Magazine Diario personale

La musica è finita, gli amici se ne vanno

Da Iomemestessa

È difficile dirlo meglio della ‘povna, che con Brioches, analizza i perché di una sconfitta che è stata certamente bruciante, ma altrettanto certamente non inattesa. E neppure, a voler essere onesti, ingiusta.

I segni dell’apocalisse c’erano tutti, bastava osservarli. E ascoltarli.

Il problema è che per ascoltarli occorre uscire dalle nostre enclave belle, pulite e profumate, che odorano di cultura, cura, scelta.

La vita, quella vera, quella della maggior parte dei nostri concittadini, è altra.

È una vita in cui la parola scelta, spesso, si concentra in un dualismo tra: pago la mensa della creatura o la bolletta del gas? Compro le medicine per la pressione o pago la pigione?

Poi ci si chiede perché si incazzino, e votino Lega. O M5S. Dipendendo, questo sì, dai gusti personali.

Oltre il 50% degli Italiani non ha votato un’idea. Ma una speranza. Quella di stare meglio. O un po’ meno peggio. Perché anche nella merda, ci sono le graduatorie.

Questo è un Paese che spesso si interroga. Ma facendosi le domande sbagliate. E accettando le risposte romantiche (intese come Romanticismo) e un po’ piagnone che piacciono e fanno stare sereni. Come Enrico, che poi, infatti, s’è visto.

Ridere di coloro che si accalcano a chiedere del reddito di cittadinanza è vile e crudele. Provate voi a non avere un cazzo, neppure la speranze. Poi, con calma, ne riparliamo.

Il PD ha fatto senz’altro progressi per la vita della società italiana, ma ammetto, senza infingimenti, che delle unioni civili, del fine vita o dello ius soli, mi fregherebbe il giusto, cioè molto poco, se dovessi ogni giorno combattere per la sopravvivenza quotidiana mia e dei miei cari.

E quando parlo di sopravvivenza quotidiana, parlo di dover considerare superflue cose che tutti noi consideriamo essenziali, acquisite e insindacabili.

In campagna elettorale ci è stato ripetuto con costanza quanto la sinistra sia buona, brava, bella e democratica. Quanto tenga ai valori della giustizia sociale e dell’accoglienza. Ma non una parola su come risolvere i problemi di quella fetta di popolazione, sempre più ampia, peraltro suo tradizionale bacino elettorale, che ha problemi non banali di sussistenza.

Si aggiunga, in questa sinistra, una protervia pari all’ignoranza.

Innanzitutto. Il reddito di cittadinanza è davvero un tabù inaffrontabile? Oppure si potrebbero riallocare diversamente certi stanziamenti di bilancio? È davvero impensabile contribuire alla creazione di un fondo di solidarietà facendo prelievi forzosi su certe rendite pensionistiche che superano (per fare un esempio) i 5.000 o i 10.000 euro?

Ridistribuire le ricchezze oltre una certa soglia per garantire la pace sociale non è un’eresia. È il fondamento delle migliori socialdemocrazie.

Possibile che tutto il PD non sia riuscito a trovare un solo rappresentante che in una qualsiasi trasmissione televisiva abbia avuto l’ardore e l’ardire di dire a Salvini che affermare che la flat tax è più equa delle aliquote progressive è una bestemmia sia economica che matematica? E poi alzarsi, trascinarsi ad una lavagna e con due semplici mosse che capirebbe pure mia figlia (terza elementare) dimostrare l’ovvio, e cioè che solo l’imposta progressiva garantisce l’equità fiscale.

Prendiamo uno che guadagna 100 e uno che guadagna 1000. Mettiamo un’aliquota fissa (flat) al 10%. Uno corrisponderà 10, e l’altro 100. Adesso consideriamo un’aliquota al 10% da 0 a 500, e una al 20% da 500 a 1000. Chi guadagna 100 corrisponderà sempre 10. Chi guadagna 1000 corrisponderà 50 (da 0 a 500) + 100 (da 500 a 1000) per un totale di 150 (in luogo dei 100 con l’aliquota unica). E ora l’indovinello: tra chi guadagna 100 e chi guadagna 1000 chi ha avuto maggior beneficio dalla flat tax?

È difficile spiegarlo? No. Il problema è che pensano: a) di avere dinanzi dei mentecatti che tanto (poverini) non ce la possono fare; b) che devono sporcare i loro bei discorsi aulici scendendo nel dettaglio dello sporco quotidiano. Non fosse mai.

C’è qualcuno che vuole prendersi la responsabilità di dire che oggi, l’ascensore sociale, in Italia, è bloccato? Che anche se hai dei meriti, comunque l’essere nati bene rappresenta un vantaggio non colmabile? È sempre stato così, dite? No. È sempre stato abbastanza così (essere nati bene aiuta, anche nascere belli aiuta, se è per quello), ma nel passato il merito consentiva (col doppio o il triplo dello sforzo) di colmare quel gap. Oggi, merito o meno, se non hai una base di partenza sei condannato a crepare in un call center. O a fare il pony express a Cinisello.

Non faccio per dire, in quell’abbastanza, ci passa un mondo.

I licei sono intasati da figli di papà ignoranti come zappe, spesso privi di consapevolezza sociale e, quel che è peggio della consapevolezza del loro essere dei privilegiati, e dotati un ego ipertrofico alimentato da genitori accudenti che, dopo aver passivamente accettato cinque trascorsi ad osservare i libri con lo sguardo consapevole di una mucca al pascolo, ed essersi scagliati contro professori mai all’altezza e incapaci di comprendere le profondità della psiche degli amati virgulti, consentono loro di trasferirsi a marcire per un tempo illimitato presso un ateneo a caso in una facoltà a caso, che tanto è lo stesso, è il pezzo di carta che conta e poi nonna ci resta male.

Nel frattempo, nei professionali e negli istituti tecnici ci sono potenziali che nessuno svilupperà mai. E di cui a nessuno fotte mediamente un cazzo (a parte qualche eroico insegnante, su cui comunque non si può pensare debba poggiare il peso dell’equità scolastica di questa Repubblica).

Il problema non è la tanto paventata fuga di cervelli, che coinvolge alla fine un numero ristretto di persone, quasi sempre anch’esse provenienti da ambienti privilegiati. Perché molto spesso non si tratta di veri cervelli in fuga ma di dipendenti dislocati altrove dai loro datori di lavoro che sono a loro volta multinazionali con sedi sparse nel mondo. Se mi assumono a Milano e dopo un paio d’anni mi trasferiscono a Londra, si chiama trasferimento, non fuga.

E ti chiedi: ma questa classe politica sa che cos’è l’ascensore sociale? Quale depauperamento porti (a tutti noi, nessuno escluso) il suo blocco?

Quali talenti andremo a disperdere? Quanto ci costerà non tanto nel breve, ma nel medio e lungo termine?

Questi interrogativi per dire che ridurre il problema a Renzi e al renzismo implica un’auto-assoluzione che, nei fatti, la sinistra non può, oggi, permettersi.

La sinistra deve ritornare a fare la sinistra. A rappresentare progresso e giustizia sociale, non a fare l’occhiolino all’alta borghesia fintamente illuminata (perché quella illuminata davvero di fronte a tanto ciarpame, li voterebbe comunque).

E deve ritornare a fare la sinistra non per prendere voti, ma per ritrovare se stessa. Non per andare in cerca di un comunismo che, è ovvio, non esiste più, ma di una socialdemocrazia vera che consenta a tutti, ultimi compresi, di vedere rappresentati i loro bisogni.

Per riprendere a far funzionare quell’ascensore sociale che, unico, può far riprendere slancio al sistema Paese, facendo il bene di tutti. Anche del figlio del fascista. Perchè questo è sempre stato il valore della sinistra. Il resto, perdonatemi, sono cazzate da salotti buoni per cui mi manca il tempo, la voglia e l’attitudine.

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