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La politica come una metafora calcistica: la partita di Mister Monti (affinché tutti, ma proprio tutti, possano capire)

Creato il 30 novembre 2012 da David Incamicia @FuoriOndaBlog

La politica come una metafora calcistica: la partita di Mister Monti (affinché tutti, ma proprio tutti, possano capire) Fino a circa un anno fa l’Italia era politicamente divisa in due grandi blocchi: non uno liberal-conservatore e uno social-democratico come accade nei paesi civili, sarebbe troppo bello, ma in due grandi tifoserie, come in uno stadio. Berlusconiani VS Antiberlusconiani. C’era chi era più convinto, che sedeva in una delle due curve e chi, invece, era più moderato e sedeva in tribuna. E, solitamente, chi sta in tribuna tifa per la squadra di casa, quindi una volta una e la volta dopo l’altra. In campo due squadre da Serie B, che però, per mancanza di avversari, si giocavano ogni anno lo scudetto.
Da una parte i Berlusconiani, di cui Silvio era indiscusso capitano, presidente, allenatore, ovviamente bomber e anche medico, dato che tra igieniste dentali e infermiere amava parecchio l’ambiente ospedaliero. Dall’altra un vero esercito dei più differenti colori politici con il coltello tra i denti, che non avendo buoni attaccanti e non conoscendo nemmeno il buon giuoco si concentrava solamente su tackle e contrasti contro Berlusconi che, neanche a dirlo, amava tenere la palla tra i piedi e non passarla mai a nessuno. Cori sia da una parte che dall’altra, da “Meno male che Silvio c’è” a “Bella ciao”. Insomma, un vero e proprio show: il Berlusconismo.
La squadra di SB stava perdendo i colpi. Il ranking UEFA situava l’Italia sempre più in basso e, così, arrivò l’ordine, come da bambini: rifacciamo le squadre. Cambio di allenatore, di divisa, ma stessi giocatori. Da una parte uno schieramento tanto numeroso quanto scarso, formato da Berlusconiani, ex Berlusconiani e Antiberlusconiani più cauti, mentre dall’altra i restanti. Esonerato Berlusconi, al quale rimase solo il suo ruolo preferito, che decise di svolgere in Kenya: il medico senza frontiere. Panchina a Mario Monti e al suo staff tecnico, che ricevettero l’ordine di traghettare la squadra verso la salvezza, ringiovanire la rosa e cambiare modulo. Il campo, però, non era più quel piccolo rettangolo di provincia in cui le regole le dettavamo noi in base alla convenienza, ma divenne quello europeo e il ruolo dell’arbitro, fino a quel momento sconosciuto ai più, fu concesso alla Merkel.
Bene le prime due/tre partite, i giocatori rinvigoriti dal cambio di allenatore hanno dato tutto, per cercare di convincere ed essere confermati anche la stagione prossima. L’effetto Monti, però, è finito presto. Dopo un breve periodo, infatti, i giocatori tornarono a pensare ai fatti loro e la squadra non remò più nella stessa direzione: chi incolpava la difesa, chi l’attacco, chi, dal centro del campo, con il numero 5 sulla schiena e la scritta “Casini”, continuò a fare il regista coi piedi cattivi con l’unico scopo di toccare più palloni possibili.
Tra mille difficoltà la salvezza è stata raggiunta, almeno per quest’anno, ma la stagione prossima si presenta ancor più complessa e le undici pecorelle che abbiamo in campo non potranno fare molto. La dirigenza deve muoversi, decidere al più presto i reparti in cui intervenire e i cambi da compiere.
Fortunatamente, la dirigenza siamo noi. Decideremo noi, quindi, chi mandare a casa e chi no, chi confermare e chi cancellare. Sta sempre a noi, però, andare a scovare i talenti migliori, chi, fino ad adesso, non è mai voluto scendere in campo o è rimasto in campionati minori. L’alternativa è tenerci i giocatori attuali. Spazio ai giovani talenti della primavera, cambiamo regista, compriamo un bomber di razza, uno di quelli che regala speranze e realizza sogni a tifosi e dirigenza e come contropartita diamo pure tutti i leghisti e dipietristi, prendiamo un portiere degno di questo nome, perché un Presidente della Camera che definisce “corruttore” un suo deputato è come un portiere che pretende di salire per i corner e fare gol. Insomma, tocca a noi rifare la squadra, magari non scendendo direttamente in campo, perché ce ne stanno solo undici, ma dando il proprio contributo.
Resta un nodo: la panchina, a chi la diamo? Abbiamo diversi curricula: • Il primo ha fatto il nostro presidente, allenatore, bomber e capitano per gli ultimi 20anni e ci ha portato sull’orlo del precipizio • Il secondo è stato nello staff tecnico per ben 3 allenatori che sono stati uno peggio dell’altro e l’unica cosa che ha fatto è stata mettere delle “lenzuolate” nuove per i letti dei giocatori • Il terzo è quello che ha avuto il “5” fino ad adesso, il regista coi piedi cattivi che, non si sa come, era sempre titolare.
Finiti... anzi no, c’è un quarto: quello che ci ha salvati quando stavamo retrocedendo e tutti gli avversari ci deridevano, quello che ci ha ridato credibilità mettendoci la faccia. Che dite? Gli facciamo una squadra nuova, finalmente su misura per lui, per il suo modulo e gli diamo fiducia?
di Umberto Villa su Linkiesta.it

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