Magazine Talenti

La chiamano estate

Da Julesdufresne

Una decina di anni fa, ai primi di settembre, per ragioni che a posteriori non saprei ricostruire, io e tre amici di scuola siamo partiti alla volta di quella che fin dall’inizio prometteva di essere una vacanza triste. La meta era Forte dei Marmi, dove ci aspettava un soggiorno obliquamente illegittimo in una villa affittata a una famiglia russa già rimpatriata. L’atmosfera in casa era surreale, rarefatta, a tratti così improbabile da farmi mettere in discussione la fedeltà dei miei ricordi in merito: il padrone di casa era nel mezzo di una crisi sentimentale, e la sera si chiudeva in camera per telefonare o piangere o pensare, la mia amica e l’altro ragazzo erano forse già presi dalle battute iniziali di un’attrazione reciproca ancora tanto lontana dal concretizzarsi quanto già avvolta dal sudario di un fallimento ineludibile. Parlavamo poco e niente. Facevamo la spesa, ci spostavamo di notte con le bici dei russi. Io dormivo tutto il giorno e cucinavo.

Riguardandola adesso, la mia tristezza di sedicenne assume una coloritura quasi pornografica. Il mio futuro era perfetto, intatto, un uovo da cui avrebbe potuto sprigionarsi qualsiasi destino io volessi immaginare. Le mie emozioni erano tutte nuove, ancora malferme sulle gambe, ansiose di essere messe alla prova in un mondo in cui ancora non esistevano né conseguenze né precedenti. Ero contenta di essere triste, spaesata sotto un sole che sorgeva e tramontava dal lato sbagliato, sola e compiaciuta in una compagnia assurdamente assortita. Era romantico, era necessario, era come stare al caldo e provarsi in fretta un cappotto bellissimo di cui non si riesce davvero a immaginare di poter mai avere bisogno. Era un incipit appropriato.

L’estate scorsa non doveva essere un’estate triste. L’anno era stato forse il migliore, il più produttivo della mia vita di adulta. Indossavo vestiti colorati e facevamo cose divertenti e siamo andati in vacanza assieme, in un posto noioso che doveva essere una sorta di buffo tributo alla solidità del futuro che avevamo progettato assieme. Camminavamo mano nella mano, completamente assorbiti dalla compagnia reciproca, esaltati dalla prospettiva dell’ascesa stratosferica che ci aspettava se fossimo riusciti a restare sulla traiettoria che avevamo tracciato nei mesi precedenti. Ero completamente consumata dal mio amore per te, crogiolata, illuminata. Ero felicissima. Lo eri anche tu?

Siamo tornati a casa, ed è stato come se un interruttore fosse stato spento mentre io ero distratta. L’energia quasi maniacale che mi aveva animata per mesi era sparita, le parole che tentavo di leggere confuse, sfuggenti. Non sono più riuscita a fare niente. I giorni passavano tutti uguali, un risveglio inutile, una mattina buttata, una doccia bollente, e ogni sera l’angoscia per un altra giornata andata. Tu facevi del tuo meglio, eri la sollecitudine in persona. A un certo punto è passata anche l’angoscia. Mi sono accorta, con un certo distacco clinico, che il mio desiderio di svegliarmi mattina dopo mattina non era più tale. Sì può chiamare ‘desiderio’ qualcosa che riesci a tenere vivo soltanto sforzandoti di immaginare le reazioni che provocheresti nelle persone che razionalmente sai volerti bene? Ma allo stesso tempo, si può infliggere un dolore irrimediabile alle persone che ami soltanto perché, senza una ragione precisa, aprire gli occhi la mattina ha smesso di essere una scelta scontata? Non si può, quindi ho fatto la cosa che mi sembrava più educata, e sono andata avanti cercando di fare del mio meglio. Il mio meglio è stato abbastanza deludente, temo, quindi vorrei scusarmi con te e con tutti. Meritavate di meglio.

Quest’estate speravo fosse l’estate della ripresa. Mi sembrava quasi che gli ingranaggi stessero tornando a fare presa, che ci fosse di nuovo una parvenza di attrito, mi sembrava di tornare a sentire qualcosa. Ero speranzosa? Guidavo di notte con i finestrini abbassati e l’aria calda e profumata, e pensavo che forse era quasi fatta, che stavo per squarciare il velo che mi aveva avvolta e tornare a essere una persona che non ha bisogno di negoziare con se stessa il prezzo di ogni singolo respiro. Pensavo che la prima cosa che avrei dovuto fare, prima ancora di cercare di salvare quella carriera che l’anno scorso era così promettente e adesso agonizza, prima di abbracciare i miei genitori senza dover distogliere lo sguardo, prima di qualsiasi cosa, era trovare una maniera per sdebitarmi con te per tutto quello che avevi dovuto sopportare mentre io tentavo di tornare a esserci. Eri stato grandioso, impagabile.

Il lato positivo, visto che in cuor mio sono convinta che sdebitarsi fosse impossibile, è che non ho avuto occasione di provarci. Come il più illustre dei tuoi omonimi, risoluto e coraggioso, hai guardato il nodo che ero diventata e l’hai tagliato. Da un momento con l’altro tutta la tensione si è sciolta. Una corda, per quanto usurata possa essere, se ha una funzione la deve svolgere, e svolgere bene. Un ammasso di brandelli sfilacciati non ha nessun compito e nessuna utilità. Una persona che da un giorno all’altro si è trasformata in un’ammasso di brandelli sfilacciati è una persona che non può più nascondere niente, una persona che riesce di nuovo a piangere e poi non riesce più a smettere di piangere e viene presa e tenuta stretta dalla sua mamma, e costretta ad ammettere tutto quello che non ha mai avuto il coraggio di dire a voce alta, e costretta a mangiare e dormire, e costretta a iniziare a cercare di guarire.

Una persona che può farcela.

—–

A te, a me, a quello che siamo stati, a un nuovo incipit. Ave atque vale.



La chiamano estate



Potrebbero interessarti anche :

Ritornare alla prima pagina di Logo Paperblog

Possono interessarti anche questi articoli :

Magazine