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La corsa alla Casa Bianca 2016 entra nel vivo. Le primarie in Iowa si avvicinano

Creato il 24 gennaio 2016 da Pfg1971

La corsa alla Casa Bianca 2016 entra nel vivo. Le primarie in Iowa si avvicinano

Tra poco più di una settimana si terranno le primarie in Iowa, prima tappa per i due partiti americani verso le nomination alla presidenza 2016.

Queste saranno seguite poi dal confronto in New Hampshire, il 9 febbraio prossimo.

A poco tempo quindi dal primo passo per la scelta del successore di Barack Obama, la situazione resta molto fluida.

In campo repubblicano, il miliardario Donald J. Trump continua a dominare tutti i sondaggi del suo partito.

Secondo una rilevazione di Fox News, Trump manterrebbe un vantaggio nazionale sul suo immediato rivale Ted Cruz di ben 14 punti.

Al terzo posto vi sarebbe il senatore della Florida Marco Rubio, mentre gli altri candidati, tra cui Jeb Bush, sarebbero fermi tra il 4 e l’8%.

Continua quindi il dominio del miliardario di New York, malgrado i maggiori esperti di politica americana avessero predetto che, non appena si fosse iniziato a fare sul serio, passando quindi dai dibattiti estivi alla vera stagione delle primarie, la candidatura sopra le righe del magnate repubblicano si sarebbe sgonfiata.

Non è avvenuto perché Trump riesce a parlare molto meglio dei suoi competitor alla pancia del paese.

Quando dice che per lui il secondo emendamento, quello che permette di acquistare e portare armi liberamente, resta un dogma, dice quello che tantissimi americani pensano davvero.

Oppure quando sostiene che quando altre nazioni, in particolare quelle europee, usufruiscono della protezione militare americana dovrebbero pagare somme importanti al suo paese, non fa altro che interpretare quello che molti americani pensano, ma non osano dire.

Lo stesso discorso vale per la costruzione di un muro anti immigrati al confine tra Messico e Stati Uniti e così via.

Da parte sua, Ted Cruz con le sue idee anti immigrati e a favore di un bombardamento a tappeto contro le forze dell’Isis in Medio Oriente segue gli stessi filoni populisti battuti da Trump, ma vi riesce con minor credibilità.

In particolare, nel settore delle leggi sull’immigrazione, pesa su di lui, un emendamento alla riforma legislativa da Marco Rubio nel 2013 che avrebbe permesso una legalizzazione degli immigrati irregolari.

Una scelta che, confrontata con le sue posizioni attuali del tutto contrarie ad una riforma omnicomprensiva, e più a favore degli immigrati, lo fa apparire come poco serio e troppo incline a cambiare idea (in sostanza, come si usa  nel gergo politico americano, un flip-flopper).

Non solo, sempre secondo il sondaggio Fox News riportato sopra, ben il 10% dei votanti alle primarie repubblicane ritengono che sia un problema il fatto che Cruz non sia nato negli Usa, ma in Canada, pur se da una mamma americana (avendo quindi lo status perfettamente in linea con la prescrizione costituzionale di natural born Us citizen).

Tuttavia, la stessa candidatura di Trump non appare del tutto gradita nel campo del suo partito.

Pochi giorni fa, la National Review  ha pubblicato un numero in cui una ventina tra i maggiori esponenti conservatori del partito repubblicano hanno esposto le loro motivazioni contro la candidatura alla presidenza di Trump.

Non si tratta di nomi per addetti ai lavori, ma di persone molto influenti in ambito repubblicano, da William Kristol del Weekly Standard a John Podhoretz di Commentary.

A loro giudizio, come anche del senatore del North Carolina, Lindsey Graham, la nomination repubblicana a Trump costituirebbe una vera e propria rovina.

La principale ragione di ciò è dovuta alla scarsa considerazione del miliardario del sistema di alleanze e di relazioni create dagli Usa nei settanta anni successivi alla Seconda Guerra Mondiale.

Nel mondo ideale di Trump, gli Stati Uniti dovrebbero ritirarsi dal sistema internazionale per dedicare le risorse oggi spese per garantire la sicurezza dei propri alleati a utilizzi domestici e a diretto utilizzo dei propri cittadini.

Una visione che secondo alcuni sarebbe propria di molti politici americani del passato, tra cui il senatore Robert Taft, figlio del presidente William Howard Taft, e attivo sulla scena politica tra gli anni ‘40 e ’50.

Famoso per le sue posizioni isolazioniste, Taft tentò la strada della presidenza nel 1940 e nel 1948, ma senza esito e fu immortalato anche dal futuro presidente John Kennedy nella sua opera premio Pulitzer 1956, i “Ritratti del Coraggio”.

In una prospettiva simile a quella di Taft e Trump non avrebbe alcun senso la tradizionale visione di diffusione della democrazia e degli ideali americani nel mondo propri di intellettuali come Kristol e Podhoretz, elementi importanti del partito repubblicano e ispiratori delle scelte politiche di Bush jr.

Anche in campo democratico la situazione non è così chiara.

Malgrado sin dall’estate scorsa Hillary Clinton appaia come la naturale front runner dei democratici, man mano che la competizione si avvia al dunque, si moltiplicano i dubbi sulla tenuta della sua candidatura.

Il rivale principale, il senatore del Vermont Bernie Sanders appare sempre più credibile.

Nonostante una partenza in sordina e poche speranze di poter contendere con successo alla Clinton la nomination democratica, Sanders appare come la vera sorpresa della competizione presidenziale 2016.

Hillary non riesce a galvanizzare le folle: appare come un candidato che ha programmi e idee giuste e ragionevoli, ma appare freddo, calcolatore e non in grado di fare presa.

Sanders, invece, nonostante non sia giovanissimo, con le sue idee progressiste e di redistribuzione del reddito dai più ricchi ai più poveri, è riuscito a conquistare le simpatie e gli entusiasmi dei votanti democratici più giovani.

Non solo, il  maggior carisma di Sanders è riuscito a permettergli di raccogliere enormi risorse economiche, malgrado non abbia gli stessi legami che Hillary ha tra i maggiori finanziatori del partito democratico, da Wall Street ad Hollywood.

La popolarità del senatore è tale che secondo gli ultimi sondaggi, egli sarebbe in netto vantaggio su Hillary sia in Iowa e New Hampshire.

Il sostanziale “stallo” in cui versano i due partiti potrebbe essere quindi all’origine dell’indiscrezione, appena uscita sul New York Times, secondo cui, l’ex sindaco di New York, l’indipendente Michael Bloomberg, potrebbe presto entrare nella competizione per la Casa Bianca. Dotato di un patrimonio di 3,55 miliardi di dollari, Bloomberg sarebbe disposto a spenderne oltre un miliardo per ottenere la presidenza e riuscire quindi a sottrarla a candidati presunti deboli come Trump in campo repubblicano e Sanders in ambito democratico.   

La corsa alla Casa Bianca 2016 entra nel vivo. Le primarie in Iowa si avvicinano

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