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La politica estera isolazionista di Donald Trump dovrebbe preoccupare Hillary Clinton

Creato il 27 marzo 2016 da Pfg1971

La politica estera isolazionista di Donald Trump dovrebbe preoccupare Hillary Clinton

Man mano che si consuma la stagione delle primarie e Donald Trump appare sempre più come il probabile candidato repubblicano alla presidenza, si moltiplicano, nell’opinione pubblica americana e internazionale gli interrogativi su una possibile politica estera di una eventuale presidenza Trump.

Porsi domande simili appare inevitabile perché, malgrado due guerra “perse” in Afghanistan e Iraq, gli Usa restano sempre quella che Madeleine Albright ha definito la “nazione indispensabile” sulla scena mondiale.

Nel corso delle ultime settimane, il miliardario di New York ha spesso sostenuto la necessità di costruire un muro a sud degli Stati Uniti, al confine con il Messico, per evitare l’afflusso di immigrati latinos dalle nazioni sudamericane.

Ha affermato che sarebbe necessario bloccare anche l’ingresso in America di nuovi musulmani.

Tuttavia, la scorsa domenica, al Washington Post e ieri, al New York Times, ha rilasciato due interviste in cui ha espresso in modo più esteso e ragionato quali siano le sue concezioni di politica estera.

In estrema sintesi, si tratta di una nuova tipologia di isolazionismo.

Donald Trump, se riuscirà a diventare presidente, potrebbe ritirare il suo paese dalle decine di trattati e alleanze stipulate dagli Usa nell’ultimo mezzo secolo.

Ha attaccato la Nato e l’eccessivo impegno profuso dal suo paese nell’alleanza, non sostenuto da un impegno analogo dei partner europei.

Ha sostenuto che gli alleati arabi degli Stati Uniti dovrebbero impegnare maggiori truppe nel combattere l’Isis e, nel caso non lo facessero, inducendo gli Usa a disporre truppe di terra, questi dovrebbero pagare Washington per il loro maggior impegno.

Lo stesso discorso vale per Giappone e Corea del Sud, due nazioni che, fin dalla fine della seconda guerra mondiale, possono contare sulla difesa dell’ombrello nucleare americano.

Per evitare che il suo paese continui a spendere per la difesa di questi due paesi, sarebbe auspicabile che sia il Giappone, sia la Corea del Sud sviluppino un loro proprio arsenale nucleare.

Una posizione del genere non tiene conto del fatto che, così facendo, si favorirebbe una rinnovata corsa agli armamenti nucleari che contraddirebbe alla radice la politica di non proliferazione atomica che gli Usa hanno seguito sin dalla firma dell’analogo trattato del 1968.

Questo perché, secondo Trump, gli impegni militari americani nel mondo sono “overstreched”, troppo estesi e non permettono di utilizzare le risorse impegnate all’estero per finalità interne.

Trump è infatti convinto che i soldi che gli Usa hanno speso per costruire una scuola in Iraq avrebbero potuto essere utilizzati per costruirne una in più negli Usa o per fare manutenzione, per esempio, al George Washington Bridge di New York.

Fatte le debite proporzioni, sono le stesse parole utilizzate più volte da Barack Obama che, nel corso degli ormai otto anni della sua presidenza, ha spesso sostenuto che gli Usa avrebbero dovuto privilegiare una strategia di “nation building at home”: una ricostruzione all’interno dei propri confini piuttosto che in altre nazioni del mondo.

Ovviamente Obama ha usato parole del genere, ma senza paventare l’uscita del suo paese dalle alleanze costruite in oltre mezzo secolo di impegni oltremare, consapevole della centralità degli Usa sulla scena mondiale.

L’isolazionismo di Trump è però figlio delle stesse pulsioni interne alla nazione americana che hanno spinto Obama a evitare di coinvolgere il suo paese in nuove guerre.

La popolazione americana è affaticata di un decennio di guerre con il suo lungo tributo di sangue di giovani e risorse economiche.

L’opinione pubblica americana, a sua volta, pur se convinta di non potersi permettere una ritirata strategica dai problemi di un mondo sempre più multipolare e complesso, è stanca di sobbarcarsi sempre e comunque del peso della realtà mondiale in cambiamento.

Obama e Trump sono quindi due facce di una stessa medaglia e Hillary Clinton, se dovesse diventare la candidata democratica alla Casa Bianca. dovrà stare molto attenta.

Non potrà permettersi di dipingere Donald Trump come il Barry Goldwater degli anni 2000, perché dietro il miliardario dai capelli improbabili vi sono ampie frange dell’elettorato americano che la pensano come lui.

Trump è l’interprete di un malessere dell’America profonda e Hillary non può sottovalutarlo.

La politica estera isolazionista di Donald Trump dovrebbe preoccupare Hillary Clinton

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