Solchiamo il fiume nero, la superficie levigata come pietra. Non una nave, né una barca a remi, non una lacrima di bianco. L’acqua si increspa, spazzata dal vento. Questo grande estuario è ampio, sconfinato. L’acqua è salmastra, blu per il freddo. Il fiume scorre sotto di noi, indistinto. Gli uccelli marini rimangono sospesi, volteggiano, scompaiono. Siamo un bagliore nel grande fiume, un segno del passato. Ci lasciamo alle spalle le profondità, il fondale illividisce la superficie, corriamo dove l’acqua è più bassa, le barche tirate in secco per l’inverno, i moli desolati, E sulle ali, come i gabbiani, ci libriamo, viriamo, ci voltiamo a guardare. Il giorno è bianco come un foglio di carta. Le finestre sono gelate. Le cave rimangono vuote, le miniere d’argento allagate. Qui l’Hudson è vasto, vasto e immobile. Un luogo oscuro, un luogo di storioni e di carpe. In autunno le salacche lo inargentano. Le oche lo sorvolano nelle loro formazioni a V, lunghe e fluttuanti. Dall’oceano arriva la marea.
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C’è, tra le pagine, una profonda e stupefacente oscurità che si nasconde sotto la superficie, una superficie che sorprende e perde molto presto la capacità di mascherare e nascondere.
James Salter, La perfetta felicità, traduzione di Katia Bagnoli, Guanda 2015.