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La Pazza Avventura di Claudio Piani da Milano all’Australia Senza Aerei e Dal Tibet all’Italia in Bici

Creato il 06 ottobre 2019 da Sunday @EliSundayAnne

Prima di lasciare tutto facevo l’allenatore di pallacanestro in una scuola privata, un lavoro che mi permetteva di avere un buono stipendio e pagarmi l’affitto a Milano ed essere indipendente. Due mesi di ferie ogni anno durante i quali ero andato in vacanza nell’Europa dell’Est da solo interni e autostop, poi Europa in macchina sempre da solo.
Nel 2011 avevo fatto il cammino di Santiago e, una volta tornato, avevo capito che due mesi all’anno per viaggiare non mi bastavano più. Così nel 2014 mi sono licenziato dal posto fisso dopo otto anni di insegnamento, ho lasciato casa e fidanzata e mi sono preso un anno sabbatico. Un anno tutto per me che poi sono diventati cinque.

viaggiare da solo in Asia

Il progetto era di arrivare in Australia senza prendere aerei.

Ho attraversato l’Austria, la Repubblica Ceca, la Polonia, la Bielorussia, tutta la Russia, ho fatto il pastore in Mongolia, poi sono tornato in Russia e da lì in Cina per due mesi, poi Sud-Est Asiatico. Sono arrivato a Jakarta ma non ho trovato navi economiche così ho preso un aereo e sono arrivato in Australia.

In quei sei mesi mi sono mosso con bus, pullman, autostop, treni; nel Sud-Est Asiatico ho comprato una moto e l’ho girato tutto.

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Come hai trovato il lavoro da pastore in  Mongolia?

Avevo conosciuto un insegnate universitario che mi aveva portato un po’ in giro; il secondo giorno mi aveva chiesto dei soldi ma io ne avevo veramente pochi e gli avevo già pagato la benzina e offerto i pasti. Mi era sembrato una persona genuina ma in realtà non lo era, così mi sono fatto lasciare per strada nel mezzo della steppa. Dopo un paio di ore è passato un contadino che ha chiamato sua figlia al telefono perché lui non parlava inglese; la figlia mi ha detto che avevano bisogno di un aiuto al campo nomadi in cambio di vitto e alloggio. Così sono salito sulla macchina del contadino e siamo arrivati in mezzo al nulla e 43 yak. Io li aiutavo a trasportare i sacchi di latte e di escrementi di yak col quale fanno il fuoco, insomma facevo tutti i lavori fisici che non riuscivano  fare le tre donne del campo.

L’alloggio era una urta e il vitto era poco: un po’ di insalata coltivata in un piccolo orto, ogni tanto qualche pezzo di pane tipo piadina e tre tipi di formaggio di yak: uno tipo burro, uno duro tipo grana e uno più classico.

Ero davvero in mezzo al nulla senza libri né telefono, né alcun contatto con il mondo; scrivevo sul mio diario e pensavo, ma dopo un po’ non ne potevo più così sono andato via e sono andato in Russia, dove ho fatto un po’ il taglialegna in cambio di vitto e alloggio, e poi ho attraversato la Cina, principalmente in treno. Avendo un budget molto ridotto prendevo i treni notturni più poveri.

Dove ti lavavi i vestiti?

Io viaggio sempre con il sapone di Marsiglia e lavavo i vestiti in ostello; essendo estate non avevo da lavare vestiti pesanti.

In Nepal avevi fatto un corso di meditazione Vipassana. E’ stato molto duro?

No, perché ero in un momento della vita giusto per farlo. Arrivavo da tanti giorni di trekking sull’Himalaya da solo quindi era un momento della mia vita molto introspettivo. Mi erano inoltre capitati alcuni episodi strani. Ero sulle montagne a un’altezza di 5000 metri e stavo leggendo il libro Siddhartha di Hermann Hesse. Ero arrivato al punto in cui Siddhartha pensava che la vita non avesse un senso e voleva buttarsi in un fiume. Poco prima di perdere i sensi e morire annegato gli viene in mente la parola Ohm.

Avevo chiuso il libro ed ero andato a fare una passeggiata, per poi trovare per terra un amuleto tibetano su cui c’era una scritta strana. Due giorni dopo ho chiesto a una signora tibetana cosa ci fosse scritto e lei mi ha detto: “Ohm“.
Da lì sono sceso a Kathmandu a fare il corso di dieci giorni di meditazione Vipassana: ero pronto per farlo.

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Qual è stato il paese che ti è rimasto più impresso?

Il Laos: c’è poco turismo e la gente è più genuina; non essendoci il mare ci sono meno turisti che visitano per ubriacarsi e fare i full moon party. In Vietnam invece ho avuto l’impressione di essere visto come un bancomat ambulante.

Cos’hai fatto in Australia?

Sono entrato in Australia con un Working Holiday Visa che avevo fatto online; la mia idea era di fare qualche lavoro per rientrare dei soldi spesi e poi tornare in Italia: il mio anno sabbatico stava per giungere al termine. Sono stato un po’ ad Adelaide e un po’ a Sidney, poi ho deciso di fermarmi ad Adelaide perché meno frequentata da backpackers in cerca di lavoro come me. Lì ho conosciuto una famiglia italiana del mio paese che era emigrata in Australia negli anni Cinquanta, e che mi ha ospitato.

In Australia in una settimana ho trovato tre lavori: dopo un mese avevo recuperato tutti i soldi che avevo speso in sei mesi di viaggio e stavo iniziando a metterne anche da parte. Guadagnavo mille dollari a settimana. Sono così stato un anno in Australia e poi, sulla via del ritorno, ho visitato la Nuova Zelanda e sono andato a Singapore.

Ho fatto Singapore-Milano in autostop e ci ho messo undici mesi passando da India, Nepal, Cina, Uzbekistan, Kazakistan, Tagikistan, insomma tutta l’Asia, sempre in autostop.

Hai mai avuto paura?

Ho solo avuto paura una volta in Kazakistan quando hanno tentato di rapinarmi e mi hanno messo il coltello alla gola. Ero in un parco vicino al confine cinese con una ragazza americana, abbiamo sentito dei passi e a un certo punto ho sentito una lama che puntava sul collo. L’istinto mi ha fatto girare e gli ho detto “Hey!”. Erano in tre, uno grosso e due piccoli; quando quello grosso ci è venuto incontro, la ragazza che era con me ha preso lo zaino e siamo scappati. Quando siamo arrivati in ostello mi sono messo in doccia e ho iniziato a tremare.

Com’è l’Iran?

L’Iran è un paese incredibile. La gente mi dava un passaggio e poi mi invitava a casa a mangiare. Quello iraniano è davvero un popolo meraviglioso.
Dall’Iran ho fatto Turchia, Bulgaria, Serbia, Croazia e sono arrivato a Milano nel 2016.

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Hai mai sentito malinconia di casa?

No, mai. Ogni tanto sentivo gli amici, ma stavo davvero bene in viaggio, ero nel mio elemento. Non ho mai sentito la solitudine durante questo viaggio.

Con quanti soldi eri partito?

Nel 2014 ero partito con 3500 euro e mi ero detto “Con questi soldi voglio arrivare in Australia”. L’idea era di viaggiare per sei mesi e poi fermarmi in Australia a lavorare per un po’. Sono tornato con il triplo dei soldi di quando mi ero messo in viaggio.
Funziona quindi di viaggiare per un po’ di tempo in nazioni in cui la vota costa poco, e poi fermarsi a lavorare in nazioni in cui si può guadagnare tanto.

Una volta tornato in Italia ho cercato lavoro online e l’ho trovato in Cina, come insegnante di educazione fisica in una scuola elementare pubblica. Durante il mio anno in Cina ho anche insegnato inglese e ho fatto il modello per una ditta di vestiti che vende su Amazon.

Cos’hai fatto dopo un anno in Cina?

Poiché di nuovo avevo già soldi di quando ero partito, ho deciso di tornare in Italia via terra. Ho così fatto Tibet-Milano in bicicletta. Questa è stata la prima volta in cui ho sentito la solitudine. Deserti e montagne da solo in bicicletta è stata dura; a volte stai quattro o cinque giorni senza vedere nessuno.

La Pazza Avventura di Claudio Piani da Milano all’Australia Senza Aerei e Dal Tibet all’Italia in Bici

Eri allenato per andare dal Tibet a Milano in bicicletta?

No, però ho un fisico atletico per cui sono riuscito a farlo. Il fisico deve essere forte, a volte bisogna anche spostare la bici a mano. Sono quindi partito dal Tibet, sono arrivato alla Via della Seta e poi tutto dritto fino all’Italia. Mentre la prima volta ero andato in Asia passando dalla Russia al ritorno ero tornato passando dal centro Asia, mentre stavolta e poi ho fatto Kazakistan, Uzbekistan Kazakistan, il Mar Caspio, il Caucaso, il Mar Nero, Turchia e Bulgaria.

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Utilizzavi mappe cartacee o Google Maps?

Non avevo quasi mai la connessione internet, per cui avevo le mappe cartacee e poi alla fine è facile, sai che alla mattina se vai a nord devi avere il sole alle spalle, mentre se vai a ovest hai il sole sulla guancia sinistra e mi orientavo così.

Cosa mangiavi quando viaggiavi in bicicletta?

Quando la tratta lo permetteva, mi fermavo in qualche villaggio ogni paio di ore e mangiavo o compravo qualcosa per dopo; quando invece la densità abitativa è un paese ogni cinque giorni, portavo con me scatolame, un fornello ad alcool, sei-sette litri d’acqua, e ovviamente la tenda.

Hai mai avuto paura a dormire da solo in tenda nella steppa?

Paura no, però ci sono state delle notti in cui ho sentito i lupi, oppure avevo dormito in un cimitero ed era venuto qualcuno a disturbami; una notte ero in Cina a 3000 metri ed era arrivato un temporale così forte che pensavo di prendere fuoco per i fulmini e l’elettricità nell’aria. Mi sono anche trovato nel bel mezzo di una tempesta di sabbia, che era entrata dappertutto.

Il pezzo di steppa che la gente mi diceva: “Tu sei matto a farlo da solo!” l’ho invece fatto tutto e fino in fondo, senza chiedere aiuto, e proprio per quello è stata un’esperienza unica. Non ho voluto farmi portare e ce l’ho fatta.

Dal Tibet sono arrivato in Italia dopo 139 giorni.

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Com’è stato rivedere i tuoi genitori e i tuoi amici?

Tornare a casa è bellissimo. I miei amici ormai sanno che io sono fatto così: la seconda volta che sono tornato era Natale, i miei amici mi aspettavano per il pranzo di Natale e per me era come se non fosse successo nulla, mi sono seduto a tavola come se fossi tornato a casa dal lavoro.

Hai tenuto un blog in viaggio?

Ho scritto poco: è stato più un viaggio mio. Il mio viaggio in bicicletta è stato a scopo benefico.

Volevo donare qualcosa all'Asia che a me aveva regalato tanto: più dai, più ricevi. Click to Tweet

Ho quindi trovato un orfanotrofio gestito da locali, Tashi Orhan School, gemellata con un’associazione in Italia (no grandi Ong) per permettere alle persone di donare i soldi direttamente a loro senza passare da me.
Quando ero tornato in Italia ero stato ospitato in televisione da Licia Colò e avevo conosciuto un ragazzo che aveva fatto volontariato in un orfanotrofio di Kathamandu, per bambini tibetani rifugiati in Nepal.

Ho poi scritto un libro raccogliendo le cose che avevo scritto sul mio diario di viaggio e sono riuscito a raccogliere circa 5000 euro per l’orfanotrofio.

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Ora che sei tornato cosa farai?

Una scuola mi ha offerto di insegnare educazione fisica e quindi mi fermerò per un anno. Anche se si molla tutto, non si rimane mai senza lavoro:

Sono stato chiamato dalla nazionale di pallacanestro della Costa d’Avorio, mi hanno chiesto se volevo allenarli. Avevo però già preso l’impegno con la scuola italiana;

– Nelle Filippine mi avevano offerto di gestire un bar sulla spiaggia.

E’ vero che il viaggio ti cambia, però bisogna esserci portati: in viaggio bisogna cercare, arrangiarsi, creare connessioni, conoscere, e avere anche un pizzico di fortuna. La Provvidenza esiste quando dai, perché poi ricevi. Siamo noi che ci mettiamo nella condizione che le cose arrivino.

Qual è l’insegnamento più grande che hai ricevuto da questo viaggio?

1. Ascoltarmi e accettarmi. A volte si riesce ad ascoltarsi, ma accettarsi per quello che si è non  facile. Prima mi colpevolizzavo per quello che ero, ma poi ho accettato le mie imperfezioni;

2. Dalle cose belle che ho avuto nella mia vita sono arrivate cose belle, e dalle cose brutte sono comunque arrivate cose belle. Anche dagli eventi negativi sono arrivate opportunità impensabili: se non ti butti giù e hai pazienza, le cose arrivano.

Puoi seguire Claudio sul suo Blog, su Facebook e Instagram.
Il libro da acquistare per aiutare i bambini dell’orfanotrofio in Nepal è Vagabondiario – Cronache di un romantico avventuriero.

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