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La lotta politica scuote la Repubblica Popolare Cinese: il caso Bo Xilai

Creato il 16 maggio 2012 da Bloglobal @bloglobal_opi

di Luca Barana

La lotta politica scuote la Repubblica Popolare Cinese: il caso Bo Xilai
Gli avvenimenti riguardanti Bo Xilai e la sua sospensione dai ranghi del Partito Comunista Cinese (PCC) hanno mostrato un volto apparentemente nuovo della politica cinese. Quello che in Occidente è stato spesso descritto come una sorta di romanzo giallo in terra d’Oriente, potrebbe facilmente rivelarsi il più sconvolgente terremoto politico che Pechino abbia conosciuto dai tempi della repressione di Piazza Tienanmen nel 1989. Bo Xilai era infatti uno degli uomini politici più conosciuti in Cina e di fronte a sé vedeva profilarsi concretamente la possibilità di entrare a far parte del Comitato Permanente del partito nei prossimi mesi, quando la leadership cinese affronterà un delicato passaggio di consegne al vertice. Se fino a pochi mesi fa questa importante transizione preoccupava, e non poco, le alte sfere di Pechino, oggi la sua rilevanza viene ulteriormente sottolineata dagli sconvolgimenti che la vicenda Bo Xilai ha provocato sulla scena politica cinese.

La bufera intorno a Bo Xilai, l’allora segretario del PCC nella municipalità di Chongqing, inizia il 6 febbraio, quando l’ex capo della polizia di Bo, Wang Lijun, passa una notte nel consolato americano di Chengdu in seguito a supposti contrasti con lo stesso Bo, il quale lo aveva destituito solo quattro giorni prima. L’accaduto sembra ridimensionarsi presto: Wang viene consegnato alle autorità cinesi il giorno seguente e sulla vicenda cala il velo della censura di regime, il quale assicura la comunità internazionale dell’irrilevanza della questione e rende irreperibile Wang. Sorprendentemente, poche settimane dopo, sui media cinesi trova invece grande attenzione la notizia della rimozione di Bo dalla carica che ricopriva a Chongqing, accompagnata da alcune dure prese di posizione pubbliche da parte di importanti esponenti del regime, primo fra tutti il Premier Wen Jiabao. Il cambio di approccio operato da leadership e media cinesi, non a caso intimamente collegati, viene poi confermato dal risalto con cui viene accolto il 10 aprile l’annuncio della sospensione di Bo Xilai e delle indagini a carico della moglie, Gu Kailai, per la morte di un businessman inglese, Neil Heywood, nello scorso novembre a Chongqing. Che la si consideri il lieto fine di un giallo o il trionfo della rule of law in Cina, questa sembrava essere la tanto sospirata chiusura della vicenda. Apparentemente.

Intrigo a Chongqinq

Un primo piano d’analisi riguarda la crisi del sistema di governo costruito a Chongqing da Bo Xilai. In un momento in cui una delle maggiori preoccupazioni della popolazione cinese è costituita dalla dilagante corruzione, l’esempio repressivo di Bo Xilai lo aveva proiettato all’attenzione dell’opinione pubblica di tutto il Paese. A fianco dei consistenti richiami neomaoisti, Bo si è infatti reso protagonista negli anni di una dura repressione di corruzione e clientelismo all’interno della municipalità da lui governata. La sua politica aveva avuto un tale successo da garantirgli la visibilità a livello nazionale. Corollario di tanta popolarità sono però presto diventati i sospetti circa i lati oscuri dei suoi metodi. Un’accusa ricorrente è che la politica denominata “striking black” (da hei) fosse in realtà indirizzata a favorire gli interessi della famiglia Bo e dei suoi alleati a Chongqing. Non solo, sono emersi allarmanti particolari circa i processi anti-corruzione iniziati nel giugno 2009 e conclusi con un bilancio di 4781 arresti fra uomini d’affari, ufficiali di polizia e giudici. Accuse di torture durante gli interrogatori per ottenere confessioni ed episodi di estorsione nei confronti di interessi economici non affini alla famiglia Bo sono state riportate dal New York Times.

Gli avvenimenti stessi degli ultimi mesi sembrano confermare tali perplessità. Una della ipotesi più accreditate per spiegare la destituzione di Wang Lijun è che il capo della polizia di Chongqing sarebbe entrato in contrasto con il suo referente politico quando vennero intraprese delle indagini che riguardavano la famiglia Bo in prima persona. Così come le accuse a Gu Kailai di aver organizzato l’omicidio di Heywood sembrano ricollegarsi a questo stesso filone di indagini. L’uomo d’affari britannico era un conoscente della famiglia di Bo Xilai, ma minacciava di denunciarne i supposti traffici illeciti, in particolare riguardanti trasferimenti di capitali all’estero. La sua morte è divenuta così il simbolo delle distorsioni e degli abusi perpetuati dal governo di Chongqing negli ultimi anni, caratterizzati fra l’altro da una spettacolarizzazione dei procedimenti giudiziari che ha richiamato i traumi della Rivoluzione Culturale. Tuttavia, sarebbe riduttivo considerare questa vicenda come il semplice risultato degli intrighi privati della famiglia Bo. Il ruolo e la figura di Bo Xilai andavano ben oltre e investivano i meccanismi e le scelte politiche a livello nazionale.

Le fratture nel PCC

Innanzitutto, gli ultimi mesi hanno contribuito a macchiare l’immagine di un regime monolitico e consensuale che la leadership ha tanto faticato a costruire negli anni, al fine di rassicurare l’opinione pubblica internazionale. Ben lungi dal poter essere considerato un attore politico stabile in ogni contesto, il PCC si dimostra invece diviso al suo interno e animato da lotte di potere all’ombra della propaganda di regime. Bo Xilai si è fatto portatore di una ideologia di stampo neomaoista che prevedeva il ritorno a grandi adunate di piazza e canzoni rivoluzionarie. Insieme alla politica anti-corruzione, questa precisa scelta ne aveva fatto una delle figure di spicco della scena politica a livello nazionale. Proprio la sovraesposizione di cui è stata oggetto la figura di Bo sembra aver destato però i sospetti della leadership di Pechino. A dimostrazione dell’esistenza di contrasti fra Bo Xilai e i leader del partito, uno dei clamorosi risvolti della vicenda riguarda la possibilità che il sistema di sorveglianza di Chongqing sia riuscito ad intercettare una conversazione telefonica del Segretario Generale del PCC, Hu Jintao. Il fatto sarebbe accaduto lo scorso agosto, durante un colloquio fra Hu e un ufficiale anti-corruzione impegnato in una missione proprio nella metropoli nel sud del Paese. Indipendentemente dal giudizio circa la volontarietà o meno dell’atto, esso offre una nuova prospettiva circa i rapporti fra Bo Xilai e l’attuale leadership di Pechino.

L’ipotesi che i rapporti fossero tutt’altro che idilliaci è ulteriormente rafforzata dall’appartenenza di Bo Xilai e Hu Jintao a differenti fazioni all’interno del partito, celate per la maggior parte del tempo agli osservatori esterni. Una significativa divisione è quella che intercorre fra i rappresenti della lega giovanile del partito (Communist Youth League of China), in cui si sono formati lo stesso Hu Jintao e il futuro premier Li Keqiang, e i cosiddetti Princelings, gli eredi di importanti personalità del PCC, come il Segretario Generale in pectore Xi Jinping e Bo Xilai. In vista del ricambio nella composizione del Comitato Permanente che avverrà in autunno, gli equilibri fra le due fazioni potrebbero essere stati destabilizzati in seguito ai fatti degli ultimi mesi. In questo senso, la vicenda Bo Xilai andrebbe interpretata come il risultato di una lotta di potere interna, che metterebbe in dubbio la granitica apparenza del PCC.

Uno strumento importante con cui la leadership guidata da Hu Jintao ha approfittato della situazione a proprio vantaggio è stata la stampa di regime. Particolarmente significativo un editoriale pubblicato il 19 aprile da Global Times, l’edizione inglese del giornale di partito China Daily, che si apre con la constatazione che nessuno “dovrebbe sopravvalutare la propria influenza in Cina o potrebbe avere l’illusione di essere più importante del Partito o della legge”: una chiara allusione alle ambiziose aspirazioni politiche di Bo Xilai. Nel minimizzare l’influenza di Bo, si nega l’esistenza in Cina di una lotta fra fazioni, un’ipotesi a cui “qualcuno in Occidente” sembra credere. L’attacco a Bo in ogni caso è molto duro: egli “non possedeva l’abilità per cambiare il contesto politico in Cina” e “la sua influenza era puramente regionale”. A fianco della rivendicazione della lotta intrapresa dal Partito nei confronti della corruzione, di cui l’epurazione di Bo costituirebbe l’esempio lampante, spicca il richiamo alle lotte ideologiche del periodo precedente le riforme e l’apertura economica del Paese. Questa affermazione rende chiaramente l’editoriale espressione dell’ala riformista del partito. In gioco nella vicenda Bo Xilai non c’è quindi solamente la sete di potere di due distinte fazioni, ma il futuro modello economico e politico della Cina.

La sfida fra due modelli di sviluppo?

Dall’apertura del Paese alle riforme economiche della seconda metà degli anni Settanta, riformisti e conservatori si sono affrontati all’interno del partito. L’esperienza storica indica dunque che anche la vicenda Bo Xilai potrebbe essere ricondotta al tradizionale percorso della politica cinese. Non a caso, l’evento che è stato utilizzato come metro di paragone per giudicare la gravità dei contrasti odierni è la repressione del 1989, in occasione della quale l’allora Segretario Generale riformista Zhao Ziyang venne estromesso dall’ala conservatrice, portando al blocco delle riforme economiche per alcuni anni. Oggi le posizioni sarebbero però invertite: un ambizioso esponente della ‘nuova sinistra’ conservatrice viene infatti eliminato dalla scena politica da parte di una leadership riformista. In tal senso, particolarmente significative sono le parole del Premier Wen Jiabao che a marzo ha evocato il trauma dell’insofferenza ideologica nel periodo della Rivoluzione Culturale, criticando la linea politica di Bo Xilai fondata sulla repressione violenta del crimine e il revival maoista.

Una linea politica che lo aveva posto in competizione con un’altra importante personalità riformista, il segretario del PCC in Guangdong, Wang Yang. Entrambi considerati astri nascenti della politica cinese, hanno mantenuto atteggiamenti e scelte politiche ben diverse. Wang ha promosso pragmaticamente il cosiddetto ‘modello Guangdong’, senza mai attirare un’attenzione mediatica paragonabile a quella riservata al rivale. Se Bo e la ‘nuova sinistra’ aspirano ad un più importante ruolo delle imprese di Stato nell’economia cinese e si sono impegnati in politiche abitative rivolte ai ceti meno abbienti di Chongqing, Wang è un sostenitore di ulteriori riforme economiche di stampo liberale, in modo da estendere ulteriormente il successo della sua provincia a tutto il Paese. Se però Bo si è reso protagonista di un’opera di auto-promozione a livello nazionale, incorrendo nelle perplessità della leadership centrale, Wang ha mantenuto un profilo più basso, pur facendo parte dal 2007 del Politburo del PCC. Una linea politica affine a quella degli attuali leader ne fa così oggi uno dei più probabili membri del futuro Comitato Permanente. Al contrario, traffici privati poco chiari, la sfrenata ambizione e una linea eterodossa rispetto a quella riformista oggi al potere hanno fatto di Bo Xilai una vittima illustre della lotta politica in Cina.

La successione al vertice in autunno sancirà nuovo equilibri, da cui dipenderà la direzione politica intrapresa dal Paese nei prossimi anni. Bo Xilai non vi prenderà parte.


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