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La chiesa di Santa Marina a Muro Leccese: le modifiche strutturali e l’adeguamento dell’impianto pittorico (IV/IV).

Creato il 31 agosto 2010 da Cultura Salentina
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Iscrizione greca del tema nicolaiano (ph. V. D'Aurelio)

Questo può trovare conferme per la presenza di una croce greca di color rosso dipinta sulla facciata settentrionale, all’interno di un pilastro tra i due portichetti murati, e sia all’esterno con l’incisione su un concio della stessa facciata, poco più in alto a sinistra, di un’identica croce greca. Anche storicamente è accettabile la tesi di una comunità religiosa iconoclasta e difatti nel IX sec., in seguito al sinodo di Santa Sofia convocato dal basileus Leone IV l’Armeno (775-820) sostenitore della lotta agli iconoduli, molte diocesi bizantine del meridione rispettano il divieto imperiale per il culto delle immagini sacre. In particolare è documentato che in questo secolo nella stessa diocesi di Otranto, di cui fa parte Muro Leccese, si ritrova un vescovo iconoclasta.

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Altare riaffrescato nel '700 (ph. V. D'Aurelio)

Tra la fine del IX e i primi del X sec. è ridotta la primitiva struttura absidale, che ospita tuttora l’altare in pietra, e contemporaneamente la stessa è ricoperta con gli affreschi ritraenti almeno  otto figure di Santi vescovi dove spiccano, quali padri della Chiesa Orientale, San Basilio, San Gregorio Nazianzeno e San Giovanni Crisostomo. Molto probabilmente nel catino absidale potrebbe essere campita un’Annunciazione della Vergine col Bambino fra gli Arcangeli ma ciò è ancora un’ipotesi da verificare. Nel tardo Rinascimento questa parte dell’abside è coperta da un nuovo strato di intonaco e le decorazioni pittoriche perdono definitivamente quello stile bizantineggiante originario che oggi silenziosamente riemerge proprio sulla parete absidale dove sono visibili ancora
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Particolare del capitello a canestro (ph. V. D'Aurelio)

le figure di due Santi diaconi. Merita una menzione particolare lo spiccato dell’abside che presenta due colonne dipinte, con un capitello a canestro, colorate con un grigio venato d’azzurro a imitare il marmo Proconnesio estratto nelle cave dell’omonima isola, nel mar di Marmara in Turchia, e che furono di proprietà degli imperatori di Bisanzio. Dalle stesse si diparte un motivo policromo zigzagato, che dona all’immagine un certo senso di tridimensionalità, il quale funge da decorazione all’intero arco absidale. Lo stesso, come il resto dell’impianto pittorico della parete che ospita l’abside, sarà successivamente obliterato da pitture più latinizzanti in stile rinascimentale.

La navata al contempo è coperta da una pesante volta a botte che sostituisce l’originario tetto a doppia falda, come è osservabile esternamente dalla forma assunta dalla facciata che ospita l’abside, con capriate in legno ricoperte da canne ed embrici. Attorno all’XI sec. i cenni di cedimento della stessa volta determinano l’inserimento di un supporto a sostegno che si realizza attraverso la costruzione di tre spessi archi nell’aula e di uno nel vestibolo. Questa ulteriore variante architettonica, dopo la muratura degli accessi laterali e l’aggiunta del vestibolo, comporta nuovamente l’occultamento e il taglio di alcune parti  della decorazione esistente.

La costruzione dei quattro archi divide ora la navata in tre campate e nello spazio che si crea tra i pilastri degli stessi sono ricavati alcuni stretti sedili in pietra. Le tre facciate visibili degli archi diventano nuove superfici da decorare, dove trovano posto gli eremiti già citati, così come avviene per la controfacciata che ospita la scena dell’Ascensione in alto e, sulla porzione inferiore, una Santa Barbara della quale sopravvive solo la testa con l’iscrizione greca del nome assieme a due non identificati Martiri. Questi ultimi fanno parte delle stesse pitture databili all’XI sec. e si presentano con un’ampia aureola che avvolge completamente il capo quasi a formare un casco, coperti dalla clamide e dal tablion che la storia del costume identifica come simbolo di dignità. Ancora altre nuove figure di Santi saranno aggiunte sulle pareti laterali dove è ancora visibile un monogramma greco “IC XC NIKA” vicino all’immagine tagliata di una croce.

La chiesa di Santa Marina subisce quindi, dal punto di vista architettonico, tra il X e l’XI sec. diverse trasformazioni che comportano la riduzione, la demolizione e l’aggiunta di nuovi ambienti. Di conseguenza questo determina un adeguamento dell’impianto pittorico sulle nuove superfici che si vengono a creare oppure un adattamento su quelle sopravvissute per cui è semplice constatare come le fasi edilizie che hanno caratterizzato la Chiesa di Santa Marina siano in stretta relazione con le sue stesse stagioni pittoriche. Tipico di questi momenti artistici, come si

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Santi affrescati negli archi (ph. V. D'Aurelio)

è visto, è il ricorso alle sovrapposizioni di immagini nuove a quelle più antiche attraverso la copertura, nell’XI sec., dell’intonaco del X sec. Accade anche spesso, come nel corso del ‘500, di ridipingere gli spazi già utilizzati. A tal proposito è particolarmente percepibile, nella mescolanza di tradizioni pittoriche che si accavallano nella chiesa di Santa Marina, il fenomeno della latinizzazione delle chiese salentine che nella nostra si esprime con grande enfasi sia nel vestibolo che nell’abside. Esse sono le parti che più hanno sofferto delle manipolazioni pittoriche e difatti nel primo compare un quattrocentesco Sant’Antonio Abate nelle fattezze del monaco ospitaliero, e non l’eremita della tradizione greca, nella conca del secondo una Madonna della Misericordia sovrapposta alla serie di Santi vescovi, prima citata, oltre a un bel ovale nel paliotto dell’altare, di fattura seicentesca, con dipinta l’effige di un San Nicola. Questo passaggio sembra quasi consacrarsi con l’apposizione, al centro dell’arco che ospita l’intera abside, di un trigramma IHS sostenuto dai chiodi della Croce, come nelle fattezze cinquecentesche del famoso simbolo gesuita.

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Madonna del Rosario e Annunciazione (ph. V. D'Aurelio)

Per quanto importanti possano essere le testimonianze pittoriche del XVI sec., e per quanto alcuni interrogativi sorgano ancora osservandole, come ad esempio i graffiti di lucchetti sparsi sull’intero affresco di Sant’Antonio o le numerose frasi di visitatori che si alternarono tra seicento e settecento sparse sulle diverse immagini sacre, quelle dell’XI sec., in particolare il ciclo agiografico di San Nicola da Myra, hanno senza dubbio una maggiore portanza storico-artistica per via della loro eccezionalità e rarità che sono tali da rendere Santa Marina un vero e proprio tesoro di storia ed arte bizantina altomedievale nel Salento.

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