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La crisi politica un pericolo per la ripresa economica: il dilemma del nuovo Egitto

Creato il 13 dicembre 2012 da Bloglobal @bloglobal_opi

di Giuseppe Dentice

La crisi politica un pericolo per la ripresa economica: il dilemma del nuovo Egitto
All’indomani della “vittoria diplomatica” conseguita al termine dell’ultima crisi nella Striscia di Gaza – crisi che ha rappresentato il primo vero test in politica estera dell’Egitto post-Mubarak – il Presidente Mohammed Mursi ha emesso un decreto presidenziale con cui ha stabilito che le dichiarazioni costituzionali e tutte le decisioni del Presidente saranno inappellabili davanti ai giudici. Al tempo stesso Mursi ha “messo al sicuro” anche la Costituente – boicottata dalle opposizioni, composta da islamici e che lo scorso 30 novembre ha approvato la nuova Carta costituzionale del Paese – dai ricorsi della magistratura, la quale non ha il potere né di sciogliere l’Assemblea in questione, né la Camera Alta del Parlamento (Majlis as-Shura), a cui spettano semplici poteri consultivi.

La reazione delle forze politiche di opposizione – tanto diverse e variegate, quanto distanti tra loro – e della popolazione egiziana – che ha ancora vivo il ricordo degli eventi del 2011 – non si è fatta attendere: il nuovo Egitto é stato ancora una volta teatro di scontri tra fazioni rivali, tra chi sostiene Morsi (i Fratelli musulmani e i salafiti) e chi – tra laici, musulmani, liberali e copti – ne contestava la scelta presidenziale, chiedendo al Capo dello Stato di tornare sui propri passi. Ancora una volta si sono consumati scontri particolarmente violenti davanti al quartier generale della Fratellanza musulmana e davanti al Palazzo presidenziale del Cairo – inducendo Mursi ad allontanarsi precauzionalmente da esso –, provocando 7 morti e il ferimento di oltre 200 persone.

Nonostante l’invito a partecipare al cosiddetto “dialogo nazionale” rivolto alle forze di opposizione (in primo luogo il Fronte di salvezza nazionale) da parte del Ministro della Difesa Abdel Fattah el Sisi (riunione poi rinviata a causa delle scarse adesioni registrate tra gli invitati), e nonostante il Presidente abbia ritirato il decreto del 22 novembre, la tensione al Cairo e nelle principali città del Paese continua a salire e, a poche ore del referendum popolare previsto per l’approvazione della Costituzione, la situazione politica resta quanto mai incerta. Rievocando la legge di emergenza che vigeva durante gli anni del regime di Mubarak, Mursi ha di fatto deciso di conferire all’esercito per un periodo temporaneo (fino al 15 e 22 dicembre, date, appunto, del doppio turno referendario), poteri di polizia, compreso quello di effettuare direttamente arresti. La stessa classe militare – il cui rapporto con il Presidente è stato quantunque caratterizzato negli ultimi mesi da tensioni – ha tenuto a chiarire che la cosa non implicherà un ritorno sulla scena politica, come avvenne lo scorso anno dopo la caduta di Mubarak, ma un intervento per evitare il dilagare della violenza e del caos in questo passaggio così delicato per la vita politica – ma non solo – del Paese.

La crisi istituzionale egiziana si lega, infatti, a doppio filo con le questioni economiche, vero tallone d’Achille per l’instabilità nazionale. Il pericolo più immediato per l’Egitto, infatti, non proviene dalla Costituzione o dal referendum, bensì da una congiuntura economica sfavorevole che lascia paventare un possibile default finanziario.

Lo scenario economico egiziano è preoccupante: nel 2012 si è registrato un rallentamento del PIL superiore al 2%, mentre l´inflazione ha raggiunto il 13%. Il tasso di disoccupazione è salito al 12% (con il 25% nella fascia giovanile) e le riserve straniere sono precipitate a 15 miliardi di dollari (dai 36,2 miliardi di dollari del dicembre 2010). Circa il 40% della popolazione è povera e il debito estero è condannato ad aumentare. Inoltre, negli ultimi anni la crescita dell’economia egiziana si è basata principalmente su un afflusso senza precedenti di investimenti diretti esteri e sui rendimenti derivanti dal turismo – settore in cui è impiegato il 12% della forza lavoro nazionale – e dai trasporti in transito lungo il Canale di Suez (nei primi dieci mesi del 2012, il canale egiziano è stato attraversato complessivamente da 14.469 navi, con un calo dell’1,7% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno).

Ecco che sullo sfondo della duplice difficoltà politica ed economica si inscrive la decisione concordata tra il governo del Cairo e il Fondo monetario internazionale (FMI) di rinviare ufficialmente il prestito di 4,8 miliardi di dollari concordato solo poche settimane fa. Come spiegato da un portavoce dell’Organizzazione che ha sede a Washington, “alla luce degli sviluppi sul terreno, le autorità (egiziane) ci hanno chiesto un rinvio”. La decisione del Cairo fa infatti seguito alla decisione di Mursi di rinviare l’annunciata applicazione di una serie di imposizioni fiscali che comprendevano la riduzione dei sussidi statali (in particolare per il settore energetico e alimentare), un aumento dell’IVA e una tassazione maggiore di beni e servizi di vario genere, tra cui sigarette, alcool e cellulari, fino a quando il Parlamento, che è stato sospeso dalla Corte Suprema, non tornerà a svolgere il suo ruolo e voterà in aula le misure.

Queste misure fanno parte di un programma di austerity presentato dal governo egiziano al FMI ed erano la conditio sine qua non affinché il Cairo potesse ottenere un prestito destinato a stabilizzare le finanze dello Stato. L’accordo preliminare firmato il 20 novembre scorso, e che dovrebbe essere concesso in tre tranches ad un tasso agevolato dell’1,06%, dovrebbe diventare definitivo il 19 dicembre, quando l’Egitto riceverà la prima quota per rilanciare la propria economia dissestata e dare fiducia agli investitori nazionali ed esteri. Ma a questo punto non può più considerarsi certo.

La decisione di Mursi di sospendere il decreto – così ha detto Yasser Alì portavoce del Presidente egiziano – ha un chiaro significato politico volto a creare sostegno e più empatia possibile con l’elettorato nazionale che nei prossimi giorni sarà chiamato a decidere le sorti del Paese. Tuttavia, questa mossa rischia seriamente di mettere a rischio l’eventualità di usufruire del prestito e degli gli altri aiuti internazionali ad esso collegati che hanno un valore complessivo di circa 14,5 miliardi di dollari. Così alla linea adottata dal Premier Hisham Qandil, a lungo impegnato in prima persona in questi mesi nelle trattative con il FMI, fa da contraltare quella di Mursi, volta a consolidare la propria credibilità interna anche attraverso misure a carattere economico, come, appunto, la sospensione delle tasse e del taglio ai sussidi statali (che rappresentano alla voce spesa circa il 10% del PIL). Misure che sarebbero tuttavia necessarie a ridurre il pesantissimo deficit di bilancio che nel 2012 ha raggiunto l’11% del PIL (18,3 miliardi di dollari) e utili a ridare fiato al costante crollo delle riserve valutarie estere.

Le carte sul tavolo, tuttavia, sono molte di più. Il prestito dell’organizzazione di Washington non è, infatti, il solo aiuto internazionale che l’Egitto sta trattando: circa 18 miliardi dovrebbero giungere dai Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo, altri 20 dovrebbero giungere dai Paesi del G8 ed, infine, l’Unione Europea, attraverso la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BERS), dovrebbe stanziare, secondo quanto stabilito nella prima task force avviata lo scorso 14 novembre, ulteriori 3,5 miliardi di euro. Già nello scorso settembre, in piena campagna elettorale statunitense, il Presidente Barack Obama aveva cancellato a favore dell’Egitto una parte consistente del debito estero nei confronti di Washington (circa 1,3 miliardi di dollari) in cambio di un maggiore impegno del Cairo in programmi di sicurezza e difesa nel Sinai e lungo il confine della Striscia di Gaza e aveva concesso un pacchetto di aiuti finanziari pari a circa due miliardi di dollari. Anche Arabia Saudita e Qatar hanno proposto singole donazioni al Cairo: Riyadh ha offerto circa 5 miliardi di aiuti e investimenti in vari settori strategici nazionali, mentre Doha ha versato circa 2 miliardi di dollari in riserve valutarie nei depositi della Banca Centrale egiziana.

La crisi istituzionale egiziana e la paralisi della ripresa economica aprono dunque foschi scenari nel Paese nordafricano: se venissero revocati gli aiuti, si potrebbe di fatto aprire una nuova stagione di instabilità nella già travagliata transizione nazionale egiziana. Le speranze per una rapida ripresa sono dunque quanto mai dettate unicamente dalla capacità delle autorità locali di garantire stabilità e sicurezza politica. Pena il baratro per uno dei Paesi chiave per gli equilibri del Grande Medio Oriente.

*Giuseppe Dentice è Dottore in Scienze Internazionali (Università di Siena)


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