La polizia dell’Autorità Palestinese collabora con Israele in forza di un trattato firmato da Arafat

Creato il 01 ottobre 2014 da Maria Carla Canta @mcc43_

La causa palestinese gode di un ampio consenso internazionale, ma in un modo che riesce spesso ad essere efficace per mantenere irrisolta la situazione disperante in cui si trovano circa dieci milioni di persone. La ragione principale di questa, non intenzionale, conseguenza è la tendenza dei sostenitori ad “adottare” una frazione del Popolo Palestinese, lasciando in ombra, o peggio contrapponendovi, le altre.

Della diaspora, i Profughi Palestinesi sparsi in vari paesi, si occupano in pochi, tranne che con saltuari accenni a un DIRITTO AL RITORNO lasciato nella vaghezza dei metodi di realizzazione concreta. Moltissimi hanno a cuore Gaza. Un po’ meno numerosi quelli che si appassionano alla West Bank. Ed avviene, non in quanto zone geografiche abitate da Palestinesi ma in funzione di sottolineatura delle – purtroppo ferali per la causa – divergenze fra Hamas e Fatah.

Nel corso del 2014 entrambe le dirigenze stanno tentando di addivenire a un governo di unità nazionale, e successive elezioni generali,  ma hanno ricevuto molte reazioni scettiche fra i supporter della causa, troppo affezionati allo schieramento su opposti versanti che si rinfocala con accuse di corruzione e collaborazione con Israele per Fatah e l’Autorità Palestinese tutta, e di connivenza con i Fratelli Musulmani (che male ci sarebbe poi?) per Hamas.

Su  Mahmud Abbas,  che porta sulle spalle l’onore e l’onere di essere internazionalmente riconosciuto come rappresentante dei Palestinesi, si scaricano non soltanto le ovvie diffamazioni da parte israeliana, ma altrettante accuse di collaborazionismo della polizia della West Bank con l’IDF, esercito di Israele. Vien detto con sdegno che insieme reprimono le manifestazioni di dissenso e arrestano i dimostranti, come se ciò fosse asservimento dell’Autorità Palestinese a Tel Aviv. Questo perché una coltre spessa di ignoranza – nel senso letterale del termine – nasconde la legittimità di questa collaborazione che, se violata dall’Autorità Palestinese, darebbe altrettanta “legittimità” a un’intervento israeliano che sottrarrebbe all’Autorità Palestinese l’amministrazione della West Bank. Per capire il presente occorre ricordare il passato.

TALE COLLABORAZIONE  AVVIENE IN FORZA DI UN TRATTATO SIGLATO NEL 1995 DA YASSER ARAFAT E DA YTZHAK RABIN, il quale meno di due mesi dopo venne assassinato, indizio questo che Israele, con quel trattato aveva ceduto all’OLP sue precedenti prerogative. Nell’immagine qui sotto, l’articolo che prevede la collaborazione tratto dal documento integrale Israeli-Palestinian Interim Agreement on the West Bank and the Gaza Strip Washington, D.C., September 28, 1995, parte annessa n. 1 THE ISRAELI-PALESTINIAN INTERIM AGREEMENT-Annex I 28 Sep 1995

Preceduto da “b. La Polizia palestinese agirà sistematicamente contro tutte le espressioni della violenza e terrore” l’articolo 2 recita:.

  1. Entrambe le parti, in osservanza di questo Accordo, agiranno per assicurare l’immediata gestione, efficiente ed effettiva, di qualsiasi incidente che comporti una minaccia o un atto del terrorismo, violenza o incitamento sia commesso da Palestinesi che da Israeliani. A questo fine, le parti coopereranno nello scambio di informazioni e coordinamento delle politiche e delle attività. Ogni parte immediatamente e concretamente risponderà all’evento o alle avvisaglie di un atto del terrorismo, violenza o incitamento e prenderà tutte le misure necessarie per prevenirne la realizzazione.

 Pertanto, i sostenitori dei Palestinesi che non concordano con queste congiunte misure di polizia dovrebbero accusare il defunto Arafat anzichè Mahmoud Abbas, che – vista la spaccatura avvenuta con le elezioni del 2006 che hanno dato a Gaza il Governo Hamas – ha perso autorevolezza di fronte al Governo di Israele e, pertanto, la possibilità di ricusare il trattato.

Ma prima ci si chieda se il trattato non sia disgraziatamente una frustrante  necessità.
-Con i razzi che partono dalla Striscia verso Israele e che il governo Hamas non riesce a impedire completamente,
-con l’azione di gruppi che hanno la jihad come obiettivo e non la soluzone della questione palestinese,
-con l’infiltrazione di agenti israeliani,
-con il ricatto e le intimidazioni che Israele mette in atto su singoli palestinesi per inquinare la vita politica,
sarebbe nell’ordine del realizzabile rifiutarsi di gestire concordemente l’ordine pubblico?
Quanto tarderebbe a verificarsi un grave attentato o anche solo il sequestro di un cittadino israeliano, che darebbe all’Idf la stessa opportunità di distruggere e uccidere migliaia di persone nella West Bank, come avvenuto a Gaza più volte?

Mezzi corazzati del re di Giordania contro i campi Profughi Palestinesi

Sostenere la causa palestinese richiede PRIMA DI TUTTO di liberarsi da ogni residuo di antisemitismo che restringe la visione e acceca il giudizio.

Se questa affermazione appare impropria, ci si chieda perché ogni anno si commemora, giustamente, il massacro di Sabra e Chatila, che coinvolse le truppe di Israele in supporto alle Falangi libanesi, e mai Settembre Nero.

Per dieci giorni nel Settembre 1970 i mezzi blindati del sovrano Husayn della Giordania attaccarono il quartier generale dell organizzazioni Palestinesi nella capitale Amman e proseguirono devastando i campi dei Profughi a Irbīd, al-Ṣalt, Sweyleh e Zarqā e massacrono con identica ferocia gente comune e guerriglieri.
Il numero stimato delle vittime fra i Palestinesi va da un minimo di tremila fino a cinquemila.

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