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La Locanda dell’Ultima Solitudine: intervista a Alessandro Barbaglia

Creato il 01 febbraio 2017 da Fedetronconi

Ci sono tre motivi per cui vale la pena andare alla Locanda dell’Ultima Solitudine:

Il primo è perché si mangia bene.

Il secondo è perché ci si può andare solo in due.

Il terzo è perché laggiù ci impari a vivere. E quindi, anche, a morire. 

La Locanda dell’Ultima Solitudine: intervista a Alessandro Barbaglia

Libero e Viola si stanno cercando. Ancora non si conoscono, ma questo è solo un dettaglio… Nel 2007 Libero ha prenotato un tavolo alla Locanda dell’Ultima Solitudine, per dieci anni dopo. Ed è certo che, lì e solo lì, in quella locanda tutta di legno arroccata sul mare, la sua vita cambierà. L’importante è saper aspettare, ed essere certi che “se qualcosa nella vita non arriva è perché non l’hai aspettato abbastanza, non perché sia sbagliato aspettarlo”. Anche Viola aspetta: la forza di andarsene. Bisogno, il minuscolo paese in cui abita da sola con la madre dopo che il padre è misteriosamente scomparso, le sta stretto, e il desiderio di nuovi orizzonti si fa prepotente. Intanto però il lavoro non le manca, la collina di Bisogno è costellata di fiori scordati e le donne della famiglia di Viola, che portano tutte un nome floreale, si tramandano da generazioni il compito di accordarli, perché un fiore scordato è triste come un ricordo appassito. Libero vive invece in una grande città, in una casa con le pareti dipinte di blu, quasi del tutto vuota. Tranne che per un baule: imponente, bianco. Un baule che sembra un forziere, e che in effetti custodisce un tesoro, la mappa che consente di seguire i propri sogni. Quei sogni che, secondo l’insegnamento della nonna di Viola, vanno seminati d’inverno. Perché se resistono al gelo e al vento, in primavera sbocciano splendidi e forti. Ed è allora che bisogna accordarli, perché i sogni bisogna sempre curarli, senza abbandonarli mai. Libero e Viola cercano ognuno il proprio posto nel mondo, e nel farlo si sfiorano, come due isole lontane che per l’istante di un’onda si trovano dentro lo stesso azzurro. E che sia il mare o il cielo non importa. La Locanda dell’Ultima Solitudine sorge proprio dove il cielo bacia il mare e lo scoglio gioca a dividerli. La Locanda dell’Ultima Solitudine sta dove il destino scrive le sue storie. Chi non ha fretta di arrivarci, una volta lì può leggerle. Come fossero vita. Come fossero morte. Come fossero amore.

Allessandro Barbaglia con uno stile poetico, delicato descrive la vita e l’amore, utilizzando uno stile curato: lo scrittore con grande maestria mischia tratti poetici, immagini surreali ed oniriche, giochi linguistici e immagini evocative. Un modo innovativo e carico di grande tenerezza per descrivere l’Amore, quello di una vita, quello che ti dà la svolta di una intera esistenza.

Abbiamo raggiunto l’autore, Alessandro Barbaglia, per fargli qualche domanda sul suo nuovo romanzo, La locanda dell’Ultima solitudine (Mondadori).

La Locanda dell’Ultima Solitudine: intervista a Alessandro Barbaglia

Alessandro Barbaglia

La Locanda dell’Ultima Solitudine nel suo romanzo ha un ruolo centrale, come un vero e proprio protagonista. Come descriverebbe al lettore questo “luogo”?

La Locanda è il posto più bello del mondo perché è quello in cui smetti di sentirti solo, quello in cui trovi la tua ultima solitudine. Il che non significa per forza che lì incontrerai qualcuno, ma anche solo che ti accorgerai di averla già una nuova compagnia: quella del te stesso che sei diventato mentre camminavi per arrivare lì. La locanda è tutta in legno perché è una nave mancata: il legno di cui è fatta doveva diventare nave, ma non è salpato, ha avuto un destino diverso e se guardi dalle finestre della locanda vedi il punto in cui gli azzurri si confondono: uno è il mare, l’altro il cielo, anche se non distingui bene quale sia l’uno e quale l’altro. La locanda è il luogo che è lì per farti una sola domanda: e tu? Come arriverai tu alla locanda dell’Ultima Solitudine?

 Nel libro si recupera il concetto di tempo e dell’attesa: in un società come la nostra dove l’attesa è uno spreco di tempo, nel suo romanzo è come se gli venisse data una nuova dignità e parte integrante del naturale flusso della vita. Che rapporto ha lei con l’attesa e che ruolo ha nel romanzo?

Adoro le attese. Sono il tempo che si tende e ti viene a prendere dal futuro da cui arriva. Quando sapevi che dovevi aspettare le nove della sera per ricevere quella telefonata, quando spedivi una lettera e sapevi che dovevi aspettare il tempo della risposta, quando dovevi attendere le risposte e in quel tempo si moltiplicavano le domande… quanta meraviglia che regalavano quelle attese!. Le attese sono già fatte di quello a cui si sta tendendo (tendere a e attendere… non è poi già la stessa cosa?).  Libero e Viola fanno una cosa nuova: non colgono l’attimo, lo coltivano. Aspettano che l’attimo sia pronto per essere colto, lo attendono e intanto lo accudiscono come un fiore, così fa Viola, e come una nuova liberà, e così fa Libero.

La storia di Libero e Viola colpisce perché alla fine ci puoi vedere qualcosa di tutte le nostre esperienze amorose: pazienza, sbaglio, timore, accettazione…. Come descriverebbe lei l’amore?  

Ultimamente ho imparato a descrivere l’amore con grande precisione usando solo tre parole, eccole: non lo so. Non so come si descrive l’amore perché l’amore è indescrivibile. E’ fatto di mare, deserto, cielo, sospiri, respiri, balene che sbuffano, è fatto di zucchine nell’orto, è fatto delle quattro di pomeriggio è fatto della lingua della vita. Parla quella lingua lì, la vita, forse l’amore è provare ad ascoltarla, tentare di capirla, non fare troppo rumore per non rischiare di coprirla.

 Quanto c’è di lei in Libero?

Libero ama le attese. Io anche, ma sono fatto al 97% di ansia. E il 3% mancante non so cosa sia. E questa cosa mi terrorizza. Detto questo, che in parte è vero (è vero al 97% e il 3% è fiaba) Libero è la parte di me convinta che il futuro si possa costruire attendendolo (nel senso di tendere a…). Ho un cane nero che si chiama Puig, e non Vieniquì, e che, fortunatamente, non scompare mai. E poi ho una Viola. Ma questa è un’altra storia… la mia. E quella di Libero ho cercato di scriverla meglio. Almeno per il 97% del totale.

Oltre ad essere poeta e scrittore lei è anche libraio, quindi ha un legame molto forte con la lettura: leggere è una parte importante per ciascuno di noi?

Io vorrei solo leggere. Sul serio. Se potessi leggerei sempre e solo. Ci sono così tanti capolavori e ci sono capolavori tanto assoluti che il tempo andrebbe impiegato quasi tutto solo per quello. Leggere è l’unico verbo all’infinito che vorrei sempre coniugare all’infinito. Cercare di fare al meglio il libraio è l’evoluzione del mio desiderio di lettore: portare con me nell’infinito del leggere i cosmonauti delle parole. Per esempio lei, che ne pensa, partiamo? Apra le alette (del libro) e il decollo è solo lì: alla prima parola. Buona lettura!

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