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La paura resta a casa: The Invisible Man, The Lighthouse, Il buco, Swallow, The Hunt

Creato il 03 aprile 2020 da Mik_94
La paura resta a casa: The Invisible Man, The Lighthouse, Il buco, Swallow, The HuntIspirata al classico di H.G. Wells, la vicenda dell’Uomo invisibile è stata portata più volte sul grande schermo, ma sempre dalla prospettiva dello scienziato. Eccezionalmente, questa volta, il reboot omonimo sceglie di concentrarsi su un comprimario. La vittima per eccellenza dell’uomo: colei che ne divide il talamo nuziale. La protagonista braccata, infatti, è la moglie di un ottico maniaco del controllo che in gran segreto ha brevettato la tuta dell’invisibilità. La vena orrorifica, soprattutto nell’ottima parte introduttiva, è tenuta a bada per lasciare spazio alle paranoie e ai silenzi di un thriller psicologico teso e raffinatissimo. Il film non ha né eccessi gore né effetti speciali in quantità. La protagonista punta il dito, farnetica, si rannicchia su di sé, accende tutte le luci di casa e fissa intensamente il vuoto. Se la trama è presto detta – una versione paranormale di A letto con il nemico –, a far la differenza sono quei dettagli inattesi nell'intrattenimento mainstream. Una regia sapiente, che fa crescere la suspance nella desolazione dei campi lunghi o nei piani sequenza più frenetici. La performance di Elisabeth Moss – spaventata, delirante, spavalda – che regge queste due ore di visione con una gamma espressiva da prima della classe. Gli si rimprovera, allora, soltanto qualche buco di sceneggiatura nella conclusione; un epilogo liberatorio ma un po’ telefonato. The Invisible Man è un aggiornamento sentito, femminista, intelligente, di cui si coglie finalmente il senso. Ai mostri dello studio Universal, così, se ne affianca un altro ben più diabolico: lo stalking. (7,5) La paura resta a casa: The Invisible Man, The Lighthouse, Il buco, Swallow, The HuntUn’isola. Un faro. Un apprendistato lungo un mese. Ma, alla scadenza dei giorni, non arriva nessuna scialuppa. Non si vedono mai la terraferma, né altre facce. La convivenza tra un umile subordinato e il suo capo, già faticosa, diventa infernale. Si fruga nei reciproci vissuti. Ci si scaglia contro il russare dell’altro, i suoi ordini, i suoi umori, il suo tanfo. Soltanto l’alcol, che scorre a fiumi, appiana le divergente. In tutti gli altri momenti, invece, pesano i silenzi, l’astinenza, le limitatezze del luogo. Come evitare di trasformarsi in bestie a causa della solitudine? Ecco avvicendarsi presagi, visioni, sospetti, cadaveri che riaffiorano, creature alla Lovecraft. Paranormale o suggestione? La catabasi dei protagonisti, tuttavia, è un’escalation  di follia che punta in alto: alla lanterna del faro, al centro della contesa maggiore. Mènage a due, The Lighthouse – odiato a Cannes, poi rivalutato dal pubblico – è giocato sui contrasti tra Dafoe e Pattinson. Se il primo è un lupo di mare dispotico e umorale, il secondo è un giovane senza passato che minaccia di peccare di hybris sovvertendo l’ordine. Il taglio e la fotografia evocano il cinema muto. La scrittura, teatrale, vive di faccia a faccia e monologhi dolenti. I personaggi incarnano tipi umani brutti, sporchi e cattivi. In realtà, a ben vedere, è tutto bellissimo. In realtà, senza sorprese, i due sono magistrali. Ma il film, lento e inesorabile, si lascia seguire piuttosto passivamente: sin dalle premesse, infatti, immaginiamo che i misteri del faro rimarranno inspiegati. Dopo The Witch, il regista predilige l’ermetismo di alcuni film festivalieri e, a mio dire, pecca di una spocchia che risulta inutilmente pretenziosa trattandosi di un'opera seconda. Eggers non delude, ma nel tentativo di fare il passo più lungo della gamba in uno sforzo prometeico non va né avanti né indietro. Resta dove lo avevamo lasciato ai tempi dell’esordio, giù talentuoso, ma in attesa di essere messo meglio a fuoco. Perché nessun autore, nessun film, dovrebbero rimanere isole. (7) La paura resta a casa: The Invisible Man, The Lighthouse, Il buco, Swallow, The HuntIl buco è una prigione verticale dalla struttura dantesca. Si sviluppa in altezza per oltre duecento piani, collegati tra loro da un montavivande: all’ora del pasto, ogni giorno, i misteriosi carcerieri fanno scivolare da un piano dopo l’altro un carrello carico di leccornie da chef stellati. Gli occupanti più vicini al piano zero hanno pance piene e vita facile, tutti gli altri si cibano di scarti. Spingendosi al suicidio, all’assassinio, al cannibalismo. Il protagonista è un sognatore con la mente zeppa di pensieri idealisti. Arrivato con una copia del Don Quisciotte, spera di lottare contro i mulini a vento del sistema; di educare i compagni all’equanimità, alla parsimonia, al rispetto. C’è forse un inghippo nel sistema? C’è, soprattutto, una via di fuga? Preceduto dalle lodi diffuse della rete, questo esordio spagnolo è all’altezza delle aspettative: perfino il finale, contestato sui social, mi ha emozionato all’inverosimile. Particolarmente attuale nel clou della pandemia, tra convivenze forzate e resse nei supermercati, Il buco caldeggerà il pessimismo o strizzerà l’occhio alla speranza? Torbido e cruento, è una allegoria sanguinosa e ispirata che ricorda le atmosfere di The Cube e Snowpiercer. Ma ha argomentazioni attuali, tutte sue, e una visione personale che si esprime dal gusto estetico alla scrittura. Prodotto a basso budget, con il minimalismo della migliore fantascienza indipendente, il film premiato a Torino brilla per una sceneggiatura da applausi sorretta da un manipolo di attori votati alla causa – il vecchio compagno di branda, in particolare, regalerà non pochi incubi. Feroce, poetico, politico, si conferma uno dei migliori film di genere presenti sul catalogo Netflix. (8) La paura resta a casa: The Invisible Man, The Lighthouse, Il buco, Swallow, The HuntBiglie, viti, aghi, batterie. Sono soltanto alcuni degli acuminati passatempi segreti di Hunter, una giovane e bella moglie trofeo che ha sviluppato un singolare disturbo ossessivo per cercare attenzione: ingoiare oggetti. Dagli angoli più disparati della sua lussuosa villa con piscina, la chiamano ninnoli e utensili. La tentano. Da dove arriva quella fame d’amore che la spinge a rimpinzarsi di corpi contundenti? Avvolta da uno stile anni Sessanta, sia nell’eleganza del design che nei colori pastello, una Haley Bennett degna di nomination è la sorprendente padrona di casa di un’ordalia psicologica senza fine. Se tutt’intorno abbondano le simmetrie maniacali, all’intero della protagonista si agita un magma spaventoso. Sottostimata, sola, mite, osa far rumore nell’atto dell’ingoio. Assordante, il suo disagio ha radici tutte da scoprire. Nell’abbraccio di un collega ubriaco. Sotto un letto dove appisolarsi con un tuttofare dagli occhi umidi. A colloquio con un grande Dennis O’Hare, in un faccia a faccia sul perdono e sulle eredità letteralmente commovente. Esiste guarigione? Forse, ma non passerà attraverso un finale consolatorio: ne avrei immaginato uno diverso, per la povera Hunter, ma avrebbe fatto meno male nell’assestarsi l’ultimo schiaffo. E guarigione e digestione, pare, passano da altro dolore. Grido d’aiuto femminista, profondo e perturbante, Swallow è il primo film davvero memorabile visto quest’anno. Difficile da mandare giù, altrettanto da scordare. (8) La paura resta a casa: The Invisible Man, The Lighthouse, Il buco, Swallow, The HuntPotremmo riassumerlo in poche parole. The Hunt è un Hunger Games ad alto tasso splatter, vietato ai minori non accompagnati.  È la versione disimpegnata di Get Out e quella più politicamente schierata di Finché morte non ci separi. Una classica partita a nascondino in cui a cambiare, questa volta, sono puramente le relazioni tra cacciatori e cacciati. I primi liberali, di sinistra. Gli altri repubblicani fedeli a Trump e alle armi, gretti e razzisti per natura. Lì dove gli elettori statunitensi hanno visto un attacco al loro Presidente, al punto da arrivare a sabotare l’uscita del film in sala, in realtà si nasconde una satira scalmanata che bacchetta parimenti entrambi i lati della barricata. Non c’è chi ha torto e chi ha ragione. Se abbondano i volti presi in prestito dal piccolo schermo – Emma Robert, Justin Hartlley: un consiglio, non affezionatevi troppo alle loro sorti –, la vera lotta è tra Betty Gilpin, una Rambo al femminile già apprezzata in Glow, e l’autoironica Hilary Swank. Diverte vedere le due attrici darsele di santa ragione in cucina, in un corpo a corpo che ricorderà quello tra Uma Thurman e Vivica A. Fox in Kill Bill. Nonostante le citazioni orwelliane, però, non aspettatevi grandi riflessioni: The Hunt brilla per acume e umorismo soltanto a sprazzi incostanti. Il resto è un divertissement nella norma: breve, spassoso, ultraviolento, dove la satira iniziale cede ben presto il passo al rosso arterioso tanto apprezzato dagli amanti dell’horror. Dardi, bombe, pallottole. Una carneficina impegnata in teoria, ma senza grandi pretese nell’atto pratico. Tanto rumore per nulla?  Anche se soltanto per lo sgranocchiare dei popcorn in sottofondo e per qualche risata fra amici lontani, potrebbe valerne la pena. (6,5)

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