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La lettura come arte e azione.

Creato il 11 febbraio 2020 da Michelap

Mia sorella è la fonte primaria di tanti consigli e ispirazioni e qualche tempo fa mi aveva parlato di un certo scritto della Wharton incentrato sulla lettura; insieme ne abbiamo discusso riscontrandone, a distanza di un secolo, una tesi inaspettatamente conforme alla realtà moderna.

La lettura come arte e azione.

Valentin Rekunenko


Con le nuove migliorie industriali per la stampa si verificò verso la fine dell'Ottocento una notevole produzione di libri, avvantaggiata soprattutto con l'introduzione nel 1820 di macchine di stampa a vapore.
Nel 1903 Edith Wharton (1862-1937), la futura autrice del romanzo "L'Età dell'Innocenza", scrisse per il "The North America Review" (la prima rivista letteraria negli Stati Uniti) un provocatorio pamphlet intitolato "Il Vizio della Lettura", sull'onda di questo recente fenomeno.
Nell'articolo la Wharton spiega come questa espansione della conoscenza dovuta ad una veloce produzione del libro e il relativo calo del prezzo abbia arrecato con sé un nuovo vizio: il vizio della lettura.
Nessun vizio è così difficile da sradicare come quelli considerati popolarmente delle virtù, e quello della lettura lungi dall'essere un pregio diventa più una minaccia.
L'età consumistica, la crescente volgarizzazione della letteratura ai fini commerciali ha portato alla nascita di un nuovo prodotto dell'editoria, il lettore meccanico, il quale fa della lettura un passatempo o un eroismo, legge eppure non si fa ricettore del messaggio intrinseco del romanzo, contrariamente alla passione vera esercitata dal lettore nato.
Questa affermazione pone due figure agli antipodi di quello che la scrittrice chiama "un processo di selezione della lettura" e potrebbe sembrare offensiva, discriminatoria e non particolarmente lungimirante sul concetto che ognuno di noi può col tempo diventare un buon lettore, tuttavia approfondendo la questione si vengono ad instaurare degli evidenti e non trascurabili parallelismi col nostro tempo.
Ad oggi le case editrici oppongono una sovrapproduzione di libri a fronte di un mercato sempre più deludente, e il motivo di tanta differenziazione tra la domanda e la risposta si trova nella possibilità di poter "indovinare" il futuro romanzo di successo capace di reggere non le vendite (ormai un miraggio) ma una buona influenza pubblicitaria. Così la durata della vita di un libro si limita a trenta giorni, dopo di che anche il romanzo migliore cade nel dimenticatoio. E in questo sistema caotico trova il suo conforto il lettore meccanico della Wharton che invade il panorama letterario con le sue critiche, elogiando il vizio delle mode e dei numeri più che la qualità. Non dubita mai della sua competenza intellettuale perciò evita il confronto; inconsapevole delle fugaci allusioni, del complesso di una parola, di simboli e sfumature, del vagabondaggio intellettuale, per la scrittrice è come un turista incapace di guardare nulla che non sia scritto sul Baedeker.
Attualmente si potrebbe addossare a questo lettore la stramberia di leggere cinque o sei romanzi insieme, il bisogno forzato di simpatizzare col protagonista, il riportare esclusivamente la trama di un testo tralasciando il suo significato, perché un pensiero più profondo può annoiare o spaventare il lettore per diletto.
Fra le tante "esigenze" si nota anche quella di etichettare come storie d'amore vicende che non hanno nulla a che vedere, proiettando ai tanti utenti una visione distorta e pericolosamente fuorviante.
La Wharton dice che il lettore meccanico possiede l'abitudine di confondere giudizi morali ed intellettuali. Anche questo è vero. Negli ultimi tempi scrittori come Andersen o Wilde vengono avventatamente tacciati di maschilismo o misoginia, addirittura "Via col Vento" della Mitchell passa come romanzo razzista, "Lolita" un libro sulla pedofilia, ciò senza un valido riscontro e senza aver pensato seriamente e a lungo.
La causa è sì da ricercarsi in un ambiente sempre più culturalmente basso ma anche nella colpa delle case editrici di portare come esempio il lettore meccanico o vizioso.
Il lettore nato, che possiede il talento della lettura, non segue mode ma la passione smuove in lui la curiosità, la ricerca della bellezza e dello stile: torna indietro con le pagine per assaporare ancora una volta una scena, una descrizione, non manca di cogliere metafore, paragoni, sottintesi, e allora i libri si trasformano <<in mappe ricche di incroci e deviazioni e alberi che continuano a crescere, propagando le radici e intrecciando i loro rami>>.
Questo è per la Wharton il lettore preferito di ogni buon scrittore. Si sa che Umberto Eco aveva l'abitudine di complicare le prime cento pagine dei suoi testi proprio per far arrivare alla vetta del suo messaggio solo chi aveva il coraggio dell'apprendimento.
Lo stesso Italo Calvino spronava i suoi lettori a cercare ulteriori  significati e prospettive nei romanzi.
Per anni lo scritto dell'autrice americana è stato accolto da mugugni e disaccordi da parte di lettori e critica perché se ne vedeva un'esaltazione sperticata e imparziale del lettore nato o talentuoso e d'altronde lo stesso Henry James rammenta nel "Il Carteggio di Aspern" come sia impossibile oltre che vano avvicinarsi a tutti i contenuti e le verità di un romanzo.
Il pensiero della Wharton  in realtà si fa mano a mano più profondo: la sua è una difesa della buona lettura. Tutti possono leggere eppure pochi credono nella responsabilità della lettura.
<<Il valore di un libro è commisurato alla sua plasticità, cioè alla sua capacità di stimolare la mente del lettore creando nuove forme di pensiero>>.
Leggere, ribadisce, non è né un vizio né una virtù ma leggere è un'arte alla quale si arriva con pratica, disciplina e sacrificio. Le lettura richiede attenzione, passione, estraniarsi dal proprio io e insieme riconoscersi; leggere è un'azione riflessa.
Un libro non deve esclusivamente commuovere o divertire, impiegare una partecipazione passiva, deve scuotere dall'indifferenza, mettere in gioco dubbi e riflessioni, rendere consapevole il lettore dal momento in cui, chiuso il libro, ne diventa il testimone.
Fin da piccola mi è stato detto che la lettura è un hobby, un diletto per chi non ha nulla da fare ma nessuno sa quello che si agita nell'animo di una persona quando legge, quali pensieri attraversano la sua mente.
I grandi scrittori affermano che leggere non ci rende migliori, vero, eppure parte del mio essere e delle mie scelte che ho intrapreso sono scaturite dalla mia vita di lettrice. E allora la lettura è anche azione.
M.P.
Fonti:
"Il Vizio della Lettura", E. Wharton, Olibelbeg

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