Magazine Cultura

La poesia metasimbolica di Raffaela Fazio

Creato il 24 luglio 2019 da Criticaimpura @CriticaImpura
La poesia metasimbolica di Raffaela Fazio

Per Cassirer, la "funzione simbolica" fondamentale del linguaggio è quella sottesa alla capacità di sintetizzare la molteplicità del reale attraverso attività umane come il mito e la conoscenza razionale. Se concepiamo normalmente il simbolo come un significante che esprime un significato concettuale ad esso diverso eppure collegato per convenzione comune, potremmo affermare con una certa sicurezza che il filo conduttore della poesia mitologica e biblica di Raffaela Fazio è l'attitudine al metasimbolismo, inteso come superamento della dimensione puramente astraente del symbolon, il quale da mero oggetto che significa altro si ricondensa e si raggruma in carne e sangue, da universale astratto si reincarna in universale concreto, ovvero in un exemplum di volta in volta individuale, pregno di ethos e pathos, da cui attingere come fosse un campionario o un lessico fondamentale di vita vissuta.
In effetti, attraverso la poesia del mito e dell'archetipo Raffaela Fazio riesce a fornire il campionario esistenziale della natura umana in una prospettiva fenomenologica di grande profondità e purezza. I libri attraverso cui la poetessa tenta un approccio metasimbolico alla dizione di questa vasta materia sono due: Ti slegherai le trecce (Coazinzola Press 2017) e Midbar (Raffaelli Editore, 2019).
In Ti slegherai le trecce, Fazio si concentra sul mito greco come mezzo di descrizione e interiorizzazione dell'universo femminile, fissato ai punti fermi di un'indagine psicologica che penetra senza remore nelle intime motivazioni di gesti, situazioni, punti di crisi e di sutura di istanti metacronici che lasciano sospeso il giudizio sul personaggio femminile di volta in volta considerato per approfondire, piuttosto, la natura umana universale dello stesso, la propria istanza mitologematica, come materiale mitico che viene continuamente rivisitato e riscritto in modo da assumere varianti che possano sempre, da un originario significato primigenio, adattarsi alla sensibilità anche contemporanea. In Ti slegherai le trecce si respira dappertutto questo afflato kerényico e junghiano, la volontà di prendere spunto da una materia archetipica sospesa nel luogo e nel tempo, incarnata esemplarmente da figurae (forme che, etimologicamente, vengono plasmate) che assumono una posa intercalata tra l'istante dell'attesa e la deflagrazione cosmica del caos. Figure tra il tragico e il drammatico, a cui la poetessa si rivolge con un tu apostrofico di assoluta intensità partecipativa, che incarnano l'anelito alla catarsi e alla cum-prehensio, ovvero l'attimo estetico, emozionale, il balenio improvviso in cui cogliamo di colpo l'essenza esperienziale della vita.
In Midbar, la poetessa approfondisce la materia biblica con un piglio ancora in parte archetipico ma più filologico, recuperando la sostanza della figurazione veterotestamentaria attraverso la visione prospettica dell'interpretazione ebraica originaria, allontanandosi in parte, per questo tentativo di ritorno ermeneutico, dalla lettura cristiana a cui siamo maggiormente abituati. Nonostante l'attinenza filologica ai Bybla, tuttavia, ogni singolo personaggio ed episodio trattato restituisce il senso pieno del Testo Sacro in una modalità che supera il semplice inquadramento religioso, e deve essere inteso come enucleazione di punti nodali della coscienza collettiva di un popolo (non già semplicemente dell'inconscio, come voleva ancora Jung), che potrebbe fungere da modello primitivo coscienziale di tutti, modello di riferimento del quale le manifestazioni sensibili del reale fenomenico non sono che filiazioni successive, in cui riconoscersi e ritrovarsi nel basamento di senso fondante della propria primigenia umanità, pur essendo e rimanendo ognuno ancorato alla propria personale sostanza culturale. In questo senso, Midbar supera il contenuto stesso del testo e, come ogni poesia metasimbolica che si rispetti, diviene punto di condensazione e di sfogo delle tensioni esistenziali dell'essere umano in genere (esattamente come avveniva in Ti slegherai le trecce) al di là dei riferimenti immediati e delle concrezioni figurali in esso impersonate, come un dis-velamento della natura fàtica dell'esserci che per essere colta, deve essere detta, incarnata, fatta persona, nel passaggio fondamentalmente etico che trapassa sempre, per Raffaela Fazio, dall'apparenza all'ostensione, giacché, come diceva Papini, "l'arte non ha senso se non si fa ostensione del reale".

Sonia Caporossi

Da Ti slegherai le trecce

Circe

Ma niente
nell'amore
è vivo se mansueto.
Niente ti appaga
se è inganno o solo
oblio.

Lo sai
da che l'ospite nuovo
ti si è scagliato contro
da guerriero.
Sulla sua spada
hai visto
che eri nuda
e l'isola
si è infranta. Il talamo
si è aperto
al divenire, alla fiducia.

Il fuoco
sposa l'ombra e l'ombra
non turba
più la luce
la spoglia del miraggio:
connubio tra gli opposti
come l'erba
dalle radici nere
e il fiore bianco.

Nemiche le parole.
Le tue
di un tempo
troppe
erranti
più distanti
sparse a distrarre
il suono dal suo senso

Con quale nome
potrai farti chiamare
se lo hai perso?
Con quale voce
cercare il desiderio?

Solo un miraggio.
Ti struggi
per amore di un riflesso
tu stessa
riflesso del tuo vuoto.
Non più corpo
ma urto che ripete
e poi si spenge.

Sei l'altrove inconcludente
il non-possesso
l'aggiunta
che non aggiunge
niente.

Un istante
rivela la vita.
Da quella improvvisa
fessura
fiotta il giorno
a ritroso
nella notte
attinge il suo senso
e l'addensa.

Chi è il tuo sposo?
Il suo riso
negli anni, il portarti
alle labbra il boccale
e la reggia
ospitale...
Era tutto una fuga.
E l'amore un pretesto
per scordare
se stesso.

Anche adesso
non risponde all'appello
non accetta l'estremo
confine
che suggella il suo nome.

Tu capisci.
E di colpo ribelle
offri il dono
chinando la testa:
oltrepassi la soglia
al suo posto.
Che scompaia
il tuo volto, lo specchio
che deflette
perché il buio
rimandi all'amato
il suo vero sembiante.

Sorridi e ti aspetti
che nel lutto
l'uomo solo
rinasca, s'impasti
di vuoto e di forza.
Non più vino, né canti
o battaglie. Basta
il nudo lamento
accanto a due figli
la fatica
della propria paura
il sedersi sul trono
di gemme o di ortiche
che ha apprestato la vita.

Non esiste un'uscita
dall'ombra
che ci forma e ci spetta.

A lui rubasti
la notte non la cetra
un freddo di faretra
il sibilo la freccia dello sguardo
parola
che si perde.

Sei sola
al centro del tuo squarcio.

E taci

come quando
più bella più forte
rimarrai in silenzio
davanti
alla tua morte.

In origine

L'albero

Io sono
la camera oscura
di un possesso sfalsato.

Sono la memoria
di un sapore mai svelato
inguaribile

la nudità

un tempo commestibile.

Ma nella dispersione
capimmo
che il nome dura solo
se dalla voce affiora
l'uomo.

*
Un popolo
(il canto di Mosè)

"Mosè disse al Signore: "Perdona, Signore, io non sono un buon parlatore; non lo sono stato né ieri né ieri l'altro e neppure da quando tu hai cominciato a parlare al tuo servo, ma sono impacciato di bocca e di lingua"" (Es 4,10).

Quante volte ti ho guardato
dall'insonnia
come si cerca
di tenere insieme
nella mente una parola
e invece
quella si spezza nel chiarore
balbuziente.

Ma tu, popolo mio
ti spargi

*

Dal legno

"Assalonne cavalcava il mulo; il mulo entrò sotto il groviglio di una grande quercia e la testa di Assalonne rimase impigliata nella quercia e così egli restò sospeso fra cielo e terra [...] Allora Ioab [...] prese in mano tre dardi e li ficcò nel cuore di Assalonne, che era ancora vivo nel folto della quercia. [...] Allora il re fu scosso da un tremito, salì al piano di sopra della porta e pianse; diceva andandosene: "Figlio mio Assalonne! Figlio mio, figlio mio Assalonne! Fossi morto io invece di te, Assalonne, figlio mio, figlio mio!"" (2 Sam 18,9.14 ; 19,1).

L'unica nota
è un fruscio feroce
- orrendo stormire di fronde.
Oscilla dal legno
il tuo corpo ribelle
al cielo e alla terra.
Quanto vuoto
invano lo circonda! Come pende
in muta accusa!

Irresoluto fu l'amore
col quale non distinsi
i vostri tre silenzi:
la violenza
il tuo sdegno
la vergogna innocente.
Ora li sento
uno ad uno
svuotarmi la testa.
Nel suo incavo chiamo
in soccorso la follia.

Ma il ramo non si spezza.
Al suo posto
uno schianto inerte.

Dentro il petto la voce
è un peso morto.

__________________________________

[1] Circe, figlia del sole, Elios, vive su un'isola, in un mondo e in un tempo chiuso, circolare. A questa circolarità allude già il suo nome, che deriva dal femminile del greco kirkos, sparviero, rapace che avvicina la preda con volo concentrico. Circe alletta i sensi e li inganna, trasforma gli ospiti in creature selvagge e ibride. Poi arriva Ulisse: grazie all'erba moly donatagli da Ermes, l'eroe è immune agli incantesimi. Quando le si avventa contro con la spada sguainata, Circe cede. E gli si concede. Più tardi gli indicherà persino la via segreta verso l'Ade e, giunto il tempo del commiato, gli spiegherà la rotta del rimpatrio.

[1] Apollo fa un dono al re Admeto: gli concede di sottrarsi alla morte, una volta giunto il momento, a patto che qualcuno prenda il suo posto. Davanti alla richiesta del re, nessuno acconsente, neppure gli anziani genitori. Sua moglie Alcesti è l'unica che si offre di morire per lui.

[1] La colpa di Cassandra è aver ambito al potere di Apollo, rifiutandone però l'amore. Dura è la punizione del dio, che, dopo averle concesso il dono della profezia, è stato da lei respinto: Cassandra vedrà ciò che gli altri non vedono, ma la sua parola non sarà mai ascoltata, mai creduta. E dura sarà la sua fine. Preda di guerra di Agamennone, la profetessa lo segue a Micene, consapevole che là li attende la morte, per mano della regina Clitemnestra.

[1] Secondo il midrash, l'albero della conoscenza del bene e del male è l'unico albero interamente commestibile, nel tronco oltre che nel frutto.

[1] David, il re poeta che ha saputo addolcire la follia di Saul con il suono della lira, si confronta con la propria impotenza davanti alla morte del figlio ribelle Assalonne, trafitto dal suo stesso generale, Ioab. Assalonne aveva ucciso il fratellastro Amnon per aver usato violenza contro la sorella Tamar.

__________________________________

* Nota critica scritta per il Festival Bologna In Lettere 2019 - Disseminazioni.


Ritornare alla prima pagina di Logo Paperblog