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La principessa che aveva fame d’amore: intervista a Maria Chiara Gritti

Creato il 01 novembre 2017 da Fedetronconi

La principessa che aveva fame d’amore (Sperling&Kupfer) è uno di quei libri che ogni donna dovrebbe tenere sul proprio comodino. Da leggere poco alla volta, con calma, fermandosi, riflettendo sui passi. La Gritti è riuscita a creare una favola universale e moderna dove l’eroina è una donna – vista nella varie fasi della sua crescita – che subisce un trauma e ciò poi si ripercuote nei suoi rapporti amorosi. Principe azzurro? Sì, ma la protagonista incontra solo quelli sbagliati. La storia ci ricorda che prima di amare e poter essere veramente amati dobbiamo sapere quello che desideriamo, quello che vogliamo e imparare a dialogare con la nostra parte interiore. Impresa non facile per chi soffre della dipendenza d’amore, come Arabella, la principessa della storia. In realtà ogni donna della nostra epoca può trovare sollievo fra le pagine e l’evoluzione di questa fiaba moderna. Perché alla fine sostiene l’indipendenza, sprona le persone a  cercare aiuto, a non piegarsi all’infelicità, a credere in una seconda opportunità. E questo tipo di libri non sono solo letture fondamentali per le donne, ma delle sfide anche per gli uomini.

La principessa che aveva fame d’amore: intervista a Maria Chiara Gritti

Belle, buone, brave e obbedienti: quante donne hanno imparato fin dall’infanzia che questo è l’unico modo per essere amate? Come succede ad Arabella, la protagonista di questa favola: pur essendo capace, intraprendente e piena di talenti, è pronta a sacrificare la sua allegria, la sua curiosità e i suoi stessi bisogni per compiacere i genitori e sentirsi apprezzata. Ma c’è qualcosa che grida dentro di lei, un grumo di insoddisfazione che le lacera lo stomaco e la rende irrequieta e vorace: è la sua fame d’amore. Si convince che solo un uomo potrà placarla e va dritta nella Città degli Incontri. Ma come può una ragazza poco nutrita d’affetto riconoscere il sapore del vero amore? È sin troppo facile accontentarsi di un riempitivo qualunque. Per fortuna c’è qualcuno pronto a darle una bella svegliata e guidarla a trovare la giusta ricetta. In questa favola, la psicoterapeuta Maria Chiara Gritti affronta con ironia e delicatezza la love addiction, quella strana cecità del cuore che porta a scambiare ogni rospo per un principe, a cui dare tutto in cambio di niente. Troppe principesse ne soffrono, si aggrappano a rapporti squilibrati nei quali perdono autostima, fiducia e sorriso. Basta, non dobbiamo più accontentarci delle briciole, insegna la favola di Arabella: l’unico modo di nutrire il vero amore è imparare a nutrire noi stesse. E dovrà essere il principe a mostrarsi degno di noi. Abbiamo incontrato a Milano la psicoterapeuta Maria Chiara Gritti per approfondire le tematiche del suo libro.

La principessa che aveva fame d’amore: intervista a Maria Chiara Gritti

Come si può iniziare a parlare delle sua storia?

A mio avviso è fondamentale il ruolo della bussola, ovvero della voce interiore che c’è in ognuno di noi. La favola infatti verte proprio su questo personaggio fondamentale: Arabella la scopre, la perde, la soffoca, la ricerca e imparare a dialogarci. Praticamente tutta la dinamica del suo percorso è incentrata su di lei e del rapporto con la sua voce interiore che devono essere i genitori ad insegnare come ascoltarla e come gestirla. Le dipendenti di affetto non la ascoltano alimentando il vuoto dentro di loro.

Può parlarci del vuoto?

E’ sostanzialmente la mancanza di affetto che non viene data quando richiesta dai bambini. Si crea e poi tocca alla persona gestirla nel corso della vita. Generalmente i dipendenti di affetto faticano a confrontarsi e a guardarlo e non si concedono i gusti o di seguire i propri desideri perché troppo impegnati a fare le brave bambine ovvero cercare in continuazione la stima e l’affetto altrui. Ma è solo una dipendenza dall’altro.

Questo continuo dare all’altro a cosa porta? 

Ad un progressivo svuotamento. Dare e dare porta ad un vuoto sempre più grande e alla distruzione dell’autostima che coincide con un crollo totale che però è una fase preziosa perché finalmente la persona si concede un’esplorazione di se stessa. E scopre che ci sono, nello specifico, tante donne che ne soffrono.

Nella favola Arabella ha anche grossi problemi con l’amore, come mai?

Fondamentalmente non è stato insegnato cosa significa amare che non si traduce solo con il dare. Arabella nella storia subisce il crollo – di cui abbiamo accennato prima – e  perde completamente la sua bussola. Per questo si reca dal riparabussole (il terapeuta) che l’aiuta nel percorso di di ricerca della sua bussola (la sua parte interiore). Il copione dell’amore inadeguato può essere spezzato di generazione in generazione: basta affidarsi ad una persona che ti aiuta.

Qual è la paura più grande di chi soffre di dipendenza affettiva?

Sicuramente l’abbandono che genera una costante ansia abbandonica. Ogni minima distanza che la persona avverte dall’altro viene percepita come possibile separazione (abbandono) e genera stress continuo. Questo succede però perché non c’è fiducia in se stessi e nelle proprie forze.

I social hanno amplificato questo malessere?

Sì assolutamente, perché sono a loro volta una dipendenza. Quando una donna viene a chiedermi aiuto una delle prime cose che chiedo è una disintossicazione dai social in modo da diminuire l’ansia e aumentare la gratificazione.

Maria Chiara Gritti, psicologa e psicoterapeuta a Bergamo, esperta nel trattamento della dipendenza affettiva, da anni conduce gruppi terapeutici sulla love addiction. Ideatrice di un percorso di guarigione innovativo sulla dipendenza amorosa, tiene corsi di formazione rivolti a psicologi per diffondere l’applicazione del suo metodo di intervento. www.psicologobergamo.com www.dipendiamo.blog

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