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La politica consapevole del corpo sociale

Creato il 31 ottobre 2017 da Gaetanocelestre @GaetanoCelestre

La politica consapevole del corpo sociale

Mi raffiguro lo strumento internettiano, soprattutto nella accezione di socializzazione, come una grande stanza colma, straripante di gente che parla, poco ascolta, per nulla discute, insomma (in conclusione, per via di una generale ipotesi di percezione d’insieme) un luogo dove tutti, in contemporaneità, blaterano a proposito di una propria qualsiasi vaghissima, magari interessantissima, ma pur sempre personalissima qualcosa (in una stanza piena di gente è consentito persino emettere peti impunemente, lo si tenga a mente), senza alcuna seria preoccupazione di porre attenzione alla mira di un bersaglio per le alate parole che vengon tirate fuori senza requie dalla faretra dei pensieri (ma talvolta dovendo escludere un sottostante ragionamento, direi dalla bocca, o addirittura traslatamente dalle dita) e scoccate un po’ a vanvera, qua e là. Se ne ricava uno scenario dove, avendone facoltà, tutti sentiamo la necessità di enunciare perorazioni, e ben pochi di noi si premurano di predisporsi a riceverne.

Non si fraintenda, non voglio esprimere alcun giudizio di valore. Ci sono degli aspetti positivi, altri negativi, non saprei quantificare l’eventuale maggioranza degli uni o degli altri. Il fatto è che questa considerazione è per l’appunto assolutamente quantitativa e prescinde quasi del tutto dall’aspetto qualitativo. Quella della stanza, in fondo, è una buona metafora della intera congerie terricola ad “interessi diffusi” per come si sofferma ad abitare il pianeta; è piuttosto semplice identificare il gruppo nel suo totale, senz’altro quantificabile, se non fosse che viene in mente di chiamarla “umanità” prima ancora che società, indi rappresentarla per il tramite di un termine che trascende la struttura materiale e predice una incipiente e possibile analisi di qualità.

Tuttavia la distinzione netta non è possibile, né tramite parole, né cercandone validazione fattuale. Da uomo a società, rincorrendo interpretazioni etimologiche, ne dedurremo solo un circolare relazionarsi di elementi quantitativi e qualitativi che si intrecciano e confondo tra loro: il termine homo, da humus, conduce con sé nella peregrinazione storica la sua stessa radice materica, nel medesimo tempo individua l’elemento singolare, catalizzatore di ragionamenti logici, nella piena capacità di operare in idealità; l’uomo dunque come forma e sostanza segue un processo – ed è egli stesso un processo – di approssimazione cognitiva. Prima di scadere ed avallare una vacua forma di applicazione pratica della conoscenza per la conoscenza, fisseremo uno scopo utile, sia pure per fictio, in ragione del quale forzeremo prometeicamente l’elevazione della condizione generale del vivere: si tratta della felicità. Come l’uomo possa essere felice non è questione al momento risolvibile nelle nostre contrade civili, tuttavia non si farà fatica a rinvenire tale scopo – tracciato pur genericamente – nella quasi totalità delle escatologie idealistiche e materialistiche. L’ideologia morale pratica sposta cioè il raggiungimento della felicità in un sito o in un altro (o tenta una mediazione tra situazioni diverse, in bilico tra la dimensione naturale e l’eventuale soprannaturale), adeguando la verificabilità postuma in vari gradi di presuntiva veridicità e probabilità. Molte le incertezze, soprattutto sul concetto di felicità, per fortuna però – respinta l’analisi delle categorie inafferrabili – potremo affidarci ad una evidenza statisticamente confortante, e cioè che nella moltitudine delle dottrine la felicità di un uomo non è altro che la felicità di tutti. È molto semplice quindi, in realtà: si ricordi il tizio del peto di poche righe più su; la cattiva dieta di uno solo pregiudica la lieta convivenza di tutti. Non sappiamo “come” ma perlomeno non dovremo interrogarci troppo della compagnia, cioè del “con chi”. Era d’altro canto poco credibile una salvazione ultraterrena da raggiungere individualmente, o nei nostri ranghi sembra ancora meno plausibile il benessere egoistico dei pochi quale elemento utile a suffragare il buono stato di una qualsiasi aggregazione civile.

Dall’umile (humus è radice ancora una volta) all’umanità il passo è più breve di quanto si immagini. Gramscianamente, la società è il luogo della quantità e della qualità degli uomini, laddove è da ricercarsi una giusta mediazione – in approssimazione, suggerirà Carlo Rosselli – delle pretese individuali di felicità. Il fine è quello di generare l’unica sintesi, anzi è meglio dire la migliore possibile. Le condizioni paradisiache sono molto difficili a verificarsi, soprattutto fuori dalla pianeta Terra, eppure non sono impraticabili, e debbo confessare di sentire in queste oscure – forse gelide – ore di declino sociale e civile una speranza crescente nel genere umano. Il paradosso non necessita neanche di troppe elucubrazioni esplicative. Basti pensare che la realizzazione della felicità in Terra dipende solo dal nostro volere (in giusta sequenza conseguendo ai processi cognitivi e logici), e dunque che non dovremo chiamare in causa enti ulteriori (entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem), perché si generi da sé l’opportunità d’affidamento utopico (non posso negarlo, sono un credulo, un fedele bigotto della religione umana).

L’iperbole lascia perplessi ma rende chiaro, sul piano sociale, quanto rilevante dovrebbe essere per ognuno di noi prendersi cura dell’altro. L’essere compagni (da cum panis, ossia l’attività di chi condivide il cibo) – così ci si chiama l’un l’altro in alcuni settori ideologicamente collettivisti – è una condizione fondamentale e naturale utile a predisporre associazione reale tra uomini. Dal tutto all’uno, dall’uno al tutto, e poi di nuovo dal tutto – ma con il bagaglio di una nuova consapevolezza acquisita – tornare all’unità. Non si tratta di immaginarci quale orribile, mostruoso leviatano, ma piuttosto come corpo sociale vivente (in chiave ultranaturale: il corpo mistico è il simbolo della consustanzialità necessaria alla santità d’obiettivo dei cristiani, in una specie di transustanziazione apocalittica, in continua rigenerazione del miracolo di salvazione globale; anche Swedenborg delinea qualcosa di simile, e al termine di una lunga fase di attività in corrispondenza, profetizza l’assunzione dei particolari nell’unità divina; analoghe visioni sono attingibili dalla tradizione alchemica).

La consapevolezza sociale di cui prima si diceva è certamente già in fase graduale di acquisizione, spaventosa è la copia di informazioni immessa nella rete di condivisione (una grandissima conquista umana, internet, in parte realizzazione di alcune utopie marxiane), ma richiede la metabolizzazione in un preciso momento di silenzio che ancora dovrà venire, in uno spazio temporale che sorgerà del tutto spontaneamente, quando le circostanze offriranno l’occasione opportuna. Magari percepiremo i segni dell’imminenza, quando mano a mano le vorticanti voci nella stanza del chiacchiericcio globale prenderanno a scemare nel tono e nella quantità. Infine sarà d’uopo restar muti, a guardarci negli occhi con stupore e rispetto. Dopo di che saremo pronti per il dialogo vero e proprio. Occorre intendersi: non stiamo facendo nulla di sbagliato (ma neanche di giusto), le nostre azioni non sono neanche segnate da alcun ineluttabile destino, ma piuttosto seguono un ordine organico (quando Giove impone alla sua divina consorte di ritirare le pretese su Turno, in favore al dovere di originare gli esordi di Roma, non si sottomette al Fato, ma si limita a rendere verificabile che il corso degli eventi particolari sia rispettoso della forma cosmica prefissa per artificio mirabile non si sa come, né da chi, per chi, e se poi davvero è così); come già espresso, azzarderei affermare con presunzione e in spirito di banalità che noi uomini facciamo parte e allo stesso tempo siamo processo logico; potremmo percepirlo in ogni istante, quando accade quel che è esatto che accada, come in una serie causale ipoteticamente infinita ma per fortuna non eterna (l’eterno è immutabile, ossia quanto di più nefando per chi si proponga di vivere). Le rilevanti fortuite incidenze, forse in maggioranza rispetto a quelle che rigorosamente deriviamo dai ragionamenti, tutte quelle particelle provenienti dal Caso, sono anche esse in relazione di conseguenza con una qualche sconosciuta causa. Tanto basta per informaci sulla nostra misteriosa condizione di uomini tra uomini, perduti in un vastissimo quanto angusto panico ambiente.

I rapporti tra le cose e gli uomini sono la verità, gli eventi progrediscono indipendentemente dalle nostre naturali – per quanto velleitarie – pulsioni contrastanti. Chi non partecipa a questo tipo di dibattito politico, chi si estranea dal consesso civile, perché disamorato, o perché invidioso, o perché gli altri non sono venuti su precisamente a sua immagine e somiglianza, o per qualunque altro motivo, chiunque pensi di poter fare a meno del suo prossimo, partecipa ugualmente del tutto, che lo voglia o meno; tuttavia – ma questa è solo una mia personalissima ipotesi – ritarda probabilmente il raggiungimento di quella ineludibile coscienza organica generale che in misura approssimativa ci avvicina gradualmente alla felicità tanto agognata, così di conseguenza, in qualche modo, allontana pure la prefissata media e lieta convivialità sociale. Anche questa, in fondo, è politica.

Gaetano Celestre



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