La guerra nei balcani nel romanzo di alessio parretti

Creato il 22 giugno 2013 da Postpopuli @PostPopuli

A cura della Redazione

Balcani, di Alessio Parretti, è un libro che tratta della guerra civile nell’ex Jugoslavia, fotografandone due momenti, durante e dopo. Il durante, ambientato nel 1992, si riferisce all’assedio di Sarajevo, mentre il dopo (1996), a conflitto concluso, all’intervento di pace delle forze militari italiani. Protagonista della prima parte, uno studente d’ingegneria che si schiera dalla parte dei bosniaci che cercano di opporsi alla morsa delle forze di aggressione di Ratko Mladic. Nella seconda, invece, un’indagine su una misteriosa morte di un ufficiale italiano. La storia è interessante non solo per le tematiche affrontate e per le verità storiche “scomode” che cerca di mettere in luce, ma anche per la forma in cui il libro si sta diffondendo. Balcani è infatti un libro pubblicato e promosso in rete, tramite il meccanismo del self-publishing.

Ecco un’intervista all’autore.

- Balcani ci riporta indietro nel tempo, tra il ’92 e il ’96, quando la guerra nell’ex Jugoslavia flagellò Sarajevo e non solo. Da quale sentimento o bisogno nasce il tuo libro? C’è, di sottofondo, la voglia di riportare l’attenzione su una guerra gravissima che oggi, purtroppo, sembriamo aver già dimenticato?

Non è che l’abbiamo dimenticata, piuttosto non l’abbiamo mai nemmeno considerata. Sarajevo era uno splendido esempio di convivenza ed equilibrio tra diversi credo religiosi. L’aggressione degli ultranazionalisti serbi ne ha demolito le fondamenta, e tutto il mondo, Italia compresa, è rimasto a guardare. Le Nazioni Unite si sono mosse solo quando il danno è stato irreversibile, e la città che avrebbe potuto essere d’esempio per un’Europa tollerante e pacifica aveva cambiato aspetto.

All’epoca dei fatti ero militare. Da allora sono passati vent’anni, e solo di recente, documentandomi privatamente per scrivere Balcani, ho saputo come stavano le cose. Dove ero allora? Dove eravamo tutti? Sono in pochi ad avere una vaga idea di cosa stesse succedendo, tra il ’92 e il ’96, appena al di là dell’Adriatico. Personalmente, ho cominciato a scrivere Balcani come una semplice storia da caserma. Poi è diventato tutt’altro.

- Il tuo romanzo mischia fiction e realtà. A quali documenti hai fatto riferimento per documentarti sulle vicende belliche? E perché inserire, comunque sia, una componente “inventata”?

Ho utilizzato le testimonianze raccolte durante il processo per i crimini di guerra. Erano documentazioni concise, brevi, ma trattenevano una forza emotiva potentissima. Le angherie che il popolo bosniaco ha sofferto sono atroci, la sua dignità enorme.

La componente di finzione era la base di tutto. Volevo scrivere un romanzo, non un libro d’inchiesta, ma trattandosi di una storia inventata ambientata in un contesto reale, la fase di documentazione doveva essere ben approfondita.

- Balcani nasce come racconto, poi si è trasformato in romanzo, in un certo senso, per volere del web. Ci puoi spiegare come sono andate le cose?

In origine il prologo di Balcani era un racconto breve, che in rete raccolse ottimi commenti. Fui contattato da un agente letterario, che mi propose di trarne un romanzo. Fu allora che cominciai a lavorarci seriamente. Purtroppo poi, il contratto che mi venne proposto per la pubblicazione non mi soddisfece.

- Questo tuo esordio ha scelto come propria unica libreria il web, tramite alcune piattaforme di self- publishing come ilmiolibro.it, Ibs.it, Amazon.it. Di necessità virtù?

La scelta di promuovermi con il self-publishing è conseguente al mio rifiuto di pubblicare a condizioni svantaggiose come quelle che mi erano state proposte. Purtroppo, il mondo dell’editoria è pieno di furbetti pronti ad affondare le zanne sugli autori esordienti. Credo che sia più vantaggioso pubblicare col self-publishing, gestendo in prima persona ogni aspetto della pubblicazione.

- Balcani è in vendita sia in versione cartacea sia eBook. Pensi che la carta stampata e il buon odore delle pagine abbiamo ormai ceduto il passo alla tecnologia?

Mi auguro che non succeda mai. Sono affezionato al libro in quanto oggetto materiale, e non sono disposto a privarmene. E poi non mi piace questa tendenza all’affidare tutto al virtuale: credo si dia troppa fiducia all’elettronica, alla tecnologia. In casa conservo lettere ricevute quando ero un ragazzino. Amici, amori di un tempo, appunti, pensieri. Adesso si comunica tramite gli sms, le mail, si affidano i pensieri a Facebook e Twitter. Le foto rimangono sugli hard disk, nelle chiavette. Ci convinciamo che ne rimarrà traccia, che li salveremo da qualche parte, ma raramente lo facciamo, e il rischio è di perdere tutto. Sottovalutiamo il fatto che quelle cose compongono la nostra storia, la nostra vita. A volte penso che le generazioni future si stiano preparando a non lasciare traccia di sé, e lo trovo triste. E poi mi fa ridere chi dice “ma con un e-reader ti puoi portare dietro un’intera libreria!”. Se sei in vacanza, un paio di libri sono sufficienti. Se hai bisogno di portarti dietro una libreria per svagarti, tanto vale che rimani a casa. Se lo fai per ragioni di studio o lavoro, allora ne comprendo l’utilità, ma per quanto riguarda il piacere del leggere, spero rimanga legato alla carta.

- Ultima domanda, un po’ a bruciapelo: chi vorresti che leggesse il tuo libro?

Chiunque possa sentirsene coinvolto. Mi ha colpito essere contattato da persone che la guerra nei Balcani l’hanno vissuta davvero. Spero di essere stato all’altezza.

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