La restituzione

Creato il 22 febbraio 2013 da Vale
Oggi per il VdL di Homemademamma, vi parlo del mio libro di svolta. Un libro che ho letto quest'estate e che mi ha svelato cose importanti e per me ora fondamentali.
LA RESTITUZIONE di F. Stoppa

Stoppa è uno psicoterapeuta ed è a capo di un progetto che si occupa di dialogo intergenerazionale. Il libro parla ai genitori di adolescenti (dopo i 15 anni) che sono stati i contestatori del passato (Stoppa è del '55), ma è così ricco di riflessioni, che io personalmente lo renderei obbligatorio per tutti i genitori.
Il libro è molto complesso, a tratti anche difficile. Il nodo centrale (semplifico molto) è questo: i genitori degli adolescenti hanno contestato la società, avrebbero voluto rifondarla, ma hanno fallito. Nel momento in cui hanno avuto dei figli li hanno voluti difendere da una società iperindividualista e brutale e li hanno messi sotto una campana di vetro. I genitori, cioè, NON HANNO RESTITUITO ai propri figli l'incarico che essi stessi avevano ricevuto dai propri genitori, ossia l'impegno di farsi carico della società con tutte le brutture insite in essa. Hanno cercato di difendere i propri figli fin dall'infanzia e poi arrivati all'adolescenza o superata, hanno detto loro: ora il mondo è tuo. La conseguenza è quella dell'adolescente arrabbiato con i genitori (mi hai tenuto al riparo e adesso mi sbatti nel mondo), con molte paure (la paura di affrontare le grandi avversità: sconfitte, morte...) e senza strumenti difensivi (non avendoli affinati durante l'infanzia).
Già questo tema basterebbe per aprire un dibattito. Interno. Per me, mamma di bambini piccoli e sul grande tema della separazione e della fiducia. Noi lasciamo questo mondo marcio in mano ai nostri figli solo se in loro abbiamo fiducia, se no li proteggiamo. 
I temi che hanno smosso dentro di me dei macigni sono innumerevoli.
Quello del trauma: come intitola Stoppa il capitolo, traumaticamente abita l'uomo: il trauma fonda l'essenza umana, la segna. La vita non è una curva di risalita, è un saliscendi. Il trauma serve per deviare i percorsi. Racconta Stoppa di pazienti depressi che vogliono tornare come prima. Ecco l'errore. Se sei depresso, vuol dire che prima non andava bene, se hai attacchi di panico vuol dire che il tuo corpo ti parla e si oppone a qualcosa, il trauma serve per cambiare. S sale, dice Stoppa, a patto di saper scendere. Se si vuole superarlo, il trauma, bisogna accettarlo:
(...) anche se prima o poi la vita graffia e deforma la visione che avevamo del mondo, in realtà ci traumatizziamo (cioè ci svegliamo alla vita) solo quando decidiamo di fare nostra la ferita, di lasciarla sanguinare e di considerare cosa ci rivela per poi, evidentemente poterla medicare. Solo a queste condizioni gli incontri decisivi della vita diventano esperienze in senso pieno, momenti cioè capaci di sandire il tempo della nostra storia e dare forma alla nostra identità. "Il trauma" dice Lacan "inaugura la storia che il soggetto pensa e ripensa".

Quello dell'infanzia: ossia, l'infanzia è un'invenzione. L'infanzia nasce in noi durante l'adolescenza. E' in quel momento che la ripensiamo, la ponderiamo e grazie ad essa ci formiamo. Per questo i primi anni di vita e di riflesso il comportamento dei genitori è fondamentale:
(...) il bisogno di proteggerli, difenderli e renderli felici ha finito per "recluderli" in una campana di vetro escludendoli di fatto dal campo delle responsabilità familiari e sociali.
Fino a giungere alla dimensione "ortopedica" della mancanza. La mancanza, la solitudine però deve essere riconoscibile per il bambino, il bambino
deve sapersi mancare, scoprirsi tale e sorprendersi di questa sua condizione. La consapevolezza è un atto psichico che interrompe il suo stato di quiete e lo porta a interrogarsi sul senso della sua presenza nel mondo.
E a questo punto fa l'esempio dell'allattamento:
Stiamo sottolineando quanto sia fondamentale, per il corretto ridimensionamento della madre, che, al di là delle prestazioni e delle cosa elargite, lui la riconosca nella sua umanità. Come qualcuno, in particolare, che non si limita ad esaudire la richiesta del suo bambino - "Dammi il seno" -, ma come un soggetto che porta a sua volta una domanda: "Lasciati nutrire da me, sii il mio bambino": una domanda che esprime già un desiderio che è al di là del semplice fatto di nutrire.

Forse non si riflette abbastanza sul fatto che l'eccesso di facilitazioni può avere un effetto inibente nel promuovere l'assunzione di responsabilità.
Già, assunzione di responsabilità. Una cosa che manca assolutamente però, anche a noi genitori a ben pensarci. La facilitazione inibisce anche il desiderio perché i genitori tendono a volte anche a prevenirlo. Ma è il desiderio che muove gli animi eletti:
(...) si può agire solo se ci si separa dal proprio destino, da ciò che è già scritto, se si desidera.
Quanto più l'adulto che se ne prende cura, strada facendo, svelerà la propria stessa condizione di incompletezza, tanto più il bambino troverà varchi e occasioni per mettere in gioco la sua creatività e il suo desiderio. E, soprattutto, godrà di una libertà di movimento che potrà consentirgli la restituzione di quanto ricevuto.
Quello della società consumistica: nelle società con un alto numero e accesso ai beni di consumo, è maggiore l'utilizzo di psicofarmaci.  La società moderna privilegia 
la dimensione del piacere sul resto dell'esperienza, quello che viene evitato, disattivato, è proprio il giudizio relativo a ciò che è moralmente ben o male.
E così paradossalmente
l'obiettivo della macchina produttiva nell'era dell'homo consumens è, al contrario, la perpetuazione dello stato di insoddisfazione del singolo.
(Mi viene in mente l'esempio dell'iPhone 1, 2, 3, 4, e 5. Oppure, e vale per i miei figli, le serie dei lego sempre nuove, "il mio compagno ce l'ha già!!")
Quello della distanza: il bambino non fa più parte della coppia, ma ne fa parte. Questo è una forzatura pericolosa, secondo Stoppa.
(...) il bisogno stesso di ringraziarlo per il fatto di esserci, e con ciò di aver dato un senso alla vita dei genitori, ha come suo correlato il pensiero inconscio, e alquanto delirante, che il nuovo individuo si sia autogenerato.
Per questo per esempio ora le regole familiari o le restrizioni si 'contrattano' con i figli, come in una società per azioni
sostituendo all'idea di filiazione quella di affiliazione al club interplanetario dei consumatori. (...) "Disfarsi" del proprio passato è possibile solo quando ci si è prima assunti il senso di una storia che altri hanno iniziato prima e per noi. Mentre oggi si viene sollecitati ad attivarsi con l'obiettivo di costruire il proprio radioso futuro senza menziona alcuna del passato.
L'esito di questa adesione ai desideri (reali, presunti?) del figlio è che con l'alibi di essergli alleato e di non nuocerlo in nessun modo, lo si condanna alla solitudine. La più terribile, quella di non avere nemmeno un nemico, cioè qualcuno di reale, "vero" e traumatico, su cui far defluire l'odio, l'aggressività, il senso di rivalità; affetti e sentimenti certamente in sé non patologici e che, anzi, sono gli effetti e talora i prodromi, della nostra condizione di esseri viventi abitati dall'amore e dal desiderio.


Chiudo questa mia lunga recensione e mi scuso. Ho recensito così solo metà del libro, che prosegue arguto in altre analisi. Se vi va continuerò... Chiudo con la frase della sua premessa e che mi sta molto a cuore:
(...) il senso più vero dell'esistenza umana - il mistero di ciò che ci fa uomini - non sta nell'autoreferenzialità della propria esperienza, ma risiede in quei singoli, spesso quotidiani e ordinari atti con i quali si consegna il mondo a qualcun'altro.

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