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LA FINE DEI FURBETTI DEL QUARTIERE CON PROBLEMI PENALI E LA RICERCA DI SOLDI PER NON FAR FALLIRE LE LORO SOCIETà

Creato il 19 agosto 2011 da Madyur

Quando i furbetti del quartiere non tramontano mai. Era 6 anni fa , a luglio, che Stefano Ricucci sposava Anna Falchi nella sua villa di 34 stanze all’Argentario. Una cerimonia per pochi intimi , meno di trenta invitati. L’odontotecnico fallito e rinato come immobiliarista ha deciso di trascorrere una luna di miele inconsueta. Invece dei baci con Anna è andato a contare pacchetti di azioni Bnl insieme ad altri amici per l’attacco al blocco BBva-Generali-Della Valle.

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Le amicizie del buon Ricucci comprendeva il ricchissimo Francesco Gaetano Caltagirone , l’istanza apicale di Bankitalia , come amava chiamarsi Antonio Fazio, il suo pupillo della Popolare di Lodi Fiorani , l’ingegnere delle coop rosse Consorte , i bresciani e le loro finanziarie con elenchi soci lunghi come le pagine gialle. Infine c’erano le giovani promesse della finanza : Giuseppe Statuto, Danilo Coppola, Stefano Ricucci.

Le armi dei giovani ruspanti erano immobili di pregio comprati , venduti e rivenduti fra amici e prezzi sempre più alti. Soldi virtuali prodotti da un’accumulazione primaria di cui nessuno conosceva né conosce l’origine. L’estate 2005 , inferno per i furbetti, ha prodotto arresti, processi , rinvii a giudizio e condanne in primo grado. Per adesso la sentenza più pesante è toccata a Fazio, quattro anni. Ma nel calcolo tra appelli , riduzioni e prescrizioni , i verdetti di colpevolezza sono rimasti sono macchia morale.

Il futuro dei due nuovi furbetti non è in un’aula del tribunale penale. La loro lotta è concentrata sul salvataggio del salvabile. Condannati si, ma rovinati giammai. E per i furbetti non è tutto perduto. In 6 anni hanno subito colpi giudiziari e patrimoniali.Ma avevano così tanti soldi e fatti in fretta , che hanno ancora una montagna di milioni. C’ da scommettere che tra alcuni anni saranno ancora in piena attività.

Stefano Ricucci deve trovare soldi per non fallire, ma gli risulta difficile. Il suo creditore principale è brutto e tedesco. Eurohypo del gruppo Commerzbank vuole una cifra tra 120 e 140 milioni , per non far saltare il gruppo Magiste. Il debito totale sarebbe 240 milioni , secondo Eurohypo, o 210 milioni per Ricucci. Ma uno sconto è nell’ordine delle cose. Per ora ci sono solo procedimenti, 35 da parte di Magiste contro Eurohypo , che hanno comportato il blocco delle vendite degli immobili sul mercato.

Qualche mese fa la Bpm sembrava intenzionata a deliberare 70 milioni di euro a favore della Magiste. In seguito ne era prevista un’altra per un importo simile. L’operazione è stata fermata dal consiglio della banca , che ha già problemi di suo. Peccato perché così Ricucci si sarebbe tolto di dosso i finanzieri tedeschi.

Il centrodestra è nel cuore del furbetto romano.Uno degli avvocati, infatti, che si occupa di lui è Donato Bruno ,deputato Pdl ed ex presidente della commissione Affari Costituzionali, amico Gianni Letta e di Cesare Previti, il vicino di casa di Ricucci all’Argentario. L’altro appoggio nel Pdl è Gaetano Armao , avvocato anche lui e assessore all’economia della regione siciliana. L’assessore è stato console onorario del Belize, il paese dove Ricucci aveva annunciato e poi smentito il suo secondo matrimonio con Claudia Galanti. Inoltre è trustee , ossia fiduciario , dello Stefano Ricucci trust delle Isole del Canale.

Il trust di Guernsey è in cima alla catena delle proprietà ricucciane. Essendo un soggetto estero , è al riparo nei procedimenti contro Magiste International , che è fallita ed è stata rimpatriata in Italia , era di sede a Lussemburgo. I tedeschi si sono dovuti accontentare di una trentina di milioni da qualche liquidazione secondaria e altri 40 milioni dalla cessione dell’immobile milanese di via Cervia. Le due vendite importanti , in via Borroemi e in via Pellico , sempre a Milano , sono state revocate dopo un’assegnazione provvisoria per 86,5 milioni di euro nel 2010. Il complesso di via Borromei è sfitto dopo la risoluzione del contratto da parte di Mediobanca. Al momento gli immobili Ricucci producono solo spese di imposte e manutenzione.

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L’altro furbetto è Danilo Coppola , finito in carcere il primo marzo 2007, quasi un anno dopo il compagno di scalate. Il 27 marzo 2007 ha tentato il suicidio in cella , poi ha avuto un arresto cardiaco. Ai tempi d’oro Coppola aveva il 5% di Mediobanca , una fetta di Bnl e di Intermobiliare e immobili come il Grand Hotel di Rimini , il Grand Hotel di via Veneto a Roma, la sede della Fao e il Lingotto di Torino per un patrimonio stimato in 3,5 miliardi di euro. I soldi non si sa da dove siano arrivati , guardando le società si scoprono società estere con nomi egizi o maya.

Nel suo nuovo sito , inaugurato a fine giugno, Coppola spiega il suo successo: tra il 1995 e il 2000 Coppola individua terreni che a breve riescono ad avere un notevole incremento di mercato. Forse sono queste sue ingegnosità a convincere il grande banchiere Geronzi a dargli una mano.

Coppola , condannato a sei anni in primo grado per il fallimento della Micop, ora si è messo a posto con l’Agenzia delle entrate. Le vicende el gruppo hanno portato a un’esposizione fiscale per oltre 600 milioni di euro. Grazie al maxi sconto ha pagato solo 190 milioni. Coppola ne ha consegnati 150 e non dovrebbe avere problemi a saldare il conto. La disponibilità di fondi è garantita dalla megaplusvalenza da 200 milioni del pacchetto Bnl , comprato a un euro e venduto nel luglio 2005 a 2,7 euro.

Il centro affari di Coppola è ancora nel cantiere Porta Vittoria , rilevato da un altro arrampicatore andato a male , Luigi Zunino. Per ripartire con i lavori ci vorrebbe un rifinanziamento. Ma il credito di 180 milioni è stato messo a repentaglio da un nuovo processo per bancarotta partito alla fine di maggio. Fra i sostenitori di Coppola c’è il Banco Popolare. Fra i prudenti c’è Unicredit. Fra i critici c’è la svizzera Banca Arner. Il pagamento delle tasse ha portato a dissequestri che ammontano a 40 milioni di euro.

Il terzo dei furbetti che furono c’è Giuseppe Statuto. Rispetto agli altri è un uomo di poche dichiarazioni , abbigliamento corretto , capelli corti e nessuna concessione ai vizi esagerati. Ma la sostanza era simile. Castelli societari con controlli nei Caraibi , immobili venduti e ricomprati , debiti con le banche e derivati spericolati con Italease prima del crack causato da Faenza.

Lo scorso giugno la Procura di Roma ha chiuso un’inchiesta durata tre anni su Statuto. L’accusa era associazione a delinquere e riciclaggio , che vedeva coinvolti i principali collaboratori dell’immobiliarista e 18 società da lui controllate. Le vendite della scoeità sono imposte da un indebitamento con il sistema bancario di 1,6 miliardi , in gran parte con il Banco Popolare che si è preso , fra l’altro, l’edificio di Parco de’ Medici a Roma che ospita la Telecom e la torre del centro direzionale dove ha sede la Regione Campania. Merrill Lynch ha convertito il suo credito con Statuto in 35% dell’hotel milanese Four Reasons , acquistato per 250 milioni di euro.

Sono andate via , in svendita, i gioielli al Parioli di Roma e al Brera di Milano. Sono rimaste alcune cose, ma le società controllate ora dalla Michele Amari, holding di Statuto, sono la metà rispetto agli anni d’oro. Si sono sciolti legami importanti con Luigi Carraro, figlio di Franco. L’espansione statunitense ha visto frantumarsi con la crisi immobiliare. Statuto tiene una presenza forte negli alberghi ma il mercato è duro per tutti, e si pensa che nel 2013 finiranno in vendita immobili per 20 miliardi di euro.


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