Certo, Humboldt e Gauss appaiono qui incapaci di comunicare se non con la ristretta cerchia dei loro (pur derisi) colleghi, non ambiscono a essere compresi o apprezzati: le misurazioni folli e estenuanti dell'uno in giro per il mondo, prive di qualsiasi colore o appetibilità "laica" per profani, e le Disquisitiones Arithmeticae dell'altro, così dolorosamente astruse da apparire incomprensibili al suo stesso autore nell'età avanzata, sono proprio il contrario di ciò che oggi vantiamo come doti della migliore divulgazione scientifica. Ma a questo naturale deficit di interazione umana rimedia Daniel Kehlmann con un romanzo dal piglio umoristico (quando non proprio comico) che trascina tra l'altro il lettore in un gorgoglio di pensieri e di poesia all'apparenza involontaria. La misura del mondo affonda le radici del suo successo in tutto il mondo nell'attingere a tutti i più semplici e genuini sentimenti dell'uomo, resi immediati da quel tocco di lucidissima estraniazione che immaginiamo negli scienziati più geniali e solitari della terra. L'amore, le relazioni familiari, la paura, la vergogna, la noia e la più esilarante risolutezza trovano posto in una storia breve e non di rado profonda, che però ambisce a pennellare un'intera epoca del nostro immaginario.
I due protagonisti si incontrano quasi per sbaglio e rimangono essi stessi estranei l'uno all'altro, così come lo sono a se stessi: inarrestabile l'uno, inamovibile l'altro, sono costretti rispettivamente a trovare una sede e a intraprendere viaggi mentali molto distanti dalla base sicura delle proprie ricerche scientifiche. Entrambi affiancati da doppi che fungono un po' da spalla comica (soprattutto nel caso di Humboldt con il povero Bompland, vittima designata dei suoi esperimenti, mentre nel caso di Gauss sono la seconda moglie Joanna e il figlio Eugen a fare le spese del suo genio), si ritrovano sempre soli a dover affrontare un mondo che non sa di scienza, che non ne vuole sapere pur essendoci immerso.
Il suo tanto atteso diario di viaggio aveva deluso i lettori: centinaia di pagine piene di risultati di misurazioni, quasi nessun aneddoto, praticamente nessuna avventura. Una tragica circostanza che avrebbe danneggiato la sua fama postuma. Solo chi racconta delle buone storie diventa un viaggiatore famoso.
È dunque un colpo di genio del giovanissimo Daniel Kehlmann (oggi quasi quarantenne) aver ridato vita a questa giostra della mente e dell'anima, aver rianimato questi personaggi dai musei e dalle biblioteche per farne un romanzo godibile e pieno di stimoli (che mi ripropongo una volta o l'altra di far leggere anche a scuola).