Magazine Carriere

La contraddizione della politica italiana

Creato il 20 giugno 2014 da Propostalavoro @propostalavoro

La contraddizione della politica italianaVogliamo uscire dalla crisi? Noi di sicuro, ma la nostra classe dirigente, lo vuole? Se sì, come mai, da anni, invece, persegue politiche che non aiutano minimamente il Paese a rialzarsi?

Quante volte, ad ogni nuovo Governo, abbiamo sentito dire "serve una nuova riforma del lavoro", "serve più flessibilità" ed altri slogan simili, dietro i quali, invece, si sono sempre nascoste le leggi che hanno deregolamentato il mondo del lavoro, creando milioni di lavoratori precari?

Quante volte, ad ogni insediamento di un nuovo Presidente del Consiglio, abbiamo sentito pontificare sulla necessità di "rinnovare il Paese", di "ammodernare la sua struttura economica e sociale"?

Insomma, i fatti contraddicono, ampiamente, quello che viene detto a parole. Persino il Jobs Act, pubblicizzato, ai quattro angoli della terra, come la ricetta contro la precarietà, non è altro che un'altra legge precarizzante, esattamente come le altre, tutta incentrata sulla flessibilità in uscita (leggi: licenziamenti facili), dimenticandosi quella in entrata.

Tant'è vero che, dopo il bagno di precariato a cui ci hanno costretti, nel mondo del lavoro italiano, complice anche la crisi, è più facile uscirne che non entrarci. Prova ne è l'altissimo tasso di disoccupazione, schizzata al 43,3%, nella fascia d'età tra i 15 ed i 25 anni, ovvero in quel periodo in cui, solitamente, ci si affaccia, per la prima volta, al mondo del lavoro.

Così come ne è prova l'altissimo numero di cinquantenni (secondo l'Istat, oltre 400 mila) che, una volta espulsi dal mondo del lavoro, faticano a rientrarvi, perchè ormai considerati troppo vecchi.

Se davvero la politica tiene al bene del Paese, perchè questi problemi sono stati ignorati o, addirittura aggravati (caso esodati), dai Governi di tutti i colori, di tutte le coalizioni, di tutte le larghe intese? Perchè, il caso Brunetta, rievocato dal collega Simone, non è un fatto isolato, ma segue il mantra che va per la maggiore tra i politici, in tema di lavoro: convincere gli italiani, soprattutto i giovani, ad accontentarsi di quel che passa il convento, dedicandosi, soprattutto, ai lavori meno qualificati.

Sembra quasi che l'obiettivo sia di indurre gli italiani ad abbassare le pretese, in termini di posti di lavoro, salari e diritti, per creare manodopera a basso costo, in modo da competere sui mercati internazionali. Niente di più sbagliato: non possiamo, assolutamente, rivaleggiare con le cosiddette economie emergenti (Brasile, Cina, India) per due motivi molto semplici:

- Popolazione. sotto questo punto di vista partiamo già sconfitti: a livello numerico (e quindi anche di quantità di forza lavoro), siamo nettamente inferiori;

- Sistemi di lavoro: in questi Paesi, anche se le cose stanno cambiando, esistono dei sistemi di lavoro servile (salari minimi, diritti inesistenti, ecc.), che non si possono assolutamente imitare, senza mettere a rischio lo stesso impianto civile e democratico dell'Italia.

Insomma, le cose sono due: o ci trasformiamo in un Paese del Terzo Mondo (soluzione più facile, la più amata dai capoccioni italici, coscientemente o meno) o si persegue la via del rinnovamento (innovazione, meritocrazia, investimenti, ecc.).

E' la strada più difficile, quest'ultima, perchè mette a rischio posizioni di rendita e di potere, tanto care al capitalismo di relazione italiano, da sempre legato a doppio filo ai palazzi politici: proprio per questo, stanno cercando di evitarla in tutti i modi, anche a costo di contraddirsi di continuo, anche a costo di condannarci ad una cirisi infinita.

Danilo


Ritornare alla prima pagina di Logo Paperblog