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La politica estera di Barack Obama tra realismo ed errori di valutazione

Creato il 05 giugno 2016 da Pfg1971

La politica estera di Barack Obama tra realismo ed errori di valutazione

Il 1 giugno Barack Obama ha tenuto il suo ultimo “commencement address” da presidente.

Si tratta di quel discorso che ogni inquilino della Casa Bianca rivolge a una classe di freschi laureati in ambito civile o militare, di solito nei mesi tra maggio e giugno.

Spesso i presidenti li usano come un manifesto con cui indicare un determinato indirizzo o una certa politica.

Ad esempio, nel 1963, John F. Kennedy, nel rivolgersi ai giovani graduati dell’American University, pronunciò il “Peace Speech”, il discorso con cui pose le basi per ridiscutere i rapporti tra Usa e Urss e per tentare di  superare la Guerra Fredda.

George W. Bush, nel 2002, parlando ai giovani cadetti di West Point, sostenne la necessità che, per prevenire disastri come quello dell’11 settembre, talvolta, era necessario che gli Usa agissero per primi, con un attacco preventivo contro quelle nazioni che manifestavano ostilità verso l’America.

Parole con cui Bush jr. mise in soffitta decenni di strategie di contenimento dei nemici degli Usa.

Il discorso augurale di Obama, rivolto ai cadetti dell’Air Force a Colorado Springs, non ha la stessa solennità e rilievo dei due illustri esempi, ma è ugualmente importante poiché rappresenta una sintesi della politica estera seguita dalla sua amministrazione nel corso degli ultimi sette anni.

Ha infatti sostenuto che se è giusto che l’America usi il proprio arsenale bellico per difendere sé stessa e gli alleati e che chiunque prenderà di mira un cittadino statunitense dovrà aspettarsi una reazione durissima, condotta finché non sarà fatta giustizia, allo stesso tempo, gli Usa non devono celebrare la guerra come fine a sé stessa.

Anzi, è necessario che Washington usi la stessa veemenza anche nell’uso degli strumenti della diplomazia, intesa come mezzo altrettanto valido della guerra per risolvere dispute internazionali.

Secondo Obama i giovani cadetti, di fronte a un mondo pericoloso, dovranno agire con realismo e dovranno essere disposti a compromessi laddove necessario e a lottare con idealismo ogni volta che servirà.

Come paradigmi di tali modalità di comportamento, Obama ha ricordato l’accordo per il nucleare con l’Iran e l’intesa con la Russia per eliminare l’arsenale di armi chimiche del regime siriano di Bashar Al Assad.

La lezione che Barack Obama vorrebbe lasciare a chi lo seguirà alla Casa Bianca è questa: non tutte le minacce alla sicurezza americana devono essere risolte con la forza.

Non solo, dalle parole ai cadetti dell’Air Force, traspare anche un altro elemento che rende orgoglioso l’attuale presidente e cioè il fatto che, alla fine della sua esperienza alla Casa Bianca, sia riuscito a riportare a casa la maggior parte dei soldati americani stanziati in Iraq e Afghanistan.

L’aver posto fine alle guerre volute da Bush resterà un merito importante della sua presidenza, così come l’essere riuscito ad allargare le opzioni con cui il suo paese potrà agire e destreggiarsi in un mondo pericoloso e multipolare come l’attuale.

Un risultato sicuramente non secondario. Un po’ come erano riuscite a fare, in ambito strategico, le amministrazioni Kennedy e Johnson negli anni ’60, quando alla pura e semplice dottrina della risposta nucleare massiccia ad un attacco sovietico, avevano affiancato la “flexible response”, l’uso anche di conflitti limitati e della controguerriglia per affrontare la minaccia sovietica.

Tuttavia, la fretta con cui Obama ha voluto ritirarsi dal Medio Oriente, spesso dettata anche da fini elettorali, porterà, gli storici a considerarlo come colui che, nell’abbandonare l’Iraq al suo destino, senza averlo preparato in modo adeguato a camminare con le proprie gambe, avrà favorito la diffusione dell’Isis, il califfato islamico fondamentalista.

Nel vuoto di potere determinato a Baghdad dall’uscita americana, si sono infatti infiltrati i guerrieri neri del califfato e Obama non riuscirà a scrollarsi di dosso l’errore di prospettiva commesso quando, ancora nel 2014, a chi gli ricordava i rischi insiti nell’avanzata dell’Isis espresse grande scetticismo e sottovalutazione. 

La politica estera di Barack Obama tra realismo ed errori di valutazione

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