La grande bellezza o la grande incompiutezza?

Creato il 14 ottobre 2013 da Cannibal Kid
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La grande bellezza (Italia 2013) Regia: Paolo Sorrentino Sceneggiatura: Paolo Sorrentino, Umberto Contarello Cast: Toni Servillo, Carlo Verdone, Sabrina Ferilli, Isabella Ferrari, Carlo Buccirosso, Iaia Forte, Giorgio Pasotti, Pamela Villoresi, Serena Grandi, Massimo Popolizio, Ivan Franek, Roberto Herlitzka, Giusi Merli, Anna Della Rosa, Giovanna Vignola Genere: esistenzialista Se ti piace guarda anche: La dolce vita, 8 ½, Reality, L’uomo in più, L’amico di famiglia, The Tree of Life
La grande bellezza è il film italiano in corsa agli Oscar del prossimo anno. Cosa che non significa sia già in nomination. Significa solo che è la pellicola scelta a rappresentare il nostro paese e se la dovrà vedere con ben altri 75 concorrenti in arrivo da tutte le parti del mondo. Potete leggere l’elenco completo dei film in lizza qui.
Scelta giusta? Scelta sbagliata? Io di film italiani negli ultimi mesi ne ho visti pochi. In genere mi fanno venire l’orticaria, quindi tendo a evitarli per il bene della mia salute, mica per altro. Pur avendone guardati pochi, è comunque questo il titolo su cui avrei puntato anch’io. Se ad esempio fossi l’allenatore dell’Argentina, anche senza conoscere ogni singolo calciatore del paese, punterei tutto su Messi e andrei sul sicuro. Paolo Sorrentino è un po’ il Messi del nostro cinema, anche se da buon napoletano forse preferirebbe il paragone con Maradona, quindi pure con lui si fa una scelta senza rischi. O quasi. I film di Sorrentino sono sempre un azzardo. Per quanto ormai abbia una sua poetica e un suo stile piuttosto definiti, il nostro regista più talentuoso ama mettersi in gioco ogni volta. Dopo l’acclamazione internazionale de Il divo ha cambiato completamente registro, si è spostato dall’altra parte dell’Oceano per girare il suo primo film in lingua inglese, ma l’ha fatto a modo suo. Non ha realizzato la classica pellicola hollywoodiana. Non ha fatto la “muccinata”. E dopo la discussa pellicola con Sean Penn This Must Be the Place, parecchio criticata ma da me parecchio amata, ha deciso di fare qualcosa ancora di diverso. Tornare in Italia, più precisamente nella capitale, Roma, e girare il suo film più ambizioso. Girare la sua Dolce vita. Il guagliò può negarlo fin che vuole e può continuare a scansare lo scomodo paragone, però c’è poco da fare. Dentro La grande bellezza ci sono tante cose, ma l’influenza numero 1 è quella felliniana, con un pizzico di 8 ½ e soprattutto con tanta Dolce vita.
Ci troviamo dunque di fronte a una copia spudorata? No, per niente. “Allora, deciditi: è come La dolce vita o non è come La dolce vita?” L’ispirazione è la stessa, il talento registico è simile, lo sfondo è sempre Roma, il protagonista è anche in questo caso un giornalista mondano barra scrittore radical-chic. Eppure è tutto diverso. Della splendida Roma anni Sessanta qui è rimasta soltanto un’ombra scura. Un riflesso appannato. Un’immagine distorta e grottesca. E il protagonista è un vecchio. Questo non è un paese per giovani. Non è più il paese del giovane Marcello Mastroianni/Marcello Rubini. Non è più il paese del “Marcello, come here.” Oggi è il paese da cui scappare. È il paese del “Marcello, go away.

"Ah Sabrì, ma quelle chiappe te le han fatte gli artigggiani della qualità?"

La grande bellezza sta a La dolce vita come l’Inferno sta al Paradiso. Il giornalista specialista in intrattenimento, cultura, gossip e frivolezze Marco Goi Jep Gambardella, interpretato dal solito immenso Toni Servillo, è una maschera che si aggira con un finto sorriso stampato in faccia per le strade di Roma, tra amori bruciati in fretta, con disinteresse, tra una Isabella Ferrari che di lavoro fa la “ricca” e una Sabrina Ferilli che fa la stripper quaranteenne malinconica come la Marisa Tomei di The Wrestler. Jep Gambardella tira dritto, a 65 anni suonati vive ancora le notti più dei giorni, fila come un trenino che non va da nessuna parte, se non da un evento all'altro, una rappresentazione artistica senza senso all’altra, da una festa all’altra. Alcune delle pellicole più belle e interessanti, così come anche più controverse e criticate, di quest'anno mettono in scena il vuoto esistenziale. È curioso notare come i film più profondi degli ultimi tempi siano quelli che riflettono sulla superficialità. Sul mondo dei party continui. Spring Breakers, Bling Ring, Il grande Gatsby, questo La grande bellezza sono tutti ambientati in una dimensione parallela. In un paese dei balocchi, per dirla con il blogger Emmegì, dove la festa è perenne. La cosa più straniante è notare come nessuno in questi ambienti si diverta veramente. Forse le ragazze puttanpop di Spring Breakers sì, all’inizio, eppure pure per loro il party si trasforma presto in routine, diventa quasi un lavoro. Quanto al grande Gatsby, lui il più delle volte manco si degna di partecipare alle sue feste, e la baby-gang di tope d’appartamento di Bling Ring è troppo apatica per poter provare un qualche moto di gioia in quello che fa.
Lo stesso vale per Jep Gambardella, l’uomo che non voleva essere semplicemente un mondano, voleva diventare il re dei mondani. Una volta riuscito in questa ambiziosa impresa, cosa gli rimane? ATTENZIONE SPOILER Niente. Non l’amore, che sembra incapace di provare. Non una famiglia. Non un amico. O meglio, un amico sì, un impagabile Carletto Verdone, che però deciderà di andarsene via, perché Roma l’ha deluso. FINE SPOILER
Chi a me personalmente non ha mai deluso invece è Paolo Sorrentino. Già con il suo film d’esordio L’uomo in più diceva tutto: “A vita è ‘na strunzata”. Si sarebbe potuto fermare lì e tanto ormai la più grande verità di questo mondo l’aveva già rivelata. Invece no, è andato avanti e c’ha regalato altre pagine di poesia, le più belle provenienti dal libro del cinema italiano recente. Le conseguenze dell’amore è l’anti romcom per eccellenza; L’amico di famiglia è lo scatto perfetto sull’Italia annichilita di oggi; Il Divo è un film politico di raro coraggio che in pochissimi da noi avrebbero avuto il coraggio di fare ma anche il ritratto, l’ennesimo nel suo cinema, di un uomo triste; This Must Be the Place è in apparenza la parabola discendente di una rockstar sul viale del tramonto, in realtà è la sua pellicola più ottimista. La grande bellezza da un punto di vista registico è il suo punto più alto. Se i suoi precedenti erano girati da fenomeno, questo è girato da Dio. Roba che il Terrence Malick di The Tree of Life non è poi così distante. Le sequenze fluiscono l’una nell’altra in una maniera naturale, con una cura nelle riprese e un lavoro di montaggio da restare estasiati nel senso religioso del termine. Le scene scorrono con una musicalità che nel cinema italiano non si vede. Mai. Sorrentino trasforma “Far l’amore” e “Mueve la colita” in sinfonie. Fa diventare le ridicole coreografie e i pietosi balli delle discoteche bene di Roma pura poesia per immagini.
La grande bellezza ha diviso pubblico e critica tra chi lo considera un capolavoro e chi lo considera una cagata pazzesca. Ai secondi posso dire: “Fatelo voi un film così. Un film così in Italia, se ne siete capaci.” Ai primi posso dire che no, almeno per quanto mi riguarda non è un capolavoro assoluto. Avrei voluto che lo fosse e per quasi tutta la sua durata ci va vicino ad esserlo. A un certo punto però capita qualcosa che con il cinema di Sorrentino non m’è mai successa. Non mi riferisco alla canzone e al cameo di Antonello Venditti, evitabili ma che, vista l’ambientazione romanaccia, gli posso concedere per il rotto della cuffia. E con rotto della cuffia intendo che a me i pezzi di Venditti romperebbero le cuffie, se solo li ascoltassi. I film di Sorrentino io finora li ho sempre adorati nella loro totalità, pur con i loro difettucci, pur con le loro stramberie che li rendono ancora più intriganti. E pure dentro quest’ultimo film di stramberie ce ne sono, dalla nanetta lynchiana all’allucinante studio del mago del botox con una mostruosa Serena Grandi in prima linea, fino alle folli performance artistiche cui si può assistere in giro per Roma, in particolare quella pazzesca della bambina che fa action painting.

ATTENZIONE SPOILER

"Quella cosa lì è Serena Grandi?"

La parte finale di questa grande bellezza però no. Non m’è andata giù del tutto. Non sono riuscito a digerirla completamente. Il film è molto giocato, fin dall’inizio, sul contrasto tra sacro e profano. La presenza religiosa aleggia forte lungo tutta la visione, d’altra parte parlando di una città come Roma, la vera grande protagonista della pellicola, era inevitabile. Però “La Santa”, Suor Maria, la mummia di 104 anni interpretata da Giusi Merli (che spero per lei in realtà abbia qualche anno di meno), una figura che diventa centrale nella parte conclusiva, ma era proprio necessaria? La Santa ricorda a Jep che le radici sono importanti, gli fa ritrovare l’ispirazione perduta per ricominciare a scrivere, lavorare al suo secondo romanzo a decenni di distanza dal primo. Un’illuminazione divina, con tanto di apparizione di uno stormo di fenicotteri, che appare piuttosto forzata. Una grande bellezza tanto ricercata che paradossalmente fa perdere fascino a un film fino a quel momento bellissimo. Mi è sembrato che Sorrentino con questa svolta religiosa abbia cercato il colpo a effetto finale, quello che rendeva La dolce vita il capolavoro che è, con quella sua conclusione meravigliosa. Un colpo non riuscito che si trasforma in un clamoroso autogoal, una sbandata come l’inconcepibile finale mistico di Lost. Roba da far venir voglia di prendere a schiaffi Sorrentino, non per fargli del male, ma per farlo rinsavire. L’alternativa meno violenta è chiedergli: “Perché l’hai fatto, Sorrentì? Perché c’hai messo dentro ‘sta Santa?” Al che lui, con tutte le ragioni del mondo, potrebbe rispondere come fa una performer intervistata da Jep: “Io sono un’artista. Non ho bisogno di spiegare un cazzo.
I 10 minuti di delirio finale, come per Lost, lasciano disorientati però non cancellano del tutto quanto di buono fatto vedere prima di allora. Con una parte conclusiva così, più che La grande bellezza resta la grande incompiutezza. Allo stesso tempo, i film di Paolo Sorrentino continuano a essere una delle cose più belle che il nostro cinema ci regala da diverso tempo a questa parte. Dai tempi di Federico Fellini. La Roma de La grande bellezza non è più quella de La dolce vita. O forse sì. Peccato solo che sia rimasta la stessa nel senso che si è immobilizzata, vive con nostalgia in un glorioso passato ormai lontano. Una città, un paese in cui non c’è stato un ricambio generazionale e in cui Jep Gambardella altri non è che un Marcello Rubini invecchiato male. Questa non è la dolce vita. Questa è l’amara vita di oggi. (voto 8-/10)


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