LA GAIA MENSA: “Sinonimi” di Katia Tormen

Da Silviamaestrelli

Il bel racconto di Katia Tormen per “La gaia mensa”, quarto concorso letterario di Villa Petriolo.
Katia Tormen, di Trichiana (BL), scrive di sé: “Convivo con Filippo e ho due bimbi, Alex di due anni e Dylan di sei mesi. Ho iniziato a partecipare a concorsi letterari un paio di anni fa, ottenendo qualche buon piazzamento e anche dei primi premi:
- alla 1^ edizione del concorso letterario “Dal viaggio alla pagina”-Viaggiare in tutti i sensi” ad Erba (CO)
- alla XVIII edizione del concorso nazionale “C’era una volta” di Monterchi (AR)
- al VIII°concorso letterario del settimanale “L’Azione” di Treviso”.


Racconto “Sinonimi” di Katia Tormen

POMERIGGIO
Risate sguaiate.
Di donne avvinazzate. Acute, secche, stridule.
Cecilia preme sullo stecchino fino a sentire la carne che cede. Le viene difficile pensare che quella cosa molle, violacea, una volta, volasse. Che quella pelle umida era ricoperta di soffici piume. Che c’era vita, in quell’oggetto inanimato lì tra le sue mani.
Le altre donne la guardano di sottecchi, la indicano con cenni frettolosi del mento. Sua madre dice loro di non farci caso, tanto è solo una bambina.
Una bambina down.
Questo però non lo dice alle altre, non occorre dirlo, si vede.
Cecilia maledice i suoi occhi a mandorla, il suo collo tozzo. Prende dal vassoio un pezzo di pancetta e lo infilza. Afferra tra pollice e indice una foglia di salvia, la annusa e la immola sullo stecchino.
Uccello, pancetta, salvia. Uccello, pancetta, salvia. Uccello pancetta salvia.
Poi, dare lo spiedo a zio Pietro.
Fuori, sul piazzale, la musica da balera e le risate della gente. Lì dietro, al riparo dagli sguardi curiosi, i rumori arrivano attutiti. Ci sono anche le giostre più giù, verso la chiesa, lei ci andrà dopo, glielo ha promesso la mamma. Più tardi, però.
Adesso non si può, bisogna preparare gli “osei” per domani sera e bisogna farne tanti perché verrà un sacco di gente, anche da fuori. E’ un piatto prelibato, una leccornia, il fiore all’occhiello della sagra di San Prospero.
Il cuoco è lo zio Pietro, lui ha una ricetta speciale, un ingrediente segreto, nessun altro li sa fare così buoni. Cecilia, però, non li può assaggiare, non è roba da bambini.
Sarà…
Zucchero filato! Il bastoncino è uguale, ma con sopra lo zucchero filato è molto più buono!
La bottiglia di prosecco si svuota rapida. Una, due, tre…I cadaveri di vetro si fanno compagnia sul tavolo circondati da bicchieri di plastica bianca come vedove a un capezzale.
Cecilia deve ancora finire la sua aranciata.
Le altre donne ridono e non la guardano nemmeno più, ogni tanto arriva qualcuno che scosta la tenda che separa quella zona dal resto del mondo e fa il suo commento. Sempre lo stesso più o meno.
Perché sembra impossibile ma il binomio donne-uccelli evoca solamente battute a sfondo sessuale.
Cecilia ha dieci anni ma lo sa benissimo cos’ è un uccello. Quello che non capisce è dove sta la somiglianza tra quell’esserino che tiene in mano ora, pur privo di becco e zampe e quello che lo zio Pietro le fa toccare qualche volta quando la mamma non c’è.
Si chiudono nella sua cameretta e lui la fa spogliare.
Dice che è il loro grande segreto e che se lei non lo mantiene alla mamma verrà un brutto male.
Cecilia ha dieci anni ed è anche down, ma sa che in tutto questo c’è qualcosa di profondamente sbagliato. Però vuole bene alla mamma.
Zio Pietro prende gli spiedini e li lega. Lo spago si dipana dal rotolo e gli passa dietro il collo sudato per poi danzare nelle sue mani callose con una delicatezza che non sembrerebbe essergli propria.
Forse è quello l’ingrediente speciale, il gusto acre delle secrezioni del corpo di Pietro Sarpi, che lo spago assorbe per poi rilasciarle durante la cottura.
Non è nemmeno davvero suo zio, è solo un amico di famiglia.
La guarda e le sorride. Strizza l’occhio. Lei abbassa la testa.
Sente l’odore adesso l’odore del sangue che rosso impregna le sue mani e i grembiuli delle donne, che gocciola per terra formando pozze sul cemento. Sa di ferro, di metallo, non le piace, perché lo percepisce solo ora? Prima non ci aveva fatto caso…Beve l’aranciata tutta d’un fiato. Poi prende un bicchiere e lo riempie di vino, osserva le bollicine che salgono in superficie, nessuno guarda lei, e beve.
Solletico al naso.
Le battute sono sempre più volgari, irreprensibili madri di famiglia improvvisamente tramutate in scaricatori di porto che urlano, sbraitano e ridono sguaiatamente.
Pietro annoda lo spago e scuote la testa: quelle femmine gli fanno schifo; disincantate, disinibite, orribili.
Ma sorride, ride partecipa, è un uomo di compagnia, una gran brava persona. Racconta barzellette, proprio un simpaticone! Però sa che lo chiamano lì solo per via della sua polverina magica, quel miscuglio di sale, pepe, erbe per arrosto e cannella che lascia cadere a pioggia sopra la carne.
Le giuste proporzioni sono un segreto.
Non è l’unico che ha.
E non è il più inconfessabile.
Cecilia ha dieci anni ed è stufa di stare lì dietro a infilare uccellopancettasalvia.
Ha bevuto ancora vino e le gira un po’ la testa, il vino bianco va col pesce, dice sempre la mamma.
“Mamma, posso andare alle giostre? Mamma! MAMMA!”
Risate sguaiate.
Di donne avvinazzate.
Che si girano verso di lei e cala il silenzio. Perché lei è down e tanto non capisce ma quando parla bisogna prestarle attenzione. “Voglio andare alle giostre, mi sono stufata.”
Sua madre la guarda, finisce l’ultimo sorso dell’ennesimo bicchiere. E’ scocciata, glielo legge negli occhi. Cecilia vede che lei vorrebbe stare lì con le amiche , a fare commenti osceni sugli uccelli e le passere.
“Ce la porto io!”- dice zio Pietro e all’improvviso Cecilia alle giostre non ci vuole andare più, preferisce stare li, a mettere le sue mani paffute in mezzo alla carne morta, respirare l’odore del sangue.
Sospiro di sollievo. Della mamma.
SERA
L’olio sfrigola nella padella quadrata, il profumo nell’aria è invitante.
Duecento porzioni. Basteranno? Alla cassa c’è la fila da ore, tutti vogliono “polenta e osei”, aspettano questo giorno da un anno.
Ma dov’è Pietro con la sua mistura? Manca solo lui e ormai è ora, anzi è tardi, nessun altro sa le dosi, nessun altro li fa buoni come lui!
Cecilia, in un angolo, osserva. Vede le ragazzine poco più grandi di lei che vestite in minigonna e maglietta sopra l’ombelico attendono di girare tra i tavoli a raccogliere le ordinazioni. Ridono, parlano fitto nelle orecchie, forse anche loro fanno battute sugli uccelli. Senza capirle davvero, così, perché lo fanno tutti.
Ma lei quegli animali morti li ha presi tra le mani, li ha infilati negli spiedi come fossero piccoli vampiri da impalare, con forza, con odio.
Li ha contati tutti, quelli che ha infilzato, centocinquanta. Diviso sei fa 25 porzioni. 25 persone mangeranno qualcosa che è passato da lei.
Arriva la Ines, di corsa, stravolta, hanno trovato Pietro dice.
Morto, dice.
E poi spiega dove e come, ma a voce bassa, che Cecilia ha dieci anni e non deve sentire.
Qualche cubetto di pancetta nella padella. Gli “osei”sono quasi pronti , la polvere magica, dov’è? Come facciamo? Aiuto!
La Ines le sta simpatica, Cecilia dà a lei il piccolo sacchetto e le sorride.
“E’ un segreto”- diceva lo zio mentre nudo stava sdraiato accanto a lei- “come quello della mistura da mettere sugli “osei”, non lo devi raccontare a nessuno. Io non lo ho mai svelato però ora lo dico a te perché ti voglio bene e di te mi fido. Ma mi raccomando: a nessuno! Mai! Neanche alla mamma.”
Lei e zio Pietro avevano due segreti.
Ora lui non ne ha più neanche uno.
Lei, invece, ne ha tre.

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