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LA RESISTENZA E LA RESIDENZA (di R. Di Giuseppe)

Creato il 01 maggio 2016 da Conflittiestrategie

Chissà perché in Italia, ogni volta che si cerca di togliere un po’ di polvere da sotto il tappeto, subito c’è qualcuno che corre a sostituirla con una bella palata di merda. Sarà perché in questo Paese la malafede ed il cinismo, sono da secoli sposate con menefreghismo e pressappochismo in un matrimonio che sembra davvero indissolubile.

Pensare di confondere la Resistenza con lo strame che se ne è fatto nel dopoguerra, o peggio, cercare di resuscitare certe ipocrite modalità rievocative del fascismo, è uno dei tanti atti comuni e comunemente reiterati, di fingere (e di voler far credere) che essendo notte, tutte le vacche sono del medesimo colore.

La parte negativa del fascismo venne enucleata a suo tempo da Gramsci in questo giudizio sintetico e preciso:

“Il fascismo si è presentato come l’anti-partito, ha aperto le porte a tutti i candidati, ha dato modo ad una moltitudine incomposta di coprire con una vernice di idealità politiche vaghe e nebulose lo straripare selvaggio delle passioni, degli odii, dei desideri. Il fascismo è divenuto così un fatto di costume, si è identificato con la psicologia antisociale di alcuni strati del popolo italiano”.

Gramsci in quell’epoca subiva in pieno quella marea e da nemico soccombente non poteva e forse nemmeno voleva ravvisare le parti vitali di quel fenomeno. Ciò nondimeno esse vi furono. Il fascismo portò alla luce e ne evidenziò la forza, le componenti medie e piccole della borghesia. Componenti produttive e niente affatto assimilabili passivamente ai ceppi più alti e dominanti della loro classe. Attraverso la guerra e la scoperta del potere della violenza sociale, questi gruppi compirono in Italia ciò che, sia pure in forme assai più radicali seppe compiere il bolscevismo in Russia. Essi ruppero l’involucro oramai ingessato del capitalismo classico europeo, determinando un potente balzo in avanti di una serie di strati sociali intermedi, stretti nella morsa antitetico-polare del dualismo borghesia contro proletariato. A differenza del bolscevismo sovietico, il fascismo non fu mai davvero in grado di sostituirsi ai poteri dominanti italiani. Con essi dovette venire a patti e ne fu lentamente risucchiato ed al momento opportuno ingoiato e digerito. Ne fu invece capace il fascismo tedesco che profittò di una ben più consistente forza di popolo e di un assai più precario assetto istituzionale. Il fascismo ha rappresentato una risposta inedita, non premeditata e per un certo periodo indubbiamente efficace, alla transizione dal vecchio capitalismo borghese, tutto ordine e gerarchia, al nuovo capitalismo dei funzionari, di stampo americano, strutturato proprio su di una esasperata antisocialità individualistica. Un tentativo sfociato in assetti sociali fortemente autoritari, tanto nella versione italiana che in quella tedesca, precettori di rigidezze di tipo apertamente militare, ma solcati da atteggiamenti di feroce trasgressività nei confronti delle vedute morali o anche moralistiche, tipiche della cultura borghese europea.

L’America non ha avuto bisogno del fascismo, non perchè fosse davvero il paese della libertà, ma perché già oltre la soglia di un nuovo ordine sociale fondato tutto sulla deprivazione di senso e di valore per qualsiasi entità, che sia o no umana, non ridefinibile in termini di merce.

Il fascismo ha provato di districarsi da questa stretta tentacolare e nella sua versione più seria e meno piagnona, quella nazista, ha mosso guerra ai suoi tre nemici: gli ebrei, vissuti come aggressori della purezza razziale, i comunisti interpretati come portatori del disordine dal basso ed il capitalismo di stampo americano, visto non tanto come effettivo nemico, quanto piuttosto come modello politico-economico-sociale concorrente. Il fascismo italiano, nato per primo, ha certo avuto il pregio dell’originalità del modello, ma, complice anche la naturale propensione al camuffamento del suo popolo, si è stretto fin dall’inizio in un troppo alto numero di transazioni e compromessi che ne hanno decretato la sua fatale, cronica debolezza. Esso ha dato vita per primo, alla guerra civile italiana e sfruttando sagacemente la corriva inerzia degli apparati repressivi dello Stato, ne è uscito vincitore per ciò che riguarda la sua prima fase. Una fase durata vent’anni e della quale, a conti fatti, non si ritrova che la mitica capacità del Capo di far giungere (finalmente) i treni in orario. Altre forze poggiantesi sul fascismo a modo di comodo orpello, hanno in quegli anni dato luogo a squarci di modernità che non a caso sono andati oltre di esso, come a titolo di esempio fu l’IRI. Per quanto riguarda la parte in camicia nera del ventennio, solo questo si può e basta dire: non si manda, dopo decenni di discorsi bellicisti, un esercito alla guerra con le scarpe di cartone senza che la Storia ti prenda a schiaffi sulla faccia. La guerra civile l’hanno chiusa i comunisti, alla loro maniera, com’era loro diritto. Un diritto dettato da una lotta dura, seria, motivata nei contenuti e determinata nelle azioni. Essi tuttavia la guerra civile l’hanno chiusa, ma non l’hanno vinta. L’ha vinta l’Italietta che aspettava i liberatori dietro le finestre socchiuse, soffrendo, imprecando, maledicendo, ma già pronta in grandissima parte a saltare sul carro dei vincitori. A questa Italietta i comunisti del dopoguerra si sono rivolti, convinti che alla mancata conquista di questa fosse dovuto l’inopinato avvento del fascismo vent’anni prima. Ma questa Italietta, per quanto parzialmente penetrata, si è ben guardata dal lasciarsi mutare nel profondo. Anzi è stata lei alla fine, a mutare ciò che d’innovativo portava potenzialmente con se l’esperienza comunista, annientandola e lasciandone in rimanenza pochi, miseri resti privi di valore.

È questo vuoto che campeggia oggi, nella sostanza, sul 25 Aprile ed è bene che da un pò di tempo, qualche voce, seppure isolata, né cominci a denunciare lo svilimento.

Ma ecco che non appena prende corpo questo tentativo, che è tentativo di superare la trappola ormai consunta del binomio fascismo-antifascismo, subito qualcuno arriva a parlare del piccolo peso militare della Resistenza, della sua subalternità a 360 gradi al procedere della conquista della penisola da parte delle armate anglo-americane. Balle!

Chiunque si sia appassionato alla conoscenza della Seconda Guerra Mondiale, sa che fu conflitto politico prima ancora che militare e che furono le scelte e le strategie politiche a condizionare gli orientamenti militari e non viceversa. La Resistenza fu il fenomeno eminentemente politico che caratterizzò e definì questa assolutamente preminente natura. Essa in Italia di fatto ebbe inizio con gli scioperi delle grandi fabbriche, nel Marzo 1943, in piena guerra ed in pieno regime, coronati peraltro da un pieno successo ed ebbe poi i suoi punti focali nella riedizione di quegli stessi scioperi nel Marzo del 1944 e nell’insurrezione generale dell’Aprile 1945. Tutte le principali città del Nord Italia vennero liberate (ma se si vuole si dica pure occupate), prima dalle organizzazioni partigiane che dalle forze alleate. E per poter fare ciò, dovettero essere necessariamente dirette e coordinate da un potere politico-militare centralizzato e concordemente riconosciuto, tanto a livello locale che generale. La presenza e la sussistenza di tale potere, la dimostrazione della sua reale forza era l’obiettivo politico-strategico che si voleva raggiungere e che fu, come tale, pienamente raggiunto.

Tutto questo non va confuso con ciò che oggi rappresenta, o meglio, non rappresenta più il 25 Aprile.

Persino la storia della RSI non avrebbe corso nè peso senza il corso ed il peso effettivo della storia resistenziale.

La Resistenza è stata, con tutto l’insieme delle sue concrete incongruenze, tentativo in atto di orgoglio ed autonomia nazionale. Come lo furono l’epopea garibaldina, impresa dei Mille a parte, e la spontanea tenuta sul Piave del 1917. Pochi, preziosi momenti di un’Italia che poteva essere e non fu, ma che non possiamo perdere la speranza che in futuro potrà. Sarà un bene per tutti noi se un giorno, sul terreno di una reale indipendenza, fascisti-non-più-fascisti ed antifascisti-non-più-antifascisti, troveranno il modo di trovarsi ed agire concordemente. Sarà forse l’inizio davvero di una nuova fase.


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