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“La felicità dell’attesa” di Carmine Abate. Quando i migranti erano gli italiani.

Creato il 27 ottobre 2015 da Leultime20 @patrizialadaga

Ci sono romanzi che fin dall’incipit sai che ti terranno a lungo prigioniera. La felicità dell’attesa di Carmine Abate (Mondadori) è uno di quelli.

Il primo a partire fu Carmine Leto, il nonno paterno di cui porto il nome.

Chi saranno gli altri a partire da Hora, luogo immaginario e allo stesso tempo reale, identificabile con Carfizzi, il paese natale di Abate in provincia di Crotone, ma soprattutto il perché di queste partenze, il lettore lo scoprirà attraverso una lettura che si fa via via più densa di personaggi, luoghi e memorie. Non è la prima volta che Abate affronta il tema dell’emigrazione dei nostri connazionali, eppure la sua scrittura resta fresca e vigorosa almeno quanto i suoi protagonisti.

La felicità dell’attesa è un’escalation di addii e di ritorni, di amori e patimenti, di piccole gioie e grandi delusioni che intrappolano il lettore e lo costringono a un ritmo di lettura inarrestabile, perché il desiderio di conoscere il destino di ogni personaggio supera la stanchezza e il bruciore degli occhi fissi sulla pagina.

2ce76043807c9a5236755c2d64892eacIl romanzo di Abate è la storia della famiglia Leto, narrata in prima persona da colui che è facilmente identificabile come l’alter ego dell’autore, quel Carmine Leto che ha bisogno di riconciliarsi col suo passato narrandolo con una prosa originale e un lessico unico, che spesso unisce le meraviglie dell’italiano del sud con la lingua arbëreshë (quella degli italiani di origine albanese):

Anni zuccherigni. Sì, mi hanno lasciato in bocca un frullato di bottafichi, anguria e cachì alla vaniglia, i miei frutti preferiti: inzomma il sapore della cuntentizza.

Ne La felicità dell’attesa Carmine Abate/Leto ripercorre un secolo di storia e di faticose migrazioni con una naturalezza sorprendente, poiché intreccia vite e personaggi meritevoli da soli di fare da protagonisti ciascuno di un romanzo differente. Tanta abbondanza non deve spaventare, la lettura scorre e avvince, ma soprattutto emoziona.

Le generosità narrativa di Abate non si limita alla quantità di attori presenti sulla scena, ma alla sua capacità di tratteggiarli con rara accuratezza, delineandone con maestria non solo le peculiarità fisiche, ma soprattutto gli attributi emotivi. Di ogni membro della stirpe dei Leto si arriva a conoscere fragilità e sicurezze, timori e rancori, passioni e sensi di colpa, in un crescendo emotivo di straordinaria bellezza. Lo stesso avviene per i luoghi: odori, colori e sapori varcano il confine della pagina scritta per regalare al lettore un’immagine nitida delle terre povere ma piene di cuore di Hora, delle caotiche strade di New York e degli alloggi spesso miseri riservati agli emigrati.

Il romanzo, che unisce il 70% di realtà e il 30% di invenzione, come mi ha rivelato lo stesso Carmine Abate nel corso della nostra intervista (che sarà online fra pochi giorni), ha per protagonista assoluta “l’assenza”, un vuoto lasciato dalle persone amate che tutti i personaggi tenteranno di riempire nel corso della loro esistenza come meglio potranno.

Di certo, una delle vicende più intriganti del libro è quella che riguarda Jon Leto, padre di Carmine, la voce narrante e del suo amore giovanile per Norma Jean, che pochi anni più tardi il mondo conoscerà come Marilyn Monroe. Una storia fatta di attesa che procura felicità e dolore allo stesso tempo:

…da quel giorno cominciai a capire un’altra verità sulla ferita dell’assenza. Mio padre non è stato assente come tanti padri emigranti solo perché era fisicamente lontano, suo malgrado, per motivi di lavoro. È stato assente perché in tutta la sua vita ha cercato invano di rielaborare il lutto per la morte del padre e del fratello, continuando nel frattempo a sperare di rivedere Norma, soffiando sulle braci vive del suo amore sotto la cenere, anche dopo la nascita di noi figli, anche dopo la scomparsa di Norma, che per lui non era morta veramente: a morire era stata Marilyn Monroe.

 Carmine Abate ha scritto un grande romanzo, ricco di personaggi indelebili (tra questi merita di essere citato il campione di bowling Andy Varipapa) che danno vita una saga familiare che meritava senz’altro di essere raccontata e che, come fa presagire l”epilogo provvisorio” che chiude il libro, potrebbe avere un seguito.

Speriamo.

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