La casa di Vlad

Da Paperoga

Me ne avevano parlato in molti, con toni misteriosi. La casa di Vlad a Milano era avvolta da strani commenti, silenzi inquietanti, sguardi furtivamente allucinati. “Devi vederla“, “E’ inutile che te la descrivo, non ci sono aggettivi“Non mi ci far pensare che mi vengono i brividi”. Alla fine ho mosso le chiappe e, vinto dalla curiosità, ho preso il treno e mi sono mosso verso la orribile Milano ed ho puntato dritto verso casa del mio amico vampiro.

Il primo impatto è stato sorprendente. Perchè casa di Vlad, vista da fuori, non pare manco male.

Entri in un vialetto tra due file di siepi verdi, con un accenno di giardinetto con tanto di alberi, specie rara e protetta da queste parti. Si arriva ad un ingresso condominiale spazioso e moderno, con tanto di portierato.

Ammazza ti sei sistemato bene“, gli dico mentre entriamo. Lui alza le spalle e mi restituisce uno sguardo laconico, se non triste, come a dire qualcosa tipo “aspetta a dirlo, porca puttana!”.

In effetti quel che era l’apparenza iniziale, fatta di decoro e anche di un certo gusto signorile, comincia a sciogliersi in una triste realtà degradante. Passo dopo passo, mi ritrovo immerso nel condominio di Alex in Arancia meccanica. Ve lo ricordate il condominio futuribile, freddo e malridotto del capo dei Drughi? Bene, comincio ad avere i miei dubbi che Kubrick l’abbia girate a Milano quelle scene. Anzitutto nell’androne ci sono due ascensori. Per la peppa!, si dirà, ben due ascensori… Beh, su uno ci hanno appiccicato in diagonale un nastro adesivo e un foglio di carta A4 scritto con un pennarello: “Rotto”. L’altro sembra funzionare, ma Vlad mi allontana invitandomi a prendere le scale. In effetti, mentre mi allontano, ho come l’impressione che quell’ascensore sia solo disegnato sul muro.

Si prendono le scale dunque. Una stretta scala a chiocciola di cemento, per la precisione. Avete mai provato a farvi 5 piani su una scala a chiocciola? Credetemi, si perde non solo la sensazione del tempo e dello spazio, ma alla fine, totalmente rincoglioniti da quel giringirello, si hanno persino dei dubbi su quale sia il proprio sesso, e si arriva fino a su avendo appreso il dono delle lingue.

Non solo, mentre noi saliamo qualcuno scende, e non c’è posto per il doppio senso di marcia. Bisogna appiattirsi sul muro per far passare i condomini. Oppure sulle scale si ritrovano saggi pensatori moderni, tutti concentrati a rollare un potente cannone, o commercianti pieni di iniziativa che vi smerciano sostanze stupefacenti tra un gradino e l’altro. Tra il terzo e il quarto piano, mentre sono in preda ad una crisi respiratoria mista a nausea, un tipo mi affianca e mi dice qualcosa in una lingua incomprensibile, io sto per alzare le mani ed arrendermi pregandolo di non farmi del male, quando in realtà il tipo mi sta solo chiedendo che ore sono.

Arriviamo ordunque al piano in cui abita Vlad. Il lungo e cupo corridoio è sgombro e in buona parte il piano è ancora in costruzione, con fili che fuoriescono dai soffitti, luci fulminate e le pareti che in alcuni punti paiono come crivellate da proiettili. Passiamo davanti agli ascensori, uno rotto e uno dipinto come è uso da queste parti, ed arriviamo alla porta di casa.

Dalla condominio di Alex si passa nella casa di Renato Pozzetto nel Ragazzo di Campagna. Uno stanzino minuscolo, che assieme è cucina e stanza da letto, soggiorno e salotto. Mi faccio strada a fatica e Vlad mi fa vedere il piano cottura, il lavabo e il tavolo da pranzo. Sembra la casa dei sette nani. I piattini, le forchettine, i coltellini, i pentolini, le sedioline. Tutto ristretto perche ci entri e non si incastri con il resto. Il frigoriferino, se ci metti una confezione di stracchino e mezzo cartone di latte, l’è già bello che pieno. La piccola finestrella dà su altri palazzi, bisogna esporre bene il collo come fossimo davanti al boia per dare un’occhiata di fuori.

Ok, ma dove dormi in questa reggia?” Vlad va verso la parete e, come in un castello inglese pieno di passaggi segreti, dà un paio di strani colpi ed ecco apparire come d’incanto un letto che va a ricoprire quasi interamente la superficie del piccolo soggiornino. Praticamente, quando il letto è aperto, non si può aprire il frigo, chiudere o aprire la finestra, sedersi su una sedia, calpestare il pavimento.

E il bagno?” Mi fa vedere un buco di sgabuzzino con dentro un piccolo lavandino, un microcesso e una cabina che pare una scatoletta di alici. Se avessero messo il cesso a fianco al letto, come nelle prigioni, sarebbe stato più o meno lo stesso.

Porco zio, praticamente per cagare devi appoggiare una natica alla volta, ad intermittenza, dest-sinist, dest-sinist“, faccio io con un amabile commento da thè delle 5. Per farsi la doccia, poi, immagino che ci si debba insaponare fuori, perchè ogni movimento dentro quella bara verticale risulta impossibile.

Dopo 5 minuti in quello stanzino mi sento già mancare l’aria, quindi usciamo. Le scale a chiocciola in discesa sono una sorta di sprofondo verso l’inferno, sembra che non arriveremo mai se non in presenza di Satanasso nel centro esatto della terra. Incontriamo i soliti avventori accucciati mentre sfumacchiano o commerciano, e si sentono rumori provenire da ogni appartamento, probabilmente perchè le pareti sono fatte di ricotta.

Usciti dall’androne, mi viene come da scappare per liberarmi dal senso di oppressione che quel condominio stregato sembra sprigionare. Guardo Vlad e gli ingiungo di lasciare quella merda.

Tu te ne devi andare da quel cazzo di buco. Per la miseria, te ne devi scappare proprio. Se ci rimani ancora qualche mese, diventerai un serial killer, credimi. Perderai la brocca, comincerai ad uccidere persone a caso, le porterai là dentro e le farai a pezzi, solo che non potrai conservare la carne in quel frigoriferino della barbie, dunque mangerai carne umana, e ne vorrai sempre di più. Anzi, mò che ci penso forse è meglio che mi stai già ad un palmo dal culo che ti leggo sotto una luce inquietante..

E prima che Vlad possa dire qualcosa, io sto già correndo verso la metro senza guardarmi indietro.



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