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La morte del “primo soldato” e la successione saudita nel nome della stabilità

Creato il 05 luglio 2012 da Geopoliticarivista @GeopoliticaR
La morte del “primo soldato” e la successione saudita nel nome della stabilità

Lo scorso 16 giugno è deceduto a Ginevra il principe erede al trono saudita Nayef bin Abdulaziz Al Saud, all’età di 78 anni. Ministro dell’interno dal 1975, Nayef era il custode dell’apparato di sicurezza e dell’ordine interno dell’Arabia Saudita, dicastero che sotto la sua lunga permanenza al vertice è stato guidato con il pugno di ferro. Nonostante il suo portfolio fosse rivolto sostanzialmente verso le questioni interne al regno, Nayef era una voce assai influente nella definizione della politica saudita nella regione. Ultra-conservatore, in simbiosi con l’establishment wahhabita, Nayef è stato un acerrimo oppositore delle rivolte arabe, considerate in maniera lapidaria ed esemplificativa quale elemento di “instabilità” nell’ordine regionale e vento sciita di matrice iraniana. In più di un’occasione il moto di ribellione del mondo arabo è stato identificato come “il male che vuole fare del regno il luogo del caos”.

Fervente sostenitore della monarchia sunnita in Bahreyn, nel marzo del 2011 Nayef ha ricoperto un ruolo centrale nella repressione delle proteste contro la monarchia vicina, con l’ausilio di Mutaib, figlio del re Abdullah, a capo della Guardia Nazionale, coinvolta nelle operazioni militari contro i dimostranti bahreyniti, nel quadro dell’operazione delle forze armate, a prevalenza saudita, del Consiglio di Cooperazione del Golfo. Tenere lontano ogni segnale di minaccia, anche il più timido, dal cuore del regno: un principio aureo e trasversale di tutto l’apparato di sicurezza da lui presieduto per più di trent’anni. La sua scarsa attitudine al compromesso si è palesata nella ferma opposizione a qualsiasi tentativo di apertura in senso riformista e liberale della società saudita, quali il riconoscimento del diritto delle donne a guidare – che negli ultimi anni ha acquisito una considerevole valenza simbolica – oltre alla repressione delle proteste che si sono concentrate nelle province orientali a maggioranza sciita, ricche di petrolio.

Nato nel 1933, Nayef è stato educato presso la Scuola dei Principi di Riyadh, dove ha ricevuto una formazione fondata sui precetti della corrente wahhabita dell’Islam. Da sottolineare la sua lotta ad al-Qaeda, soprattutto dopo che, tra il 2003 ed il 2006, il regno fu bersaglio di diversi attentati, in particolar modo diretti a impianti petroliferi e siti stranieri. Una vera e propria guerra, dichiarata da quello che una volta si definì “il primo soldato del Paese” e che l’ambasciatore americano in Arabia Saudita, Charles Freeman, non esitò a definire una “campagna di antiterrorismo brutalmente incisiva”, che portò all’arresto e all’uccisione di centinaia di veri o presunti appartenenti alle cellule dell’organizzazione. Ciò, se vi si aggiunge la condotta perseguita nello Yemen – dove è stata garantita la continuità degli interessi sauditi dopo la caduta dell’alleato Saleh – ed in Bahrain, anche quale argine all’influenza di Teheran, ha attirato sulla figura di Nayef i favori dell’amministrazione statunitense.
Si tratta senza dubbio di un duro colpo per la casa regnante, che ha perso una figura apicale del suo establishment e che si è trovata alle prese con un’altra transizione in pochi mesi, dopo che nell’ottobre scorso era deceduto per una non meglio precisata malattia il precedente principe designato alla corona, Sultan bin Abdulaziz Al Saud. Fino ad oggi, la successione si è risolta in senso “orizzontale”, con la trasmissione da fratello a fratello tra i numerosi figli di Abdel Aziz al Saud, fondatore del regno.

I funerali di Nayef si sono svolti domenica 17 giugno e l’annosa questione è stata archiviata in modo repentino: il giorno successivo – senza bisogno di riunire il Consiglio dei Fedeli, istituito da re Abdullah nel 2006 al fine di gestire la sua successione, e come da previsioni – Salman bin- Abdulaziz al-Saud, fratello minore dello scomparso principe, è stato designato erede della corona dell’ottantottenne re Abdullah. Nato nel 1935, a partire dal 1962 Salman ha ricoperto la carica di governatore di Riyadh, che dopo circa cinquant’anni ha lasciato per il vertice del Ministero della Difesa. Il nuovo principe ereditario è considerato meno conservatore ed intransigente del suo predecessore, sebbene ciò non suggerisca un pronto innesco della macchina dell’apertura e delle riforme. “Non accetta ciecamente tutto ciò che gli Stati Uniti dicono, ma è ben consapevole dell’importanza della nostra relazione, che va oltre il petrolio”, ha detto di lui Robert Jordan, ambasciatore statunitense a Riyadh dal 2001 al 2003. A parte le dichiarazioni che si possono ricondurre al fisiologico spartito secondo cui si sviluppa il loro canale diplomatico, il legame tra USA ed Arabia Saudita – nonostante il recente avvicinamento economico di Riyadh a potenze asiatiche emergenti come Cina ed India – non è in discussione, sebbene permangano al contempo evidenti contraddizioni “accettabili”, che non lasciano estranei altri Paesi occidentali. Nel capitolo dedicato al regno saudita del World Report 2012 elaborato dall’organizzazione per i diritti umani Human Rights Watch si legge: “L’Arabia Saudita rappresenta un alleato chiave per gli Stati Uniti ed i Paesi europei. Il governo nordamericano ha evitato di criticare pubblicamente la repressione delle proteste dei dimostranti in Bahrein (del marzo 2011 nda), in cui l’esercito saudita ha ricoperto un ruolo centrale, ed altre palesi violazioni di diritti umani avvenute nel Paese. Nel giugno del 2011 la Germania ha venduto duecento carri armati alla monarchia saudita per un valore di 5 miliardi di dollari. Gli stessi Stati Uniti, sotto la presidenza di Barack Obama, hanno continuato a venderle armi per un giro di affari di 60 miliardi di dollari”.

I profili dei due principi – di certo importanti al fine di comprendere e prevedere future strategie e prospettive politiche – costituiscono variabili che possono essere isolate da quello che, in ultima istanza e nell’ambito di un’analisi più generale, costituisce un inequivocabile segnale di mantenimento della stabilità lanciato dalla monarchia saudita. Le rivolte arabe “portatrici di caos”, la nebulosa situazione in Siria, l’influenza iraniana e le rivolte interne stanno minacciando il cristallizzato sistema saudita, costituendo un indiscusso coacervo di potenziali cambiamenti nei rapporti di forza della regione, sotto l’attento monitoraggio degli attori esterni, Stati Uniti in prima fila. In un panorama regionale caratterizzato da dinamiche in continua e dirompente evoluzione, il regno sceglie la stabilità e la continuità del potere quale principale strumento di tutela.


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