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La finestra sul porcile: C’ERA UNA VOLTA A… HOLLYWOOD

Creato il 21 settembre 2019 da Cicciorusso

La finestra sul porcile: C’ERA UNA VOLTA A… HOLLYWOOD

Su Quentin Tarantino i concetti da ribadire sono all’incirca tre: è largamente sostenuto il fatto che un regista del genere lo si ama, oppure lo si odia, e io sto con i primi. Ho visto ogni suo film al cinema nei giorni a ridosso dell’uscita a partire da Pulp Fiction, e, pur non apprezzando a prescindere la sua intera filmografia, finisco per andarci piuttosto vicino.

Il secondo punto è un’idea che ho elaborato a furia di rivedere i suoi film, in particolar modo quelli appartenenti al secondo corso inaugurato con Kill Bill vol. 1. Quentin Tarantino alterna opere minori e personali a film un po’ più da incasso. Django Unchained è il perfetto prototipo di un suo film da incasso, lineare, pieno zeppo di morti eppur con un messaggio e un finale socialmente accettabili. The Hateful Eight, che infatti la tediosa critica contemporanea non gli ha voluto perdonare, era roba molto più sua, voluta, così come il giocattolino Death Proof. C’era una volta a Hollywood, scusate se ometterò i puntini di sospensione ma non li sopporto a prescindere, riesce ad essere entrambe le cose. Probabilmente è la seconda volta che questo fenomeno si verifica platealmente all’interno della sua filmografia. La prima fu con Jackie Brown, dalle grandi idee e intuizioni, ma per il quale non sono mai riuscito ad impazzire.

La finestra sul porcile: C’ERA UNA VOLTA A… HOLLYWOOD

E poi c’è la questione della durata. Quentin Tarantino utilizza quasi sempre il solito escamotage: annuncia un film ambientato in una certa circostanza per poi parlare di tutt’altro. Così come Bastardi senza gloria non era affatto un film di guerra, e Django Unchained non un western bensì una storia di schiavismo e libertà, qua la “famiglia” affiliata a Charles Manson ci sta tanto quanto in Bastardi senza gloria ci stavano gli stessi Bastardi. Li vedevamo, eccome, ma non li vedevamo mai all’interno di una delle loro operazioni militari di sabotaggio, escludendo così che il suddetto potesse qualificarsi come un autentico film di guerra.

Mi soffermo su questa circostanza poichè in molti sostengono che Quentin Tarantino allunghi eccessivamente le sue storie. Ieri sera ho avuto quella sensazione di deja vu pure io, ma in realtà il problema era molto più circoscritto che all’apparenza. La prima mezz’ora di The Hateful Eight è allungata con dialoghi superflui su politica e secessione, contribuisce a caratterizzare due personaggi chiave ma ammazza il film nel momento in cui dovrebbe calarti al suo interno. C’era una volta a Hollywood, dal canto suo, non è particolarmente diluito, proprio perché la sua vera storia è quella sul cambiamento della scena cinematografica sul finire dei Sessanta: ha un bisogno vitale di tutte quelle parti che potrebbero ritenersi un surplus.

La finestra sul porcile: C’ERA UNA VOLTA A… HOLLYWOOD

C’era una volta a Hollywood è il genere western che gradualmente andava in pensione, il riciclarsi ai fini della sopravvivenza da parte di un attore, il mutare della sua vita privata in parallelo alla carriera, mentre, in contemporanea, avveniva l’ascesa inarrestabile di altri volti noti. Il tutto attraverso la storia di Rick Dalton. La trama di C’era una volta a Hollywood è questa qua, e semmai è proprio Charles Manson che va ad allungarla, perchè inserendo la figura del villain, Tarantino riuscirà a mettere la firma su un qualcosa che riconoscevamo “suo” per le inquadrature, per quegli stracazzo di piedi, per i dialoghi brillanti. Ma non per la violenza, o per il raggiungimento di quei climax tipici dello scantinato di Bastardi senza gloria, o della lotta nel camper di Kill Bill vol. 2, titolo al quale le atmosfere di oggi si avvicinano pure, aggiungendovi il lusso e i vizi di Pulp Fiction e virando – nei toni – a cavallo tra commedia e dramma. Ma se analizziamo il film dal punto di vista della questione Manson, otterremo un cortometraggio di mezz’ora con infiniti sproloqui a suo contorno. In pratica, la mia recensione dei Tool.

Come scrissi appunto in quel pezzo, che cosa ne rimane di concreto? Secondo me, un bellissimo film. Fotografia e montaggio a livelli pazzeschi, riprese in esterni come mai gli erano riuscite in passato – finale di Death Proof a parte – recitazione e gestione dei personaggi assolutamente sopra le righe con particolare menzione alla clamorosa coppia Dalton/Booth, una roba a cui ci si affeziona, punto. Fra le seconde linee, ho apprezzato in particolar modo il ruolo di Timothy Olyphant (Hitman, L’acchiappasogni).

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E il tagliabile? Naturalmente c’è, ma a differenza della mezz’ora che apriva The Hateful Eight – bellissimo, ma iniziava troppo a rilento – si tratta di brevi passaggi come il momento dell’ acquisto del libro prenotato da Sharon Tate. A che serviva? Quentin Tarantino lo sa, aveva in mente quel titolo e da qualche parte, probabilmente, voleva infilarlo. Il personaggio memorabile, l’Hugo Stiglitz o l’Hans Landa della situazione, è indubbiamente il Cliff Booth interpretato da Brad Pitt. Sua prova attoriale più maiuscola dai tempi di Fight Club, incolla al film un tono ai limiti della commedia grottesca per tutta la sua durata, mezz’ora finale esclusa, pur avendo a che fare con l’individuo dietro al quale si cela la più alta concentrazione di ambiguità e predisposizione alla violenza.

Per quanto riguarda le figure maggiormente manipolate e revisionate, si potrebbe dire che Quentin Tarantino si sia divertito a irridere Bruce Lee e Charles Manson stesso, macchietta il primo, scoppiato di mezza tacca l’altro. Il fatto di avere individuato un personaggio da perculare e utilizzare in funzione del sorriso è accettabile in una riproduzione non fedele dei Sessanta hollywoodiani come la sua. Naturale, però, che al giorno d’oggi al regista daranno dell’istigatore al razzismo per l’ennesima volta, e sono certo che abbia perfettamente imparato a conviverci. Essendo infine Manson un elemento satellite e non centrale ai fini della trama, un po’ come fu portato all’estremo l’Adolf Hitler schizofrenico, isterico e in balia del suo ego di Bastardi senza gloria, trovo perfettamente sensato che il criminale dello Spahn Ranch si sia ritrovato cucito addosso un simile appeal caricaturale.

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Adorabili, in conclusione, gli spezzoni di film che vedono protagonista l’ottimo Rick Dalton di Leonardo Di Caprio, ed occhio ai titoli di coda. Si va dal poliziesco all’italiana all’action movie esotico, passando per una valanga di western ora di buona tensione, ora sfacciatamente parodistici. La costante è la perfetta ricreazione di costumi, set ed effetti visivi dell’epoca attraverso un sapiente utilizzo delle attrezzature, degli obiettivi, e delle persone. Non riesco proprio a lamentarmi di questo regista che ad ogni uscita si porta appresso un curriculum di peculiarità che potremmo anche bollare come difetti autoriali causati dal citazionismo, dalla spinta auto referenziale e dal suo forte egocentrismo. Lui è fatto così, ma potessero uscirne quattro o cinque all’anno, di film di un livello di scrittura, recitazione e regia del genere. Arrivederci al prossimo, convinto che il decimo non sia l’ultimo per un tale che di Cinema, di fatto, è come drogato. (Marco Belardi)


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