nuocere a quel corpo di animaletto ancora gracile? Il cane guaiva e perdeva le bave tutto intorno, scodinzolando con energia.
Claudia, a un passo dalla buca, ora non poteva credere a ciò che vedeva. 
Una carota. Tutta sporca di terra bagnata, eppure luminosa di un arancio brillante, spuntava proprio sotto i suoi occhi. 
Cos'è? Aveva chiesto, ad alta voce. Cercando di ricordare se qualcuno potesse aver dato al cane una carota con cui giocare. Però l'ortaggio era ben conficcato nel terreno, quasi come se quel quadratino pietoso fosse un vero orto di campagna. Boh. Che faccio? Pensava. Dovrò prenderla? O la lascio qui? Sarebbe il caso di farla. Non so. Di farla analizzare. Da un laboratorio di chimica, o qualcosa del genere. 
Detto questo, prima di chinarsi a raccoglierla, Claudia aveva allora estratto il cellulare e l'aveva fotografata, mettendola subito su Facebook, twitter e mandandola via sms al suo fidanzato e a tutte le sue amiche. Guardate cosa c'è qui. Una carota. Una vera carota. 
Blu, finalmente quieto, si era sistemato comodo sotto la panchina. La coda ferma, gli occhi semichiusi e il mento appoggiato sulle zampe anteriori.

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