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La nostra comune umanità

Creato il 21 febbraio 2020 da Gadilu

La nostra comune umanità

Nel suo ormai classico «I sette saperi necessari all’educazione del futuro» (1999), ha scritto Edgar Morin: «L’educazione dovrebbe comprendere un insegnamento primario e universale che verta sulla condizione umana. Siamo nell’era planetaria; un’avventura travolge gli umani, ovunque essi siano: devono riconoscersi nella loro comune umanità, e nello stesso tempo devono riconoscere la loro diversità, individuale e culturale». In Occidente è sempre stata la filosofia (come habitus, ancora prima che come disciplina rigorosamente definita) a tentare una fondazione educativa di così ampio respiro. Ma la crisi epistemologica che ha colpito questo tipo di sapere, crisi collocabile alle soglie del Novecento, ha prodotto anche la sua progressiva emarginazione nell’ambito del discorso pubblico, trasformandola in pallida glossa dell’epoca della tecnica. In questo quadro possiamo dunque parlare solo di tentativi di «rinascita», secondo modelli o ricette spesso divergenti.

Proviamo ad illustrare questa tendenza rinascente avvalendoci di due opzioni, anche al fine di capire meglio quale modello sarebbe più fruttuoso. La prima opzione ci è offerta dalla proposta di Diego Fusaro, di recente ospite a Bolzano come «padrino» di una nuova formazione politica (Vox Italia) che prenderà parte alla competizione elettorale di maggio. Il suo contributo procede da una ambiziosissima — per non dire velleitarissima — ricollocazione della filosofia al centro della politica. Per Fusaro la filosofia è essenzialmente politica, così come la politica è essenzialmente filosofica. Obiettivo: contestare il disegno egemonico del capitalismo internazionale imposto mediante la cancellazione delle prerogative di sovranità dei diversi stati nazionali. Per il «socialista» Fusaro la lotta di classe si configura così essenzialmente come lotta tra le élite liberali globalizzate e i popoli, e la democrazia dovrebbe essere ricondotta nel cerchio di un ricompattamento identitario che fonde spunti tratti da Gramsci con quelli di un comunitarismo di destra à la de Benoist. Abbiamo qui a che fare con una forma di «resistenza» che scioglie la «condizione umana», di cui parlava Morin, in una dimensione social-nazionale la quale, non troppo curiosamente, nel momento stesso in cui afferma di superare la dicotomia destra/sinistra finisce col piacere parecchio solo agli estremisti di destra (Eriprando della Torre di Valsassina, il candidato sindaco di Vox Italia a Bolzano, è stato per anni consigliere del Movimento sociale italiano e fiero difensore dell’«italianità»).

Altra prospettiva, di opposta natura, la incontriamo leggendo il filosofo catalano Josep Maria Esquirol, del quale l’editore «Vita e Pensiero» ha tradotto due anni fa il suo libro «La resistenza intima. Saggio su una filosofia della prossimità». Anche per Esquirol il problema si pone nel come affrontare le forze disgreganti che, facendo leva anche sulle nostre paure, tentano di contrapporci gli uni agli altri. Qui però la ricetta non va nel senso di un comunitarismo immunitario, di ascendenza socialnazionale, e soprattutto non ritiene che alla filosofia spetti nuovamente il ruolo di «guida dei popoli». Più modestamente (e a mio avviso più sensatamente), la riflessione filosofica deve introdurci alla riscoperta di un piano di prossimità che implica la rivalutazione della concretezza, del quotidiano e di una gestualità familiare. La migliore illustrazione di un simile atteggiamento «anti-speculativo» è data da tutte quelle iniziative che, sul nostro territorio, non hanno neppure bisogno di interpellare l’autorità di trattati, che non si appoggiano a nomi altisonanti, perché agiscono fornendo aiuto e sostegno alle reali vittime del sistema capitalistico globalizzato: vale a dire, in primo luogo, agli immigrati. Scrive Esquirol: «Darsi significa essere per gli altri cibo, compagnia, tenerezza o riparo. Ecco come nascono le case della misericordia, le case della carità o gli ospedali. La solidarietà ha la forma di una casa. Una casa che non è in grado di ospitare non può considerarsi tale. E per questo motivo una casa non può mai ritenersi finita. L’economia del dono non persegue il progresso, bensì la perseveranza e la ripetizione. Tutti devono avere una casa e del cibo. Anche la parola contiene e accoglie come una ciotola».

Due filosofie, due linguaggi completamente diversi offrono occasione di riflessione e stimolo alla praxis politica. Tornando all’incipit di Morin, non dovrebbe allora essere arduo scegliere ciò che meglio corrisponde alla cura della presente e futura «condizione umana».

Corriere dell’Alto Adige, 21 febbraio 2020


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