Le idee della rivoluzione di Napoli avrebbero potuto essere popolari ove si avesse voluto trarle dal fondo stesso della nazione. Tolte da una Costituzione straniera, erano lontanissime dalla nostra; fondate sopra idee astratte erano lontanissime da' sensi, e quel ch'è più si aggiungevano ad esse come leggi tutti gli usi, tutt'i capricci e talora tutt'i difetti di un altro popolo, lontanissimi dai nostri difetti, da' nostri capricci, dagli usi nostri. [...] Io forse non fo che pascermi di dolci illusioni. Ma se mai la Repubblica si fosse fondata da noi medesimi; se la Costituzione di retta dalle idee eterne della giustizia si fosse fondata sui bisogni e sugli usi del popolo; se un'autorità che il popolo credeva legittima e nazionale, invece di parlargli un astruso linguaggio che esso non intendeva, gli avesse procurato de' beni reali e liberato lo avesse da quei mali che soffriva: forse allora il popolo non allarmato all'aspetto di novità contro delle quali aveva inteso dir tanto male; forse vedendo difese le sue idee ed i suoi costumi, senza soffrire il disagio della guerra e delle dilapidazioni che seco porta la guerra; forse ... chi sa? ... noi non piangeremmo ora sui miseri avanzi di una patria desolata e degna di una sorte migliore.
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La nostra rivoluzione era una rivoluzione passiva, nella quale l'unico mezzo di riuscire era quello di guadagnare l'opinione del popolo. Ma le vedute de' patrioti e quelle del popolo non erano le stesse: essi avevano diverse idee, diversi costumi e finanche due lingue diverse. [...] La nazione napoletana si poteva considerare come divisa in due nazioni diverse per due secoli di tempo e per due gradi di clima. Siccome la parte colta si era formata sopra modelli stranieri, così la sua coltura era diversa da quella di cui abbisognava la nostra nazione e che sola poteva sperarsi dallo sviluppo delle nostre facoltà: pochi erano divenuti francesi ed inglesi, e coloro che erano rimasti napoletani erano ancora selvaggi. Così la cultura di pochi non aveva giovato alla nazione, e cosi il resto della nazione quasi disprezzava una cultura che non l'era utile e che non intendeva.
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Ecco tutto il segreto delle rivoluzioni: conoscere ciò che tutto il popolo vuole e farlo; egli allora vi seguirà: distinguere ciò che vuole il popolo da ciò che vorreste voi ed arrestarvi subito che il popolo più non vuole; egli allora vi abbandonerebbe. [...] La mania di voler tutto riformare porta seco la controrivoluzione. Il male delle idee troppo astratte di libertà è quello di toglierla mentre la vogliono stabilire.
Vincenzo Cuoco (1770 – 1823) – pensatore napoletano
Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799