La Germania e l’Eurozona: disequilibri economici e politici nell’area dell’euro

Creato il 12 aprile 2012 da Bloglobal @bloglobal_opi

di Davide D’Urso

Fin dal 1871 la Germania unita è stata un dilemma per l’Europa. Grande abbastanza da sconvolgere gli equilibri ma troppo piccola per imporsi come egemone continentale, la potenza tedesca, ieri militare e oggi economica, non ha risolto questa ambivalenza di fondo. Se la Germania Occidentale era saldamente integrata nell’Europa in costruzione e aveva trovato nella fedeltà all’Alleanza Atlantica il perimetro perfetto nel quale esprimere la sua politica estera liberale, dopo la riunificazione la “questione tedesca” è ritornata ad essere fonte, non più di minaccia politica e militare, bensì di disequilibri e di instabilità economica.L’economia tedesca è troppo grande per non influenzare i suoi vicini e troppo piccola per farsi carico dei problemi di tutta l’Unione Europea. Collocata in un ambiente altamente integrato economicamente, ma che ancora pecca in termini di unità politica e prospettive comuni di medio e lungotermine, la Germania non rappresenta più un pericolo per gli altri europei ma,dal punto di vista economico, resta un problema aperto[1].La Repubblica Federale Tedesca (RFT) è oggi il centro economico e politico dell’Europa. Forte di una condizione economica che ancora si dimostra solida, il governo tedesco ha progressivamente abbandonato la politica estera ed europea della Germania Occidentale, diventando una potenza politica, economica e commerciale – in una parola, una potenza geoeconomica[2]– sempre più assertiva. Diversi commentatori hanno visto nella politica tenuta dal governo tedesco nel corso della crisi debitoria dell’Eurozona atteggiamenti assimilabili ad una politica da grande potenza, attuata con altri mezzirispetto al passato, ma altrettanto assertiva e intimidatoria nei confronti degli altri Paesi europei. Lo stesso Presidente francese Nicholas Sarkozy, il principale alleato della Germania in questa fase politica, avrebbe affermato, a margine di un vertice problematico con Angela Merkel, che “i tedeschi non sono cambiati[3].

La nuova politica estera della Germania riunificata

Dal momento della riunificazione e del proclama del cancelliere Helmut Kohl di volere una “Germania europea” e non una “Europa tedesca”, la politica della RFT è cambiata sensibilmente. Anzitutto, sono venuti meno i vincoli che avevano fatto della Germania Occidentale un “nano politico”. La riunificazione ha svincolato i tedeschi tanto dalla fedeltà obbligata verso il processo di integrazione europea, quanto dai legami cristallizzati con l’Alleanza Atlantica. La prima vittima della riunificazione è stata così l’anima multilaterale dell’agire tedesco nel mondo: la nuova “grande Germania” sembra non averne più bisogno. In secondo luogo, il potere economico interno, forte della maggiore libertà di azione ottenuta del governo federale, ha trovato nuovi spazi di influenza riuscendo a dettare la propria agenda alla politica estera di una Germania sempre meno “potenza civile” e sempre più potenza commerciale. Si pensi, ad esempio, al ruolo assunto da colossi dell’energiacome E.ON Ruhrgas nella politica di riavvicinamento alla Russia dei governi diGerhard Schröder, o di BMW nell’evoluzione dei rapporti sino-tedeschi[4].L’altrof ondamentale elemento di novità della politica estera ed economica tedesca del ventunesimo secolo è stata l’introduzione dell’euro. Nata come prezzo pagato alla causa europea in cambio di una rapida riunificazione, la moneta unica si è rivelata un’arma fondamentale per il successo economico tedesco. Dalla nascita dell’euro nel 1999, i disequilibri interni all’UE sono però cresciuti sensibilmente, essendo venuta meno l’opzione difensiva della svalutazione competitiva che Stati pienamente sovrani e in deficit di produttività avrebbero altrimenti attivato in risposta alla rinnovata competitività della Germania.

Un’area monetaria in disequilibrio

La forza economica tedesca rappresenta, dunque, un fattore di disequilibrio per l’intera area monetaria e un concorrente problematico per i Paesi europei che ancora non hanno ancora adeguato i propri sistemi economici alla competizione internazionale. L’euro non ha portato a quella convergenza macroeconomica posta tra i suoi obiettivi, ma, al contrario, i disequilibri commerciali ed economici tra i Paesi che lo utilizzano sono andati crescendo sensibilmente.Per quanto riguarda la Germania, la competitività del sistema economico è favorita in particolare dal livello dei salari, dalle pratiche di lavoro e infinedalla costante ricerca da parte di lavoratori e imprese dei più alti livelli di produttività; si tratta di condizioni che abbassano sensibilmente il costo perunità di lavoro[5].Altrove, in particolare nei Paesi manifatturieri del Sud Europa, come l’Italia, le riforme strutturali necessarie per raggiungere livelli paragonabili diproduttività e di costo non salariale dei lavoratori per le imprese stentano ancora ad essere implementate.

Fonte: Reuters

Nel momento in cui, venute meno le valute nazionali e la possibilità peri Paesi più deboli di attuare svalutazioni, la gara interna all’Eurozona si è basata unicamente sulla competitività di prezzo e prodotto. Gli scompensi della bilancia commerciale sono aumentati in modo considerevole: la Germania effettuala gran parte delle sue esportazioni negli altri Paesi dell’Eurozona, ma contestualmente, a causa della politica di moderazione salariale e delle misure di austerità attuate per tenere in sicurezza le finanze pubbliche, la domanda interna è rimasta debole. La crescita dell’economia tedesca è basata in larga misura sulle esportazioni, dirette in gran parte verso i partner europei; il grado di sottosviluppo del mercato interno limita la possibilità per gli altri Paesi di esportarvi le proprie merci, rendendo lo scambio di beni e servizi fortemente sbilanciato a favore della Germania[6]

La direttrice delFondo Monetario Internazionale (FMI) Christine Lagarde, all’epoca Ministro francese dell’Economia e delle Finanze, in un’intervista al Financial Times ebbe modo di criticare l’operato del governo tedesco, affermando:

“Clearly Germany has done an awfully good job in the last 10 years orso, improving competitiveness, putting very high pressure on its labour costs. When you look at unit labour costs to Germany, they have done a tremendous job in that respect. I’m not sure it is a sustainable model for the long term and forthe whole of the group. Clearly we need better convergence.” [7] 

L’obiettivo di raggiungere una maggiore convergenza macroeconomica, secondo Lagarde, non può prescindere dall’impegno della Germania a ridurre il proprio surplus commerciale.La politica monetaria della BCE costituisce un altro fattore di disequilibrio. La politica del tasso di interesse praticata finora è stata più restrittiva di quella della Federal Reserve e anche la politica del tasso di cambio sembra ritagliata sulle esigenze economiche della Germania. Con i tassi di cambio attuali, economie già di per sé in difficoltà come quelle del Sud Europa hanno trovato crescenti ostacoli a conservare quote di mercato, specialmente negli Stati Uniti e nei Paesi emergenti, trovandosi ad operare con una moneta domestica decisamente sopravvalutata rispetto alle reali capacità dei rispettivi sistemi economici. La Germania, dal canto suo, si è ritrovata conuna moneta sottovaluta rispetto a quanto varrebbe oggi il marco; tale condizione, unita alla competitività della sua economia e al fatto che, operando con la stessa moneta, i tassi di cambio interni all’Eurozona sonostati fissati una volta per sempre, ha notevolmente aiutato la forza esportatrice dell’economia tedesca.

La scommessa dell’euro

Giudicando la questione esclusivamente dal punto di vista economico, la scelta di aderire all’euro parrebbe essere stata una follia da parte dei governi dei Paesi più deboli dell’Eurozona, che ora soffrirebbero intrappolati nell’area monetaria della Germania[8].La moneta unica, tuttavia, non è stata sempre un costo per gli uni e un guadagno per gli altri. Nella prima fase dell’Unione economica e monetaria (UEM) la Germania si è trovata a confrontarsi con una politica monetaria restrittiva che ha aumentato le sue difficoltà macroeconomiche. In secondo luogo,per lungo tempo, i Paesi periferici dell’Eurozona hanno goduto di costi difinanziamento del debito assai più bassi di quelli che avrebbero sostenuto mantenendo le proprie valute nazionali mantenendo al contempo tassi di inflazione bassi e costanti.Smentire la tesi dell’irrazionalità economica dell’euro, non significa negare che la decisione di dare vita all’UEM sia stata in primo luogo una scelta politica. Vi era infatti l’idea che la costruzione di un’area monetaria unica, di una singola valuta e di una banca centrale federale e indipendente, avrebbero costretto le economie europee a una concorrenza reale, che avrebbe aumentato la competitività di tutti favorendo nel lungo periodo la convergenza. Come affermato dall’ex Presidente della Commissione europea Romano Prodi, inoltre, era noto che prima o dopo l’euro sarebbe stato coinvolto da una crisi sistemica e che, secondo la tradizionale logica dello spill-over, presto o tardi la condivisione della sovranità monetaria avrebbe messo gli Stati membri di frontealla scelta tra la cessione di quote ulteriori della propria sovranità fiscale(e politica) e la dissoluzione della moneta unica e, con essa, del mercato unico europeo.La crisi sistemica non si è fatta attendere molto. A meno di dieci anni dall’entrata in circolazione dell’euro e nonostante le dichiarazioni ufficiali di sostegno incondizionato, la sopravvivenza della moneta unica è messa indubbio da più parti. Recentemente, diverse banche centrali europee hanno predisposto piani di contingenza nel caso in cui uno o più Paesi dovesseroabbandonare l’euro o peggio ancora fosse l’intera Eurozona a dissolversi[9].L’UE e i suoi Stati membri, specie quelli che compongono l’Eurozona, sembrano essere arrivati di fronte al bivio atteso dagli stessi ideatori della moneta unica. Le decisioni dei prossimi mesi plasmeranno il futuro degli europei negli anni a venire.

Conclusioni

L’immagine di una Germania riunificata, economicamente dinamica e per questo sempre piùautonoma dal punto di vista internazionale, convince fino a un certo punto. Al di là dei dati macroeconomici ancora invidiabili, la RFT non ha saputo farsi carico del ruolo di leader dell’Eurozona. La ridotta capacità propositiva del governo tedesco è il sintomo di una debolezza politica che causa l’incapacità dell’Europa tutta di trovare soluzioni strutturali ad una crisi finanziaria che ha, tra le sue vittime indirette e potenziali, la stessa economia tedesca.Più che di una politica assertiva e nazionalistica, la Germania sembra essersi fatta proponitrice di una politica legata ad una logica di breve periodo. L’euro e la tenuta dell’Eurozona, principale area di esportazione delle imprese tedesche, sono e resteranno fondamentali per il successo economico della Germania e potranno essere difese soltanto se il governo di Berlino rinuncerà ad una politica economica di concorrenza al ribasso nei confronti dei partner dell’Eurozona.Se è vero che una ricetta alla tedesca di ristrutturazione della spesa pubblica verso investimenti produttivi e innovazione, nonché di riforma dei mercati nella direzione di una liberalizzazione dell’economia, sarebbe una risposta adeguata ai problemi economici di lungo corso che affliggono sistemi economici comequello italiano, è vero anche che il surplus commerciale della Germania meriterebbe di essere affrontato come un problema comune per gli effetti nocivi che esso provoca negli altri Paesi. Una crescita economica fondata sulla domanda interna oltre che sulle esportazioni ha il merito di essere sostenibile nel medio e lungo periodo e di rafforzare, insieme alla propria, anche l’economia dei partner.La nuova economia sociale di mercato operante in Germania può davvero costituire un modello per l’Europa, ma affinché questo possa avverarsi è necessario che l’Eurozona raggiunga una maggiore convergenza economica, obiettivo che non potrà essere raggiunto se non attraverso la risoluzione dei disequilibri commerciali e finanziari e ulteriori passi avanti nella direzione dell’unità fiscale e politica del continente.
* Davide D’Urso è Dottore in Scienze Politiche (Università di Torino)
[1] Kundnani, H., “Germanyas a Geo-economic Power”, The Washington Quarterly, Center for Strategicand International Studies, vol. 34:3, pp. 31-45, estate 2011.[2] Con geoeconomia si intende lo studio delle politiche attuate da un Paeseal fine di aumentare la propria competitività economica. Introdotto negli anniOttanta, il concetto di g. sottolinea la crescente rilevanza della forzaeconomica – piuttosto che di quella militare – nel determinare i rapporti diforza all’interno della comunità internazionale.[3] In Le Monde, L’Elysées’abstient de critiquer Angela Merkel pour ne pas apparaitre laxiste auprès desmarches , 19 marzo 2010.[4] Ancora in Kundnani, H., “Germany as a Geo-economic Power”, v.nota n.1.[5] Conquest, R., “German Economic Policy and the Euro 1999-2010”, The Bruges GroupPublications, settembre 2011.[6] Per le dinamichecommerciali dell’economia tedesca, si veda World Trade Organization (website), Statistics, Country profile: Germany,ottobre 2011, http://stat.wto.org/CountryProfiles/DE_e.htm[7] L’intervista di Hall,B., “Lagarde critices Berlin policy”,Financial Times (online), 14/03/2010, è disponibile all’indirizzo http://www.ft.com/intl/cms/s/0/225bbcc4-2f82-11df-9153-00144feabdc0.html#axzz1iurTVYPD[8] Come il Bruges Group,di cui si richiama l’opera di Conquest, già citata in nota n. 5.[9] Indicazioni in merito in Enrich, D., e Ball, D.,“Banks Prep for Life After Euro”, Wall Street Journal (online), 08/12/2011,http://online.wsj.com/article/SB10001424052970203413304577084483874422516.html

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