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La repressione delle parole genera mostri

Creato il 07 dicembre 2019 da Conflittiestrategie

È la repressione delle parole che crea la malvagità. Ascoltate questo incredibile monologo di Dustin Hoffman che andrebbe diffuso ovunque, soprattutto in presenza di quegli sciocchi radical chic, festicisti (non è un errore di battitura, sono loro salottieri del piffero) di lemmi politicamente corretti, che infestano la vita pubblica. La repressione delle parole, con la quale pensano di educare il prossimo, è peggio di qualsiasi fascismo, comunismo e nazismo che, in verità, non erano peggio dell’imbecillità cosmpolitica stragista di cervelli. Imponendo vocaboli, circonlocuzioni, eufemismi, giri di parole credono di modificare il mondo, eliminare la povertà, stabilire la pace mondiale, far discendere la fratellanza universale ma ottengono l’effetto contrario. Non esiste inferno che non si annunci come un paradiso. Questi balordi sono un problema e come tale devono essere trattati. Un problema lo affronti e lo risolvi con ogni mezzo necessario prima che la situazione degeneri. Siamo già molto in ritardo perché questi sicofanti occupano da decenni i mezzi di comunicazione, l’editoria, i parlamenti, gli Stati, le istituzioni, le missioni di carità, i cessi metropolitani ecc.ecc. Vanno stanati ovunque si nascondano perché intendono far regredire il genere umano fino al gradino più basso dell’idiozia. Per perseguitare chi non accetta di silenziarsi o di esprimersi a modo loro si servono di gogne mediatiche e di azzeccagarbugli votati alla causa del diritto rovesciato. Anche scrivere qualcosa su Facebook può essere rischioso, perché detti ghostbusters della civiltà vanno a spulciare dappertutto per iniziare pogrom virtuali o meno virtuali. Sono le nuove purghe demenziali, quelle che nessun dittatore del passato avrebbe mai avuto il coraggio di avviare perché nessuno ci tiene a passare alla storia quale fesso internazionale dei secoli. I politicamente corretti non temono questo sdegno epocale perché sono uomini dell’eterno presente, durano poco quanto le loro inutili vite sprecate a pesare le parole. La forma è sì importante ma i concetti lo sono anche di più. Una cosa che sfugge al radical sciocco in preda agli intorcinamenti linguistici. Tuttavia, questo nascondimento della realtà attraverso le definizioni è un vero e proprio progetto politico nefasto. La gente però sta dimostrando ovunque di averne le palle piene di questa fraseologia vuota, condizionante negativamente l’esistenza. Infatti, ad ogni neologismo moralista corrisponde stranamente un impoverimento economico, sociale, culturale. E’ sempre più evidente al colto e all’inclita. Qualcosa non torna ed il trucchetto delle élite parolaie è stato smascherato. La rottura tra popolo e classi dirigenti è ormai del tutto consumata, cosicché il popolo, base della loro narrativa democraticistica fino a ieri, viene ora considerato un pericolo per la democrazia stessa essendo quest’ultima non più un modo di governo della società ma l’abito talare di simili gruppi attaccati al potere. Essendosi identificati con la democrazia i drappelli politicamente corretti non hanno altra via che togliere i popoli che li odiano per continuare ad esistere come cratos senza demos, come cratos contro demos. Aveva pertanto ragione Brecht: il popolo non è d’accordo, nominiamone un altro o, per l’appunto, creiamo una narrazione cosmopolita in cui i confini del popolo sono interiori anziché esteriori. Ma ciò che non ha un fuori ha un interno estremamente caotico e confuso. Voilà i cittadini del mondo che non hanno più cittadinanza da nessuna parte, nemmeno a casa loro.

Interessante, da questo punto di vista, la riflessione che riporto sotto:

“Se i governanti non hanno nulla in comune con i governati, allora quelli su cui governano diventano indeterminati e il popolo si trasforma nei “popoli”. Ne risulta una comunità politica multiculturale o multietnica, in cui quello che prima era il “popolo” è trasformato solo in un gruppo etnico come gli altri in un dato territorio. Ciò alleggerisce notevolmente il peso della gestione, in particolare dove la democrazia, intesa alla vecchia maniera, non è più rilevante. Il rapporto tra governanti e governati diventa più una relazione coloniale che un tratto dello Stato nazionale in quanto tale. Il processo di transizione verso il governo multiculturale è illuminante a questo riguardo, e sfrutta proprio i meccanismi inerenti al cambiamento di posizione delle élite. Qualsiasi critica al nuovo pluralismo è immediatamente interpretabile come razzista, antidemocratica e come una visione passatista, per quanto sia parte dello stesso processo di globalizzazione. In questo contesto ideologico, il disordine sconvolgente e spesso violento che induce alla migrazione di massa è invertito sino a rappresentare un arricchimento della società ospitante. L’immigrazione è quindi completamente positiva e la multiculturalizzazione della società è espressa in termini evolutivi. In gran parte della discussione, le attitudini della “gente” sono rappresentate come pericolosamente razziste, dispertamente bisognose di rieducazione. I programmi scolastici sono impiegati per insegnare ai bambini la tolleranza, e c’è grande enfasi sociale sulla questione del razzismo in generale. Decisivo è anche il fatto che razzismo e democrazia siano messi assieme, così che l’essere critici verso il multiculturalismo significa allo stesso tempo essere antidemocratici”. (Friedman, politicamente corretto).

Non occorrono altri commenti ma un solo obiettivo chiaro, sbarazzarsi, e presto, di questi decadenti mezzi morti che ancora afferrano i vivi.


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