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La frammentazione del fronte insurrezionale afghano: da guerra di liberazione nazionale a jihad globale? (CeMiSS 8/2015)

Creato il 17 novembre 2015 da Asa
di Claudio Bertolotti
CeMiSS - Osservatorio Strategico 8/2015 pp. 135-141 ISBN 978-88-99468-10-1
La frammentazione del fronte insurrezionale afghano: da guerra di liberazione nazionale a jihad globale? (CeMiSS 8/2015)
Le dinamiche del campo di battaglia: la presa di Kunduz.
Il 28 settembre i taliban hanno conquistato temporaneamente la città di Kunduz, cacciando le forze di sicurezza afghane e occupato gli edifici governativi, le caserme della polizia e le infrastrutture militari.
Quanto accaduto a Kunduz (quinta più grande città dell’Afghanistan e capitale provinciale) è un episodio che va a sommarsi al processo di espansione insurrezionale nel sud e nell’est del paese e rappresenta il più grande successo ottenuto dai taliban in 14 anni di guerra di resistenza: un chiaro esempio di capacità tattica e mediatica dal lato dei taliban (e di tutti i gruppi di opposizione armata insurrezionali) e al tempo stesso di incapacità operativa e strategica dal lato delle forze di sicurezza afghane (forze che, come dimostrato, non sono in grado di garantire un livello minimo di sicurezza nonostante gli immensi sforzi fatti dalla Comunità internazionale).
I soldati di Kabul non mancano di coraggio, tutt’altro, ma mancano di elementi ben più importanti: la capacità operativa, quella intelligence, il coordinamento sul campo di battaglia, il supporto aereo e quello logistico – più della metà dell’esercito non è in grado di operare autonomamente senza il supporto delle forze di sicurezza straniere; supporto che è venuto a mancare con la chiusura della missione ISAF (il 31 dicembre 2014) e l’avvio della missione NATO ‘Resolute Support’.
E la debolezza militare segue quella politica di una diarchia di potere (si veda oltre) incapace di realizzare quanto promesso durante la campagna elettorale: un Afghanistan migliore e sicuro.
E oggi i taliban, quegli stessi che hanno conquistato Kunduz, si trovano così a muoversi su due piani paralleli:
1.   da un lato il campo di battaglia vero e proprio dove i risultati dimostrano che l’opposizione afghana è capace di colpire e ottenere obiettivi altamente simbolici (la fuga del governo locale, la cattura di soldati, l’occupazione di basi militari) e remunerativi dal punto di vista dell’immagine (come l’ampia diffusione mediatica della notizia e delle immagini ha dimostrato);
2.   dall’altro il fronte politico-diplomatico che li potrebbe condurre verso un tavolo negoziale favorevole e che garantirebbe loro l’accesso a forme di potere, e una spartizione de facto del paese (cosa che in effetti è già in essere).
D'altronde, dobbiamo ricordare come anche nei momenti di massimo dispiegamento di truppe straniere in Afghanistan le zone rurali e periferiche in buona parte siano sempre state fortemente infiltrate dai gruppi di opposizione armata (GOA); non è una novità, ormai da circa 10 anni i taliban sono in grado di muoversi e operare, pur non avendo capacità di controllo permanente del territorio, in circa l’80 percento del paese, il che equivale a tutta l’area extraurbana dell’Afghanistan. E l’attacco di Kunduz, così come lo sono gli attacchi quasi quotidiani che avvengono a Kabul, tendono a dimostrare una capacità operativa che è conseguenza di un approccio e una visione strategici dei taliban di tutto rispetto.
L’Italia ha ancora più di 700 soldati impegnati nel teatro operativo afghano che vanno a costituire il totale delle 10.000 unità della Nato della missione ‘Resolute Support’; in tale contesto, l’episodio di Kunduz appresenta un episodio che si va a inserire in un più ampio scenario e che, con buona probabilità, andrà a influire sulle scelte strategiche statunitensi in termini di permanenza delle truppe sul suolo afghano nel breve-medio periodo. Gli Stati Uniti sono infatti in fase di ri-pianificazione e ricollocamento delle truppe sul terreno; conferme sul mantenimento a livello attuale delle truppe che porterebbe  al mantenimento quantitativo sul livello attuale che consta di circa 10.000 truppe statunitensi, alle quale vanno ad aggiungersi le unità della Nato – due missioni differenti ma strettamente collegate tra di loro; numeri teoricamente ridimensionabili ma che, data la situazione attuale e l’espansione del fenomeno insurrezionale in tutto il paese, potrebbero essere riconsiderati nel processo di disimpegno e ritiro delle truppe inducendo a una stabilizzazione sul livello attuale fino a tutto il 2016.
In estrema sintesi, ecco cosa rappresenta la battaglia di Kunduz oggi:
-   è il più grande successo militare in 14 anni;
-   evidenzia l’inadeguatezza delle forze di sicurezza afghane;
-   complica il ritiro delle truppe statunitensi e della Nato in Afghanistan, che potrebbero essere mantenute agli attuali livelli sino a tutto il 2016;
-   dimostra e conferma che i taliban sono una realtà molto forte con cui ci si deve interfacciare, anche formalmente, e includere nel processo politico;
-   è una fonte di forte imbarazzo per il governo di Kabul.
Vi è però un’incognita: il processo di frammentazione interna conseguente alla morte del mullah Omar: riuscirà la nuova leadership taliban a unire le diverse fazioni? Non è cosa facile e i recenti attriti, di cui si parla in questo contributo, lo dimostrano. E a trarne vantaggio sarà un nuovo attore che ha fatto la sua comparsa (da poco meno di un anno) in Afghanistan: IS/Daesh, lo Stato islamico.
Dalle dinamiche del campo di battaglia ai fattori interni caratterizzanti la realtà del fronte insurrezionale.
A nove mesi dalla conclusione della missione ISAF e dall’inizio del nuovo impegno della Nato con la ‘Resolute Support’ mission, sono aumentati gli attacchi e le azioni dei gruppi di opposizione armata afghani ai danni delle forze di sicurezza della Nato e delle istituzioni afghane, quest’ultime sempre più in balia, da un lato, di un’ondata di violenza caratterizzata da azioni sempre più spettacolari e capaci di provocare un elevato numero di morti e feriti e, dall’altro lato, di un’instabilità politica sempre più preoccupante.
E ancora, se da un lato la diarchia di potere Ghani-Abdullah – il primo presidente e il secondo CEO (Chief executive officer), incarico quest’ultimo formalmente non previsto dalla Costituzione – ha portato a una sostanziale e cronica empasse politica, dall’altro assistiamo a uno sviluppo incrementale del fenomeno insurrezionale che si alimenta attraverso due fattori significativi che si sono recentemente imposti.
Il primo, da tempo monitorato dall’Osservatorio Strategico attraverso questa rubrica, è la penetrazione asiatica del fenomeno IS/Daesh, l’imposizione di successo del suo ‘premium brand’ e il progressivo aumento di un ruolo attivo sul campo di battaglia vero e proprio e su quello, maggiormente importante, mediatico; un aumento di attività operative, mediatiche e politiche finalizzato ad attirare le donazioni straniere e i finanziamenti per la condotta di un jihad in Afghanistan che, da guerra di liberazione nazionale, sta trasformandosi sempre più nella variante asiatica di quel ‘Nuovo Terrorismo Insurrezionale’ (NIT) che sta travolgendo l’area del Medio-oriente e del nord Africa, dal Syraq a quello che resta della Libia, e che ha ormai definitivamente stravolto la geografia politica dell’intero arco grande-mediorientale a cominciare, dall’area MENA.
Il secondo è dato dalle dinamiche interne al fronte insurrezionale afghano, mai stato di fatto unito, che dal cambio di vertice conseguente alla morte dello storico leader taliban, il mullah Mohammad Omar, si è avviato verso un repentino processo di frantumazione interna che ha destabilizzato l’intero fronte di opposizione armata – e non solamente del principale movimento, quello dei taliban afghani. Alla fazione del Mullah Akhtar Mansour, che al momento occupa la posizione di vertice, si contrappongono, anche energicamente, le altre correnti di pensiero e tutte le parti escluse dal processo di spartizione delle cariche, e del conseguente potere.
La sostanza di questi due fattori ha dato vita a un circolo vizioso fatto di incapacità dello Stato afghano, competizione, conflitto, ricerca dell’attenzione mediatica attraverso la spettacolarizzazione della violenza.
Una situazione particolarmente critica che ha indotto l’amministrazione statunitense a confermare la presenza delle proprie truppe sino a tutto il 2016 e a prendere in considerazione la possibilità di mantenere un numero superiore di unità militari rispetto a quanto in precedenza annunciato; le opzioni al momento al vaglio, oltre all’opzione che prevede il ritiro già annunciato e la permanenza sul terreno di alcune centinaia di soldati, sono di 6.000, 8.000 o 10.000 unità (oltre al contributo della Nato).
Vediamo ora, più nel dettaglio, quali sono i fattori dinamizzanti del fronte insurrezionale afghano.
Il richiamo all’unità del fronte insurrezionale: verso una guerra tra fazioni?
Se sino al mese di agosto poteva sembrare che il dialogo preparatorio al processo di pace proseguisse in direzione di un esito favorevole, ora la questione si presenta come molto complicata, a causa dell’assenza di una posizione e una volontà univoche da parte dei gruppi componenti la galassia insurrezionale; da un lato i pragmatici e propensi al dialogo, dall’altra lo zoccolo duro intenzionato a proseguire una guerra che, ormai da quarant’anni, impone i propri ritmi e dinamiche alla società afghana. In mezzo la minaccia di un IS/Daesh sempre più aggressivo.
E se i vertici dei taliban hanno saputo muoversi e sedersi al tavolo delle trattative con raffinato pragmatismo, sfruttando la fine della missione ISAF, l’arretramento sostanziale della Nato, lo stallo politico afghano, i limiti dello Stato e delle sue forze di sicurezza, anche il loro principale supporter, il Pakistan, ha saputo imporsi con un ruolo di attore principale. Sino a questo momento. Ma le dinamiche sono cambiate, e stanno ancora cambiando, proprio a causa del disaccordo tra le fazioni dei GOA e la penetrazione aggressiva di IS/Daesh e, dunque, il percorso verso una soluzione negoziale basata sul power-sharing sembra sempre più lontano dal poter essere avviato.
Per quanto riguarda il ruolo del Pakistan, attore principale nello scenario regionale, esso appare ancora ambiguo tra una posizione propositiva nel contesto del processo di pace e le ambizioni mai nascoste di controllo sull’Afghanistan. Ciò potrebbe indurre a non escludere un coinvolgimento diretto del Pakistan nel rallentamento del dialogo negoziale, così da agevolare l’inserimento di taliban filo-pakistani all’interno della leadership insurrezionale al fine di influenzare le decisioni dei taliban filo-pakistani, in contrapposizione ad altre fazioni tra le quali quella che fa riferimento all’ufficio politico dei taliban in Qatar.
Il Pakistan trae vantaggio da un fronte insurrezionale diviso che gli consenta di poter trattare con ogni singolo gruppo, in collaborazione/competizione con gli altri; questo per ovvie ragioni di opportunità. La nomina di Mansour a successore del mullah Omar – e quella di  Sirajuddin Haqqani quale suo vice – è un elemento in grado di rendere dinamico lo sviluppo del futuro scenario e dei rapporti e delle relazioni tra il fronte insurrezionale e Islamabad, anche per quanto riguarda il legame tra il gruppo Haqqani e al-Qa’ida e la posizione statunitense di ccontrasto alle organizzazioni qaediste – sebbene sia prevedibile che ragioni di real-politik possano indurre verso approcci più pragmatici, e dunque di inclusione.
Un elemento da tenere in debita considerazione è l’approccio innovativo introdotto dal mullah Mansour. È la natura stessa del suo primo messaggio da ‘capo’ dei taliban a indicare un significativo cambio nella policy di comunicazione strategica, in contrasto con quella estremamente riservata del suo predecessore. La registrazione di un messaggio, e la sua diffusione attraverso il Web, sono funzionali a presentare il neo-leader del movimento nella sua nuova veste e, al tempo stesso, a cercare un consenso quanto più ampio possibile in un contesto dove molte voci contrarie si sono sollevate. E Mansour è oggi impegnato nella difficile opera di consolidamento del potere e nell’imporre un’autorità non ancora riconosciuta da tutti i leader del movimento. Il discorso di Mansour va in questa direzione, e lo fa attraverso un’efficace tecnica comunicativa utilizzando un tono pacato e senza l’ausilio di un testo scritto, appellandosi all’unità dei taliban e presentando sé stesso come un capo tollerante, conciliante, pragmatico.
Ma nonostante gli sforzi profusi, un riconoscimento condiviso deve passare anche attraverso il coinvolgimento dei rappresentanti religiosi, gli ulema (o mawlawi). Un processo non semplice che, pur nel tentativo di trovare una conciliazione tra le parti, non ha al momento raggiunto il suo scopo, come dimostrato dal confronto tra la delegazione dei mille rappresentanti religiosi e il Consiglio Supremo dello Stato Islamico (che si è concluso con un sostanziale nulla di fatto, fatta eccezione per le raccomandazioni espresse dai chierici in favore di una soluzione condivisa).
Analisi, valutazioni, previsioni
La lotta per il potere sta logorando la già scarsa unità di un fronte insurrezionale operativo al di qua e al di là della linea di confine tra Afghanistan e Pakistan e che si trova a dover bilanciare le ambizioni individuali, gli interessi dei gruppi di combattenti e quelle dinamiche tribali sinora contenute grazie al ruolo unificatore, ormai venuto meno, del mullah Omar.
Dinamiche, quelle indicate, i cui effetti ancora non sono definiti ma che avranno un impatto significativo sulla sicurezza regionale e che potranno condurre verso una crisi esistenziale proprio del principale movimento insurrezionale, i taliban, la cui conclusione potrebbe essere una frantumazione che porterebbe, da un lato, una componente ad aderire al processo di riconciliazione e, dall’altro, l’altra o altre componenti (la cui entità potrebbe essere significativa) ad aderire al piano di espansione di IS/Daesh anche in Af-Pak; uno sviluppo del fronte insurrezionale che deve preoccupare poiché IS/Daesh è sul piano sostanziale, come su quello ‘comunicativo’, una minaccia ben più critica di quanto non lo siano i taliban o al-Qa’ida poiché gode di tutti quei vantaggi che derivano dal fattore ‘novità’, dagli echi dei successi sul campo di battaglia e, di conseguenza, dall’elevata capacità propagandistica e di reclutamento.
E se la Comunità internazionale assume una posizione di attesa, i due fronti insurrezionali si dividono su due opzioni.
La prima è quella di continuare a combattere, proseguendo nel percorso avviato quattordici anni fa ma senza la forza simbolica del leader storico, la cui morte è stata tenuta nascosta per due anni dall’attuale leadership del movimento (con conseguente rischio di perdita di fiducia da parte della base).
La seconda consiste nel trovare, attraverso il processo di riconciliazione, un ruolo all’interno della società afghana per gli ex-mujaheddin; un processo non semplice dato l’alto livello di disoccupazione.
Nel complesso delle dinamiche regionali, il governo afghano potrebbe (dovrebbe) cogliere l’occasione per stabilire un rapporto diretto con i taliban, dividendo il fronte tra chi vuole essere parte del processo di riconciliazione da quelli che invece intendono continuare a combattere. Ma al momento tale iniziativa è assente e il governo afghano, bloccato da una con-divisione del potere inefficace, non pare aver colto l’occasione data dalle difficoltà dei taliban. Il risultato è che l’IS/Daesh è divenuto una valida alternativa, accattivante e determinata.
La frammentazione del fronte insurrezionale afghano: da guerra di liberazione nazionale a jihad globale? (CeMiSS 8/2015)

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