La Russia che resiste di A. Terrenzio

Creato il 30 dicembre 2014 da Conflittiestrategie

Il rublo riprende quota e, dopo qualche settimana, i velinatori della stampa atlantista, dimentichi di un paese come la Russia, che durante la sua storia ha dovuto subire crisi ben peggiori, toppano ancora e devono rassegnarsi all’evidenza che Putin e la sua classe dirigente sono di ben altro spessore rispetto ai Gorbachev e agli Eltsin, e che l’Orso russo, non si fara’ schiacciare da nessuno.

La Crisi Ucraina invece, scatenata da un golpe preparato dalla Nato e dalla Cia, ha portato all’elezione dell’oligarca Petro Poroshenko e alla nomina di tre personalita’ indicate direttamente dal Dipartimento di Stato Usa, inserite nei ministeri centrali come Salute ed Economia. Tali investiture sono la prova oramai tangibile ed inoppugnabile del coinvolgimento americano nel governo fantoccio di Kiev. E gli scribacchini o militanti per la “democrazia e i diritti” sul modello occidentale, non sanno piu’ a che santo progressista aggrapparsi, se all’intervento del think tank del Foreign Affairs, Mearsheimer, ripreso qualche mese addietro dalla Stampa, si aggiunge anche quello di George Friedman, importante analista del centro di studi strategici americano Stratford, i quali ammettono, senza mezzi termini, l’errore Usa di aver provocato il golpe di Majdan attraverso l’utilizzo di bande pseudo/naziste, per rovesciare il governo di Yanukovich regolarmente eletto, onde arrivare ad una frattura profonda con Mosca.

Le conseguenze di cio’ che e’ accaduto e sta accadendo in Ucraina, sono note: mutue sanzioni tra Usa-Ue/Russia che hanno avuto l’effetto di colpire la gia’ precaria economia dei paesi Europei.

Come si era accennato all’inizio, l’attacco al rublo, doveva avere l’effetto di mettere in ginocchio la Russia, unita al calo vertiginoso del prezzo petrolio, inserita nello scenario della Crisi Ucraina, che e’ ben lontana dal trovare una soluzione pacifica. Tali pressioni sulla Russia, non possono che richiamare alla mente un evidente parallelismo che negli anni 80 segnò la caduta del blocco Sovietico: l’Ucraina come nuovo Afghanistan, il calo del prezzo dell’oro nero (in accordo con le petromonarchie del Golfo), per abbattere la fonte di sostentamento principale dell’economia russa.

Tuttavia , la storia non si ripete mai due volte allo stesso modo ed i Russi sembrano aver imparato a dovere la lezione, evitando gli errori commessi in passato, attraverso l’acquisto massivo di dollari, di riserve auree (la Russia, e’ stato il primo Paese al mondo quest’anno nella quantita’ di oro acquistato), con la partecipazione alla neonata Banca dei Brics e soprattutto, un’alleanza economico/finanzaria con la Cina, che ha scongiurato l’isolamento internazionale, elementi che uniti all’insostenibilità del modello sociale sovietico e alla poca flessibilita’ produttiva, decretarono la fine dell’Urss.

Queste constatazioni piu’ immediate, non possono non tener conto della simmetria sullo scacchiere internazionale tracciata da G. La Grassa, su questo blog e della quale non possiamo non riprenderne i concetti fondamentali: “ …In ogni caso, nella fase di multipolarismo – in quanto fase di transizione alla successiva, del tipo di quella esistente tra ‘8 e ‘900 in cui stava declinando l’Inghilterra; una fase simile a quella odierna – vi è ancora una potenza predominante, che tuttavia non riesce più a mantenere una qualche regolazione, un qualche ordine, praticamente in nessuna area mondiale. In un certo senso, essa ha una sfera d’influenza che, in misura maggiore o minore, si estende all’intero globo, ma tale influenza non ha più effetti di controllo regolante, bensì di caos crescente.

Gli Usa restano il paese ancora predominante, nessuno può al momento considerarli nella fase di ineluttabile e progressivo declino (come nessuno poteva dirlo dell’Inghilterra negli ultimi decenni del XIX secolo), tuttavia non sono più in grado di esercitare una funzione ordinatrice. Del resto, secondo me mostrando una certa flessibilità, non tentano di svolgerla. Fanno il contrario. Hanno di fatto promosso la caduta di regimi nettamente filo-occidentali quali quello egiziano e tunisino; e nemmeno Gheddafi si poneva come antagonista reale, anzi aveva un atteggiamento piuttosto contrario a forze in frizione con l’“occidente” quali quelle dell’Iran, in parte la Turchia, certamente Hamas, ecc.; forze che, non a caso, sono state decisamente favorevoli all’eliminazione del leader libico. Gli Usa hanno anche ammorbidito il loro precedente più che pieno appoggio ad Israele in quanto loro “gendarme” in Medioriente.”

Come emerge chiaramente da queste considerazioni, gli Usa vedono leso il loro eccezionalismo e non sono più in grado di mantenere una leadership finanziaria e militare globale, come qualche tempo fa.

Una scenario geopolitico che vede emergere nuove potenze come Cina e Russia, ma è soprattutto quest’ultima che preoccupa Washington, se tutti gli attacchi yankee mirano a distruggerla, con ogni mezzo.

Ma tali azioni, come il golpe di Majdan, attacchi speculativi, sanzioni e cali artificiosi del petrolio, seppur mettono alla prova la Federazione Russa, d’altra parte mostrano la capacità di Putin e del suo entourage politico, di resistere e ribattere colpo su colpo agli attacchi dell’Occidente a trazione atlantista. Gli ultimi segnali di fine anno, mostrano un particolare dinamismo da parte degli strateghi del Cremlino che alla destabilizzazione dell’ “Americraina”, ”empre più vicina ad una sconsiderata adesione alla Nato, stringono accordi nella progettazione nucleare con paesi come l’Ungheria di Orban, che insieme a Slovacchia e Rep. Ceca, stanno dando segnali di palese insofferenza verso la loro permanenza nella Nato. Se quindi gli Usa vedono nella Polonia e nelle Repubbliche Baltiche i partner adeguati a puntellare l’alleanza Atlantica, con il dispiego di eventuali batterie missilistiche contro Mosca, Putin risponde andando a destabilizzare l’alleanza atlantica nel cuore dell’Europa Centrale. A tali iniziative, vanno aggiunti, come abbiamo gia’ ricordato in articoli precedenti, i rapporti con le destre nazionaliste europee, primo su tutti il FN di Marine Le Pen, il quale ha recentemente dichiarato l’intenzione di voler far uscire la Francia dalla Nato. Inoltre, debbono essere considerati anche altri accordi della Russia con un paese fondamentale nel Mediterraneo e nel Medioriente: la Turchia di Erdogan. Con il potenziamento del gasdotto Blue Stream, in risposta al sabotaggio del South Stream, Mosca esce dall’angolo e si sottrae ai ricatti degli europei.

Allargando lo spettro dell’analisi oltreoceano riscontriamo quello che da tutto il circo mediatico progressista è stato salutato come il canto del cigno della disastrosa amministrazione Obama: la riapertura delle relazioni diplomatiche con la Cuba di Raul Castro, attraverso il rilascio dei 5 agenti cubani che rappresenterebbe un inizio di disgelo, dopo 55 anni di embargo. Ma questa furbata di Obama è una risposta alla ritrovata centralita’ strategica di Cuba e al suo avvicinamento politico a Mosca (che ha cancellato il suo debito) mentre risulta infondata la notizia, come riportato da Alvise Pozzi sull’ID, di una possibile riapertura della base navale russa di Lourdes.

L’estremo dinamismo degli scenari globali, sempre piu’ complessi ed articolati, lascia comunque intravedere, un cambiamento di strategia da parte della Russia, non più disposta a subire passivamente le iniziative e gli attacchi dei suoi nemici: Usa in primis, ma anche la Germania della Merkel che attraverso le istituzioni comunitarie e la Nato, sono tese a riportare la Russia al periodo di caos e disgregazione interna, caratteristico degli anni ‘90.

La Russia, anche attraverso una nuova strategia militare, che vede un riammodernamento dei suoi settori scientifici e militari di punta, non e’ piu’ disposta ad accettare supinamente le prepotenze degli Usa e dei suoi “alleati” Europei, ridotti al vassallaggio economico e militare. In questa direzione essa inaugura una fase storica, dominata dal multilateralismo, che potrebbe durare ancora un paio di decenni, ma che preluderà quasi sicuramente ad una fase policentrica, con relativo abbandono del momento unipolare americano e determinerà una radicale ristrutturazione dei rapporti di forza internazionali; con riflessi economici, strategici e militari, lontani da prospettive pacifiche.

Con buona pace degli annunciatori di nuove catastrofi planetarie e conflitti militari su vasta scala, dai risvolti anche nucleari, non crediamo che tutto cio’ avverra’, almeno nel breve periodo, ma che il mondo convergerà gradualmente verso un riposizionamento di molte Nazioni, i cui primi segnali gia’ sembrano emergere con evidenza.


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