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La gaia mensa: il racconto di Eleogivio Tani “Pane, vino e amore”

Da Silviamaestrelli
La gaia mensa: il racconto di Eleogivio Tani “Pane, vino e amore”
Per La gaia mensa, il quarto concorso letterario di Villa Petriolo, pubblichiamo oggi il racconto di Eleogivio Tani “Pane, vino e amore”. Buona lettura!
Eleogivio Tani nasce a Lugo di Ravenna il 1° febbraio 1947 da padre pittore e scultore romagnolo e da madre pugliese, nel 1968 si diploma a Ravenna perito industriale con una votazione prestigiosa.
Richiesto dalla IBM – Italia (computers) lavora nel 1969 a Vimercate (Milano) presso il controllo della qualità’ e grazie alla borsa di studio inizia l’università.
Nel 1977 diventa caposervizio quadro dirigenziale alla Magneti Marelli dove cura il servizio verso la grande clientela ( Fiat, Ferrari, Alfa Romeo, etc.) e dopo avere studiato Economia e Commercio presso la Università’ Cattolica di Milano, partecipa alla marcia dei ‘Quarantamila’ a Torino.
Da oltre 40 anni compone poesie, anche se la sua produzione è discontinua ottiene sempre premi in occasione delle sue rare partecipazioni a concorsi letterari.
Nel 2010 Eleogivio pubblica il romanzo “CALDO SOTTO LA NEVE. La mia lotta ventennale contro il tumore”.

Racconto “Pane,vino e amore” di Eleogivio Tani
A Vinci, lungo il viottolo che porta alla casa di Gino Varbali che sale e curva a destra perdendosi alle spalle verso la torre e il campanile, camminando fino alla cappella della Madonnina, come smarrito, Stefano vi andava un po’ correndo, disperato.
I suoi sedici anni, la voglia di trovarsi un pasto e la paura dei tedeschi e dei bombardamenti, lo inducevano a vagabondare dentro quei suoi sandali di cuoio, laceri e quasi senza suola. Erano giorni dell’aprile del ‘45, il sole batteva su quelle piante alte di canne e di sterpaglie, mentre le rondini facevano un concerto, di tanto in tanto, al suo passare.
D’improvviso davanti a sé, vide un rudere di pietre e paglia con una mangiatoia e a fianco, sopra uno scranno all‘ombra del canneto, una damigiana di vino rosso e quattro rigogliosi filoni di pane toscano. “Ah, che sete e che fame, adesso m‘abbuffo” pensò e tosto, sedendosi su un cumulo di pietre poste accanto, piegò a sé quel gran boccale e iniziò a bere e a mangiare.
Quel vino rosso scuro fresco e tagliato, gli parve essere lì per puro caso, proprio mentre la sete era alle stelle e il camminare in lungo e in largo tanto. Bevve e mangiò talmente che , lasciando andare la damigiana al suo sito, si stese all’ombra sulla paglia, dormendo come un ghiro.
Venne la sera e poi la notte e infine il gallo che, cantando davanti alla sua faccia lo destò: “Cicchiricchichi, chicchiricchichi……”. Stefano aprì gli occhi e vide meravigliato, davanti a sé, una bellissima ragazza piangente, più o meno di quindici anni: aveva gli occhi arrossati e, tenendo in mano un foulard nero, con cui si asciugava le lacrime, mostrava un corpo prospero e curvilineo sotto un abito lacero e consunto. “Chi sei“ le domandò “cosa ci fai qui davanti”.
“Sono Maria, la figlia di Gino”rispose”la mia famiglia è tutta scomparsa nel bombardamento dell’altro giorno, ed io, per non morir di fame, ho portato col carretto in baracca quello che ho potuto“. Al ché Stefano replicò : “Scusami se ne ho approfittato, ma sai, di questi tempi non si sa quanto tempo si può campare”. Lungo lo stradello che ridiscende a Vinci, il silenzio era tale da far sentire il frusciare della brezza come se contasse, ad una ad una, ogni singola pagliuzza e volesse sagomare a suo modo quella vegetazione colma di giallo e verde, confusamente sparsa.
Quel silenzio carente di vita, in cui tuonava la morte e le recenti grida di paura, tra spari e fiamme, scivolava sulle orecchie di Stefano e Maria come una anomalia momentanea, in cui i colpi assordanti delle bombe, facevano da padroni. Entrambi non avevano più nessuno, una vita davanti ed il deserto, che la morte aveva provocato negli affetti e negli animi, come l’espandersi di una malattia contagiosa che avrebbe contaminato anche i più allegri degli uomini.
D’improvviso, lontano, sul fondo del viottolo, si sentì da prima un rombare di motori, poi: “Venite, venite ! L’Italia è stata liberata”. Erano giovani partigiani, rmati di moschetto che dal fondo della valle, posti su camion grigioverdi gridavano la Liberazione dell’Italia dai nazi-fascisti.
Di corsa Maria, dopo essersi affacciata con Stefano per guardar la scena, entrò nella capanna e ritornò, portando un grande prosciutto, prese un lungo coltello, lo tagliò a fette e quel buon profumo si sparse alle narici in quel momento di entusiasmante felicità.
Poi, finalmente, il vero silenzio. Per Stefano e Maria, quel dì, fu la più bella festa della loro vita.

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