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La partita del 26 gennaio

Creato il 02 febbraio 2020 da Malvino

L’attesa ha caricato di notevole tensione l’appuntamento del 26 gennaio, per settimane e settimane praticamente non si è parlato d’altro. Comprensibile, dunque, che l’esito della contesa abbia assunto importanza via via crescente, forse anche più di quanto in realtà ne avesse, e che sul risultato, che ha dato qualche grattacapo anche ai bookmakers, fossero puntati gli occhi di tutto il Paese. Partita quanto mai sentita, sulla quale, ora, a una settimana di distanza, si può fare il punto con più serenità, e soprattutto con più lucidità, di quanto è stato all’indomani, quando ogni analisi ancora risentiva del febbricitante clima della vigilia, che ha surriscaldato più del dovuto campo e spalti. Questa è l’intenzione che mi pongo, senza sottovalutare il rischio di aspre critiche, e da entrambe le tifoserie, per quella che metto in conto vorrà esser letta come mancanza di sensibilità calcistica, perché suppongo abbiate capito che qui m’intratterò sulla partita Napoli-Juventus, giocata giusto sette giorni fa. Suppongo sappiate pure come è andata: 2-1. Il Napoli aveva il vantaggio di giocare in casa, forte di un tifo che da sempre in città è vissuto come fede, ultimamente tuttavia alquanto scossa da una lunga serie di sconfitte. I tempi di Maradona sembravano lontani un secolo, e le speranze accese a inizio di ogni campionato, spesso illusoriamente nutrite da un buon esordio, anche stavolta si erano spente. Anche stavolta lo scudetto era diventato un miraggio e, partita dopo partita, ormai si scendeva in campo con l’apparente unico scopo di evitare figuracce. E non si riusciva ad evitarle. Sicché lo spogliatoio ormai era un inferno. E gli sponsor storcevano il muso. Mai così basso il numero di abbonamenti. Mai così pochi i tifosi al seguito nelle partite in trasferta, ridotti a uno zoccolo duro sempre più eroso da sconforto e rabbia. Colpa dell’allenatore? Cambiarlo non aveva dato risultati. In ogni caso, i giocatori apparivano demotivati. Per tacer del presidente, un taccagno senza onore e senza sentimento. Ma queste son cose che probabilmente sapevate già, mi scuso col lettore che avrò tediato con l’averle rammentate, e ancor più con quello che, da tifoso del Napoli, potrà rimproverarmi di averle illustrate in modo troppo grossolano, senza un grammo di empatia, trascurando il peso che sulle deludenti prestazioni della squadra hanno di volta in volta avuto le scorrettezze degli avversari e le ingiuste decisioni arbitrali. È che il calcio, per dirla con un eufemismo, non è tra i miei interessi principali. Né mai lo è stato. Le poche volte che ci ho messo mano su queste pagine è per l’abuso allegorico che ne faceva la politica, da me peraltro sempre severamente biasimato. Concedendo che il mio disinteresse per il calcio possa aver dato un quadro non precisissimo delle condizioni in cui versava il Napoli, questa era la squadra che il 26 gennaio ospitava al San Paolo la Juve, e cioè la squadra in cima alla classifica, la squadra che nel Paese conta il maggior numero di tifosi, fieri di dirsi «gobbi», la Juve cinica, cattiva e opportunista, che da un bel po’ vince e stravince, godendo d’essere odiata da chi sconfigge, apparentemente motivata più dallo «juvemerda» di chi la odia che dal «forzajuve» di chi la ama. Una macchina da guerra contro undici depressi: quello del San Paolo era un risultato che in tanti davano per scontato. Sbagliando. Perché le cose sono andate come sapete: il Napoli ha vinto. Ora, quando la propria squadra vince, il giubilo è sacrosanto. Poi, giacché ciascuno ha l’indole che si ritrova, è sacrosanto pure che il giubilo si esprima come a ciascuno pare più appropriato. Il tifo, tuttavia, eccita l’indole anche di chi solitamente è persona mite e ragionevole. Così, in tutta la pur ampia gamma di espressioni di giubilo cui abitualmente si abbandonano i tifosi di una squadra che ha vinto, costante è un che di esagerato, se non di irrazionale. Chi, come me, non ha mai fatto il tifo per una squadra può essere tentato alla condanna di quella che spesso ha tutti i tratti della pazzia, ma non è giusto e, seppure lo fosse, non è consigliabile. Non è giusto, perché il tifo è questione di testa solo per il poco che alla testa basta per dargli dignità di passione. Non è consigliabile, perché la passione non tollera critiche, tanto meno paternali.  Non ci si azzardi, dunque, a far presente ai tifosi del Napoli che il loro giubilo è folle. Che il campionato non dà loro alcuna speranza. Che la Juve resta la Juve. 

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