Magazine Attualità

“La grande bellezza” di Paolo Sorrentino. Un commento critico di….

Creato il 02 giugno 2013 da Rosebudgiornalismo @RosebudGiornali

Fellini_youngNatalino Piras. Immediati richiami per il film di Paolo Sorrentino, in concorso a Cannes, sono, sul versante storico- letterario il “De profundis“: quello di Oscar Wilde scritto in una fatiscente prigione dal tormentato dandy dell’Inghilterra vittoriana e quello di Salvatore Satta che dopo l’8 settembre 1943 risale in treno un’Italia di macerie. Qui invece fanno da sfondo e trama una Roma monumentale, di vita notturna di intellighenzia postsinistra, vitelloni e ruffiani, ricche e annoiati, giovani alienati invasi da Proust e settantenni tenutari di locali porno soft, palazzi di nobiltà decaduta custodi di inestimabili opere d’arte e allo stesso tempo pronti a vendere prestazioni derivanti dal titolo. Una Roma di marmorea bellezza e pure mortuaria, scandita come colonna sonora da pezzi d’opera classica e dal “Dies irae”, un aggiornamento dei felliniani soprattutto “Otto e mezzo” e appunto “Roma”. E “La terrazza” di Scola. In una di queste significative vedute, davanti al Colosseo, luogo di consumo di tristi feste, abita Gep Gambardella, una grande Tony Servillo, 65 anni, single, disincantato, amori di cui ha perso conto e memoria, giornalista e scrittore, arrivato da qualche landa del meridione a Roma quando aveva 26 anni. È lui che racconta e attraversa questa densità di mondo crudele e ipocrita – c’è un cardinale esorcista che non ne vuole sapere del suo ministero – e ne indaga la vacuità, la noia moraviana, la sostanziale indifferenza al dolore altrui. Gep sopporta con cinismo e apparente noncuranza la fama di un romanzo scritto da giovane, oggetto di conversazioni tra sopportabili serpente e serpenti. Tutto truccato e svelato, tutto costruito, anche l’andare a letto, anche gli abiti e gli atteggiamenti durante fasti, aborti d’orgia e cerimonie, quelle neppure apparentemente liete e quelle funebri, Anche i colpi di scena, pure i capi griffati sono nel segno dell’alterazione, della convenienza, del rituale. Tutto vero. Tutto ciclicamente falso. E le corrosioni del tempo, segni visibili sopra i monumenti, nella devastazione dei corpi. Qui i bambini hanno perduto a priori l’innocenza, vengono utilizzati come garanzia di rendita familiare, merce in gallerie di un’arte che niente sa dire oltre l’imbrattamento di tele. Recite inutili, teatro di sperimentazione che acuiscono nevrosi, invidie e fallimenti. Una mascherata bramosia dell’oro dove i soggetti della corsa tutto sanno tranne che amare. Un inferno di superficie. Dirà infine Gep a una ultracentenaria “santa Maria” tornata dal Mali che gli chiede come mai non abbia più scritto un romanzo dopo il folgorante esordio, che lui ha cercato la grande bellezza ma non l’ha più trovata. Finis. La “santa” che muore mentre sale in ginocchio le scale della cupola vaticana, svela il flashback: torna all’inizio di questo magnifico racconto, tempo reale e tempo filmico stravolti e fatti coincidere dal potere della visionarietà. La memoria del narratore è la dissolvenza verso il tempo imperdibile della prima giovinezza, là su un’isola, la provenienza di tutto il suo irrisolto “intro”. Grande anche Carlo Verdone nella parte di Romano, amico frustrato, nella carriera e negli affetti. Dopo quarant’anni di inutilità, di vane attesa e cerca, decide di tornare al paese. Sabrina Ferilli è una figlia che delude le aspettative del padre che pure ne mercifica il corpo. Pamela Villoresi è dolente madre.

Featured image, un bellissimo Fellini giovane.

Tagged as: Attualità, cinema, critica, Cultura, Giornalismo online, opinioni online, paolo sorrentino, Rosebud - Giornalismo online

Categorised in: 972, Cinema, Tutti gli articoli


Potrebbero interessarti anche :

Ritornare alla prima pagina di Logo Paperblog

Possono interessarti anche questi articoli :