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La missione per la colpa – Coleridge

Creato il 15 aprile 2018 da Wsf

La missione per la colpa – Coleridge


Capita, come fosse atto senza coscienza, di uccidere un innocente. Da questo immotivato atto, capita di iniziare un viaggio che porti a cercare spiegazioni e non trovarne.
Capita di portare il peso dell’innocente cadavere intorno al collo ed essere così privati della visione della bellezza della natura: condannati e privati della visione dell’alto, a testa in giù stare nei passi di terra e trascinarsi con la colpa da espiare.
Capita, inoltre, di veder apparire un nave sospinta da nessun vento, da nessuna corrente, e che questa “nuda carcassa di nave” abbia due unici passeggeri, due donne impegnate in una partita a dadi, Morte (Death) e Vita-in-Morte (Life-in-Death).
In breve potrebbe essere la trama di un film dell’orrore o di una profezia biblica che tutti potremmo sperimentare durante un viaggio al limite del reale. Invece, parliamo di Coleridge e la sua “The Rime of the Ancient Mariner”, un classico del romanticismo inglese, nonché capolavoro della letteratura mondiale.
Parliamo di un vecchio marinaio che ferma tre invitati pronti a recarsi ad una festa, felici ed elegantemente vestiti, di un vecchio marinaio straccione che gli invitati cercano di scansare in tutti i modi.

La missione per la colpa – Coleridge

«Perché mai avrebbero dovuto fermarsi?» Non avevano tempo per colui che tutto sembrava tranne che una persona, molto di più un vecchio diavolo. Uno degli invitati riesce anche a divincolarsi dal vecchio, dalla sua mano rinsecchita, ma ancora potente nella presa. Lo offende, pure. Poi, improvvisamente la scena cambia e i ruoli si sovvertono. Per quale motivo l’invitato decide di voler ascoltare il vecchio, la sua storia? Non ci è dato sapere.
Sappiamo solo che lui, così elegantemente vestito, si siede su di una pietra per ascoltare il vecchio, che non è più un aduto, bensì un bambino di tre anni, che gli occhi del vecchio sono riusciti a catturarlo: “Non poteva fare altro che ascoltare.”

La missione per la colpa – Coleridge


“C’era una nave…”
Una nave che viaggia sull’onda del ritmo dell’intera opera alternato in otto sillabe – quattro giambi, sei sillabe – tre giambi, il cui stile elaborato è arricchito di assonanze, consonanze e ripetizioni nonché figure retoriche che danno al testo una particolare patina letteraria.
C’era una nave…
…compagna fedele che segue le “tappe” del viaggio del vecchio marinaio e della sua maledizione. Spinta verso l’Antartide, intrappolata in una tempesta, tanto da finire nei pressi del Polo sud. Il ghiaccio impedisce alla nave di muoversi e i marinai temono per la loro sorte.

“The ice was here, the ice was there,
The ice was all around:
It crack’ed and growl’d, and roar’d and howl’d

It crack’ed and growl’d, and roar’d and howl’d
Like noises in a swound!


Il ghiaccio serra la nave da ogni parte, il legno comincia a scricchiolare…
Improvvisamente, attraverso la nebbia, arriva un uccello bianco, un albatro “uccello pio e di buon augurio” (the pious bird of good omen), da Coleridge paragonato a “un’anima cristiana”. I marinai lo accolgono, gli danno da mangiare, vi giocano insieme, l’uccello accorre ai loro richiami. Poi, senza alcuna ragione, con un atto “infernale” (“a hellish thing”), il vecchio marinaio abbatte l’albatro con la balestra:
“With my cross-bow
I shot the Albatross!”
Da oltre due secoli ci interroghiamo su questo crimine inaudito, ancora più tremendo di quello di Caino, che aveva ucciso, sì, ma per invidia del fratello. L’uccisione dell’albatro, invece, non ha alcuna giustificazione, rappresenta il Male assoluto, il male che non ha bisogno di moventi, perché è insito in ciascuno di noi, sembra dire Coleridge. Per questo l’unica cosa che dice è: “I shot the Albatross!” Perché il bene ha bisogno di spiegazioni, non il male! Il male è solo male, un colpo, niente più.
La nave cade sotto un maleficio, Dio stesso sembra aver abbandonato il mondo, la brezza ha cessato di spirare. La nave si arresta in mezzo all’oceano.

“Water, water, everywhere,
Nor any drop to drink!”

“Acqua, acqua ovunque,
e neanche una goccia da bere! “

Ecco la punizione divina si abbatte sugli uomini, privandoli dell’acqua, del segno della sua benedizione.
La ciurma, prima consenziente in maniera ambigua, ora accusa apertamente il Marinaio per il suo delitto, apponendogli al collo il cadavere dell’albatross.
I marinai iniziano a morire di sete, nessuna salvezza intravedono all’orizzonte, quando improvvisamente appare un’altra nave, fantasma, con due soli naviganti a bordo: Morte e Vita –in- Morte che si giocano a dadi le vite dei marinai.

La missione per la colpa – Coleridge


L’unico a sopravvivere è il Marinaio che da questo momento è condannato a vivere perseguitato dal ricordo dei compagni morti e da enormi serpenti marini che si agitano in mare.
Il castigo per il Marinaio è ancora più terribile della morte stessa: vivere in solitudine, senza la speranza della pietà di Dio, con l’animo tormentato e in continua agitazione: il cor inquietus di Sant’Agostino, che trae la sua radice nell’origine della colpa, della maledizione dell’orfano.
Il Marinaio è maledetto e inquieto, come l’orfano tratto dal cielo e portato all’inferno.
“An orphan’s curse would drag to hell
A spirit from on high”.
Chi è l’orfano di cui parla Coleridge? A nove anni Coleridge perde il padre, una morte che, come dice in una lettera del 1797, egli riesce a presentire e che provoca in lui un profondo senso di colpa, effetti disastrosi. Atteggiamento comune a tanti altri bambini come dirà in seguito il dott. John Bowlby, incapaci di elaborare il lutto, soprattutto quello di un genitore e arrivare, addirittura, ad attribuirsi la colpa della morte del genitore.
Coleridge, per tutta la vita, si sentirà insicuro, indeciso, privo di volontà, un morto in vita, pieno di disprezzo e di sfiducia in se stesso.
Ma la maledizione del Marinaio è più terribile di quella dell’orfano: il marinaio è costretto per sette giorni e sette notti a vivere in compagnia della morte dei suoi compagni, non essendo lui morto. Al settimo giorno, le creature marine, un tempo viscide ai suoi occhi, diventano meravigliose, le vede uniche e meravigliose tanto da fargli esclamare
“O happy living things!
Il Marinaio inconsciamente (“unaware”) le benedice, si accorge di potere finalmente pregare, e in quello stesso momento l’albatro, che gli era stato appeso al collo, gli cade e affonda nell’acqua. Un miracolo! Un miracolo prodotto dal riconoscimento della bellezza del creato e delle creature che Dio ha fatto e ama” (“love and reverence to all things that God made and loveth”).
Sembra un lieto fine, la maledizione ha fatto il suo corso, l’equilibrio della natura è stato ristabilito, ma il Marinaio non può interrompere la sua missione: ammonire gli uomini, quelli che lui stesso, ora, sente figli di Caino, coloro che come lui si sono macchiati di delitti orrendi o desiderosi di acquisire maggiore saggezza, anche se accompagnata da maggiore tristezza.
Il Marinaio rimane escluso dalla comunione degli altri uomini, non partecipa a banchetti d’amore, a matrimoni simboli di patti con il divino, lui resta fuori a fermare uomini, ad “arrestarli” con il suo “strano potere di linguaggio” e gli occhi scintillanti ai quali nessuno può sottrarsi, al loro incantesimo.
Ma cosa deve insegnare il Marinaio?
Ce lo dice Coleridge stesso ovvero l’antico marinaio prima di prendere congedo dal suo ascoltatore e da noi che lo ascoltiamo con altrettanto incanto:

“He prayeth well, who loveth well
Both man and bird and beast”.

“He prayeth best, who loveth best
All things both great and small.”

“Prega bene, chi ama bene
l’uomo, l’uccello e la bestia”

“Prega bene, chi ama bene
tutte le cose, le grandi e le piccole”


Il suo è un messaggio d’amore che usa lo splendore delle creature, di un Dio che vuole essere amato e adorato attraverso le sue creature, tutte, nessuna esclusa: il sole, la luna, le stelle, le piante, gli animali, il vento, l’acqua, l’uomo, ogni cosa, le grandi come le umili, le cose belle come le brutte, brutte come quelle “migliaia e migliaia di cose viscide” di cui riesce a vedere la bellezza e la corrispondenza che Ermete Trimegisto esprimerà in altro modo nella sua Tavola Smeraldigna : “Il visibile è il simbolo dell’invisibile”
In questo modo c’è nel mondo una redenzione e una continua teofania.

La missione per la colpa – Coleridge

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