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La Corea del Nord e l’ambizioso programma missilistico

Creato il 25 maggio 2016 da Bloglobal @bloglobal_opi

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di Agnese Carlini

Gli Stati Uniti e i suoi alleati ritengono da sempre che lo sviluppo e la produzione di missili balistici da parte della Corea del Nord rappresentino una seria minaccia alla sicurezza e alla stabilità della regione. Con l’ascesa al potere del leader Kim Jong-un, il Paese ha mostrato un interesse sempre maggiore al potenziamento di queste capacità: dalla primavera del 2012 all’aprile 2016 sono stati almeno cinque i test missilistici condotti da Pyongyang.

Reperire informazioni in merito al programma missilistico nordcoreano, come ad esempio il suo sviluppo nel corso degli anni o la dottrina strategica, è particolarmente difficile se non inefficace. Quello che si sa, finora, è che il Paese ha a disposizione circa 700 missili balistici di corta gittata (SRBMs), capaci di colpire la Corea del Sud, un centinaio di Musudan, missili balistici a raggio intermedio (IRBMs) e 200 Nodong, missili balistici a medio raggio che minacciano la sicurezza del Giappone. Inoltre Pyongyang ha sviluppato due missili balistici intercontinentali (ICBMs), Teapodong-2, che hanno provocato una forte reazione da parte dell’intera comunità internazionale [1].

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Corea del Nord, arsenale nucleare – Fonte: ANSA-Centimetri

Ad oggi, la preoccupazione più grande per l’Occidente è poter scoprire il vero potenziale tecnico della Corea del Nord di miniaturizzare una testata nucleare per adattarla ai propri missili e, inoltre, poter scoprire la capacità di spiegare missili balistici intercontinentali che potrebbero colpire gli Stati Uniti o qualsiasi altro Paese “nemico” di Pyongyang. Dal canto suo, la Comunità internazionale ha risposto duramente al programma missilistico imponendo dure sanzioni e portando a termine estenuanti negoziazioni, oltre a proibire l’esportazione dei suoi missili.

Secondo la maggior parte delle fonti a disposizione dell’Occidente, la Corea del Nord ricevette il suo primo sistema missilistico balistico dall’Egitto tra la fine degli anni Settanta e gli inizi degli anni Ottanta. Alla fine del decennio, dopo aver prodotto gli Hwasong-5, Pyongyang iniziò la produzione dei missili a lungo raggio Hwasong-6 per poi testare negli anni Novanta i Nodong, missili balistici a medio raggio [2]. Si crede che questi ultimi siano alla base della produzione dei missili Ghauri del Pakistan e degli Shaahab-3 iraniani, utilizzati durante la guerra Iraq-Iran. Ciononostante, questa capacità della Corea del Nord di esportare la propria tecnologia missilistica, soprattutto ai Paesi del Medio Oriente, durò ben poco sia a causa di un calo della domanda estera, sia per la pressione esercitata dalla Comunità internazionale nei confronti dei Paesi beneficiari [3].

L’interesse degli Stati Uniti in merito alle capacità missilistiche della Corea del Nord aumentò particolarmente nel 1998, quando Pyongyang effettuò il lancio del missile Taepodong-1, il quale venne modificato per diventare un veicolo di lancio spaziale. Nonostante il fallimento, il test fu duramente criticato dalla comunità internazionale, che vedeva in questo lancio un tentativo da parte di Pyongyang di testare i missili balistici a lunga gittata. Dopo alcuni mesi dall’accaduto, gli USA e la Corea del Nord ripresero i negoziati per sospendere la vendita di missili balistici fin quando quest’ultima decise di accettare una moratoria sulla sperimentazione di missili a lungo raggio, trattativa conosciuta come Perry Process [4]. Il risultato finale di questa trattativa avrebbe visto la paralisi completa del programma missilistico di Pyongyang; dalla produzione alla sperimentazione, la sospensione dell’esportazione di missili così come il loro spiegamento su una superficie di 500 Km. L’arrivo dell’amministrazione Bush mostrò un certo scetticismo sull’accordo quadro concordato dall’allora presidente Clinton con Pyongyang, rallentando i colloqui sul programma che nel frattempo era stato sottoposto ad un riesame da parte della sfera politica. In risposta a questo comportamento, la Corea del Nord concluse che non poteva sospendere il suo programma indefinitamente e mantenne attiva l’esportazione di missili.

Nonostante le numerose sanzioni da parte dell’ONU e degli USA, Pyongyang ha continuato la sperimentazione dei suoi missili, fornendo come spiegazione ufficiale l’intenzione di mandare in orbita dei satelliti, in quanto suo legittimo diritto come Stato sovrano di poter utilizzare lo spazio per scopi pacifici. Ulteriori sanzioni furono applicate dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite in risposta alla violazione della risoluzione UNSCR 1718 (2006), in cui si chiedeva un’immediata sospensione di tutti gli esperimenti nucleari e il proseguimento del programma missilistico. Sebbene dal dicembre 2012 non siano stati effettuati lanci di missili a lungo raggio o di razzi, la Corea del Nord ha continuato a sviluppare nuove competenze e a migliorare quelle già esistenti. Il 2014 è stato un anno particolarmente attivo in termini di test missilistici in cui sono stati testati, in ben diciannove occasioni, missili a corta e media gittata oltre ai KN-02 e ai missili cruise antinave.

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Il perseguimento continuo di una tecnologia missilistica sempre più avanzata ha aumentato notevolmente le preoccupazioni nella regione. Le ambizioni di Pyongyang di sviluppare nuovi missili a lunga gittata, missili tattici di media gittata e altri veicoli aerei senza equipaggio (UAVs), ha allertato la comunità internazionale, in quanto minaccerebbero la stabilità nella regione ma anche la sicurezza di altri Stati, come ad esempio gli USA.

Sicuramente, un ruolo fondamentale nel fermare quanto prima l’impresa nordcoreana di “distruzione” degli USA e di tutti i suoi alleati nella regione, toccherà principalmente alla Russia e alla Cina. La Risoluzione ONU 2270, adottata all’unanimità, è stata redatta con il supporto della Cina, le cui relazioni diplomatiche con Pyongyang sembrerebbero essere arrivate ad un punto di rottura. L’affronto della Corea del Nord, e soprattutto il comportamento del suo leader, non sono ben accetti nella Cina di Xi Jinping che ha deciso di applicare dure sanzioni allo storico alleato. Un ipotetico attacco da parte della Corea del Sud e degli Stati Uniti, infatti, potrebbe risultare nocivo per gli interessi della Cina nella regione, la quale sta rivendicando dei territori nel Mar Cinese Meridionale ai danni di altri Stati, alcuni dei quali alleati di Washington. Anche le relazioni della Corea del Nord con la Russia sembrerebbero esser peggiorate notevolmente, poiché la Risoluzione ONU andrebbe a ledere gli interessi economici di Mosca nel Paese. Le dure restrizioni sulle esportazioni di minerali pregiudicherebbero la capacità della Corea del Nord di compensare la Russia per i suoi potenziali investimenti nella costruzione di centrali elettriche ed impianti metallurgici. Con le sanzioni adottate contro la Corea del Nord, la Russia perderà diverse centinaia di milioni di dollari, precludendo nuove opportunità di commercio e di messa a punto di progetti nel prossimo futuro. In questo contesto la Russia potrebbe ricoprire un importante ruolo di mediazione, in quanto secondo partner strategico di Pyongyang. Il contributo principale riguarderebbe la possibilità di riuscire ad avvicinare le due Coree dal punto di vista economico, come è già stato fatto in occasione del progetto ferroviario Rajin-Khasan nel 2012. Pertanto un ultimatum dalla Russia sarebbe preso più seriamente da Pyongyang, rispetto alle continue minacce provenienti da Pechino. Inimicandosi la Russia, Pyongyang cadrebbe nell’isolamento più assoluto in quanto interromperebbe le relazioni diplomatiche con l’India e con alcuni Paesi dell’Africa sub-sahariana alleati della Russia.

 In breve, la politica della Corea del Nord, invece di aumentare le tensioni tra i suoi alleati storici e gli USA, sta ottenendo il risultato opposto. Nel caso in cui Pyongyang non ceda alle richieste del Consiglio di Sicurezza, è probabile che saranno proprio i suoi alleati a metter fine – o per lo meno a ridimensionare – alla postura strategica assertiva assunta da Kim Jong-un al fine di preservare i propri interessi nella regione.  

* Agnese Carlini è OPI Contributor e Intern presso l’International Security Department di Chatham House

[1] A. Mansourov, Kim Jong Un’s Nuclear Doctrine and Strategy: What Everyone Needs to Know, Nautilus Institute, December 16, 2014.

[2] J. S. Bermudez jr., A History of Ballistic Missile Development in the DPRK, Center for Nonproliferation Studies, Occasional Paper n. 2, 1999.

[3] J. Pollack, North Korea’s Shrinking Role in the Global Missile Market, July 29, 2011.

[4] S. H. Kim, Sympathy for the Devil ― How Best to Deal with NK, January 9, 2013.

Photo credits: AFP/Getty Images

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