La «Genesi» di Sebastião Salgado in mostra a Roma. E l’occhio del fotografo divenne ottimista

Creato il 10 giugno 2013 da Gaetano63

Brasile, 2005 © Sebastião Salgado/Amazonas Images

Malgrado tutto lo sfruttamento compiuto dall’umanità su se stessa gli scatti sono un gesto di fiducia verso il pianeta e verso l’uomo

di Gaetano ValliniUna lettera d’amore al nostro pianeta. Non una missiva vergata con le lettere dell’alfabeto ma “scritta” con le immagini. Le fotografie di Sebastião Salgado, scattate in un suggestivo bianco e nero dalle marcate tonalità e impressionanti nel mostrare le bellezze della Terra nel loro primordiale splendore. Ma più ancora un gesto di fiducia verso il pianeta, e verso l’uomo, malgrado tutto, malgrado l’inquinamento e lo sfruttamento indiscriminato delle risorse che stanno progressivamente intaccando interi habitat naturali, mettendo a rischio specie animali e vegetali. Un atto d’amore e uno sguardo di speranza sul futuro che il grande fotografo documentarista brasiliano ha voluto significativamente intitolare «Genesi» e che è lo stesso della mostra presentata a Roma in prima mondiale e allestita presso il Museo dell’Ara Pacis: 243 scatti per un lavoro di ricerca durato ben nove anni  suddiviso in trenta reportage.   Promossa da Roma Capitale, realizzata da Amazonas Images e prodotta da Contrasto e Zètema Progetto Cultura, la mostra si tiene in contemporanea a Londra, Rio De Janeiro e Toronto. Da queste città proseguirà il suo cammino attraverso altre tappe che la porteranno a raggiungere tutte le maggiori metropoli del mondo. A Roma resterà aperta fino al 15 settembre ed è accompagnata dal libro omonimo (Taschen, 2013). «Genesi», iniziato come progetto nel 2003, è l’ultimo grande lavoro di Salgado, classe 1944, che con il suo sguardo decisamente ottimista, mostra il nostro pianeta com’era e come di fatto è ancora in molte vaste aree. Un pianeta da contemplare, conoscere e preservare. E per questo, come ha precisato egli stesso all’inaugurazione, è necessario cambiare il nostro stile di vita, assumere nuovi comportamenti più rispettosi della natura e di quanto ci circonda, per far sì che nel tempo che viviamo, sviluppo non sia sinonimo di distruzione. Un monito, dunque, ma anche un accorato invito all’impegno.La mostra, curata da Lélia Wanick Salgado, è suddivisa in cinque sezioni che ricalcano le zone geografiche visitate da Salgado: il Pianeta Sud, i Santuari della Natura, l’Africa, il grande Nord, l’Amazzonia e il Pantanàl. Dalle foreste tropicali dell’Amazzonia, del Congo, dell’Indonesia e della Nuova Guinea ai ghiacciai dell’Antartide, dalla taiga dell’Alaska ai deserti dell’America e dell’Africa fino ad arrivare alle montagne dell’America, del Cile e della Siberia, «Genesi» è un viaggio affascinante e poetico. I paesaggi mostrano, infatti, un mondo incontaminato, in cui gli esseri viventi vivono ancora in equilibrio con l’ambiente.

Isole South Sandwich, 2009 © Sebastião Salgado/Amazonas Images

Per fotografare gli animali, Salgado ha svolto un lungo lavoro di immersione nei loro habitat naturali. Il fotografo ha vissuto nelle Galapagos tra tartarughe giganti, iguana e leoni marini. Ha viaggiato tra le zebre e gli altri animali selvatici che attraversano il Kenya e la Tanzania, rispondendo al richiamo annuale della migrazione. Lo stesso ha fatto per documentare la vita di diverse popolazioni indigene che vivono ancora nel loro mondo primigenio e inviolato: gli yanomami e i cayapó dell’Amazzonia brasiliana; i pigmei delle foreste equatoriali del Congo settentrionale; i boscimani del deserto del Kalahari in Sud Africa; le tribù himba del deserto della Namibia; le tribù delle più remote foreste della Nuova Guinea. Salgado ha trascorso diversi mesi con ognuno di questi gruppi indigeni per raccogliere una serie di scatti che mostrassero popolazioni in totale armonia con gli elementi, con le piante native e con gli animali selvatici.«“Genesi” — spiega la curatrice della mostra — è la ricerca del mondo delle origini, come ha preso forma, si è evoluto, è esistito per millenni prima che la vita moderna accelerasse i propri ritmi e iniziasse ad allontanarci dall’essenza della nostra natura. È un viaggio attraverso paesaggi terrestri e marini, alla scoperta di popolazioni e animali scampati all’abbraccio del mondo contemporaneo. La prova che il nostro pianeta include tuttora vaste regioni remote, dove la natura regna nel silenzio della sua magnificenza immacolata; autentiche meraviglie nei Poli, nelle foreste pluviali tropicali, nella vastità delle savane e dei deserti roventi, tra montagne coperte dai ghiacciai e nelle isole solitarie. Regioni troppo fredde o aride per qualsiasi cosa salvo per le forme di vita più resistenti, aree che ospitano specie animali e antiche tribù la cui sopravvivenza si fonda proprio sull’isolamento. Fotografie, quelle di “Genesi”, che aspirano a rivelare tale incanto; un tributo visivo a un pianeta fragile che tutti abbiamo il dovere di proteggere».Lélia e Sebastião Salgado la loro parte la stanno facendo anche attraverso un progetto diverso, più concreto. Hanno creato nello stato di Minas Gerais in Brasile l’Instituto Terra, che ha riconvertito alla foresta equatoriale — a rischio di sparizione — una larga area in cui sono stati piantati decine di migliaia di nuovi alberi e in cui la vita della natura è tornata a fluire, divenendo una delle più efficaci realizzazioni attuate al mondo di rinnovamento del territorio naturale.Probabilmente non è estranea a questa sensibilità la formazione da economista di Salgado, che prima di abbracciare la fotografia studia economia a San Paolo e, trasferitosi a Londra, lavora per l’Organizzazione Internazionale per il Caffè. Ma è a Parigi, dove torna nel 1973 con la moglie Lélia, che inizia la carriera di fotografo, prima come freelance e poi per le agenzie fotografiche Sygma, Gamma e Magnum. Fino a quando fonda l’agenzia Amazonas Images. Salgado viaggia molto, occupandosi prima degli indios e dei contadini dell’America latina, quindi della carestia in Africa verso la metà degli anni Ottanta. 

Penisola di Valdés, Argentina. 2004 © Sebastião Salgado/Amazonas Images

Tra il 1986 e il 2001 si dedica principalmente a due progetti: descrivere la fine della manodopera industriale su larga scala nel libro La mano dell’uomo (Contrasto, 1994) e nelle mostre che ne accompagnano l’uscita; documentare l’umanità in movimento, non solo profughi e rifugiati, ma anche quanti migrano verso le immense megalopoli del Terzo mondo in due libri di grande successo: In cammino e Ritratti di bambini in cammino (Contrasto, 2000), anche questi affiancati da grandi mostre itineranti. Proprio dalle opere sul lavoro e soprattutto sulle migrazioni, certamente più drammatiche e dalle quali emerge una grande sensibilità e uno sguardo compassionevole e non distaccato, Salgado esce con un sentimento di pessimismo: nei suoi reportage vede e documenta brutalità e violenze insopportabili che minano la sua fiducia nell’uomo. 

Con «Genesi» prova a cambiare prospettiva; a contatto con la natura e con uomini che con essa ancora vivono in simbiosi, ha ritrovato positività. Una positività che le sue foto — tecnicamente ineccepibili per realizzazione e composizione — sicuramente trasmettono, ma più come se fossero un grandioso spot. Capaci di suscitare stupore, ma meno partecipazione emotiva che in altre opere.(©L'Osservatore Romano – 11 giugno 2013)
L'intervistaTorniamo alle origini
«Penso che la prima cosa che dobbiamo recuperare siamo proprio noi stessi. Siamo completamente smarriti sulla Terra. Non troviamo vie di uscita ai nostri problemi. Non sappiamo dove andare. Forse sarebbe meglio svegliarci e tornare un po’ indietro, perché ci siamo troppo allontanati dal nostro pianeta. Siamo usciti dalla natura, ora dobbiamo tornare dentro». Di fronte al degrado del pianeta è questo il suggerimento di Sebastião Salgado, che abbiamo incontrato a margine dell’inaugurazione della mostra che, dice, «è stata una grande fatica, ma esaltante, perché mi ha restituito fiducia nel futuro». 


In «Genesi» lei mostra una realtà che ancora esiste, anzi, resiste. Ma ci rende anche consapevoli del mondo che abbiamo perduto. Come si ferma il degrado?
Ciò che ci ha preservato per millenni — aggiunge — non è stata la tecnologia: sono stati i nostri istinti animali e la nostra parte spirituale. Eppure oggi siamo incapaci di proteggerci, a differenza di tante specie animali. Pensiamo, ad esempio, alle persone che nelle loro automobili in Giappone si sono viste venire incontro, impotenti, quell’ondata colossale dello tsunami. L’unica risposta è cercare di tornare un po’ indietro.

Tornare indietro significa ritrovare un’armonia perduta, quell’armonia alla quale richiamano le sue foto?
Non parlerei di armonia perduta. All’incirca la metà del pianeta vive ancora come alle origini. Ci sono popolazioni delle quali sappiamo ancora pochissimo. Nel solo Brasile sono censiti 110 gruppi di indios che vivono isolati, non ancora raggiunti da quella che noi chiamiamo civiltà. Il loro messaggio è che ciò che era essenziale per gli esseri umani millenni fa lo è anche per gli uomini di oggi. La nostra idea di comunità e di solidarietà è la stessa idea che muove quelli che noi chiamiamo popoli primitivi. L’armonia non è perduta. Dobbiamo cercare di riorganizzarla. Siamo di fronte a una condizione drammatica del nostro pianeta, alle prese con l’inquinamento atmosferico, il riscaldamento globale con conseguenti cambiamenti climatici. Molti equilibri sono ormai minacciati. Non dico che si deve tornare a vivere in campagna o nelle foreste. Dobbiamo semplicemente cercare di ricostruire un modo di vivere che ci restituisca a un senso di comunione, questo sì perduto, con il pianeta. Se facciamo questo, la Terra a sua volta ci restituirà una qualità di vita migliore.

Osservando le sue foto, sembra affiorare con forza un’idea di sacralità del creato. Non a caso una delle sezioni della mostra è intitolata «Santuari». 
Abbiamo scelto il termine “Genesi” perché definisce con esattezza l’inizio. Non c’è dunque nessuna pretesa religiosa. Questa non è che una piccola mostra fotografica, ma la parola ci aiuta a capire il contesto. Così come il termine santuario, anch’esso utilizzato e coniato dagli ecologisti per designare quei luoghi protetti, importanti per la prosecuzione della vita. In questo senso si può dire che sono luoghi sacri; sacri per noi e per tutte le specie, perché conservano la biodiversità, e con essa la vita stessa. Io non credo in Dio. Credo però che ci sia un ordine generale e che certamente facciamo tutti parte di un regno, che va rispettato, analizzato e compreso. Dobbiamo tornare a sentirci parte di questo regno.
(©L'Osservatore Romano – 11 giugno 2013)

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