La Sardegna a Capo Frasca: “Non più servi”

Creato il 18 settembre 2014 da Rodolfo Monacelli @CorrettaInforma

Numerosi manifestanti si sono ritrovati il 13 settembre davanti al poligono militare di Capo Frasca per dire “No” alle servitù militari in Sardegna

La manifestazione, per cui erano attese circa 3000 persone, era stata inizialmente proposta da alcune associazioni antimilitaristiche e indipendentiste sarde, tra le quali il comitato sardo Gettiamo le Basi e A Manca pro s’Indipendentzia, ed è stata condivisa e partecipata da numerosi movimenti e forze politiche. Numerosa la presenza di associazioni pro Palestina, come BDS Sardegna, che ponevano l’accento sulle esercitazioni israeliane programmate per fine settembre/ottobre. Dagli ambientalisti agli indipendentisti, tante bandiere, tante voci unite sotto un’unica rivendicazione: no alle servitù militari, no alle esercitazioni. Un corteo dai tratti identitari e trasversali che è riuscito a radunare sotto la stessa causa migliaia di persone e che manda un messaggio chiaro e diretto alla classe politica locale e nazionale, c’è chi è pronto a lottare per la propria terra.

Stanno barattando la nostra salute e la nostra terra con pochi posti di lavoro. Noi non dobbiamo accettare perché anche la camorra offre tanti stipendi” precisa la scrittrice Michela Murgia dal palco  sistemato a qualche metro dalla base, a cui si aggiunge la voce di Mariella Cao, del comitato Gettiamo le Basi: “Io concordo molto con l’analisi che fa il ministero della Difesa, che qualifica i poligoni sardi come “i gioielli della corona”. Arriviamo però a conclusioni opposte. Lui conclude che, pertanto, sono intoccabili e indismissibili. Per noi è la motivazione portante, proprio perché, senza il ruolo della Sardegna, senza i poligoni che ci sono in Sardegna, tecnicamente nessuna guerra nel Mediterraneo sarebbe possibile. Questa per noi è la ragione base per cui debbono andarsene. Poi, che in questa manifestazione vengano, convivano, quelli che focalizzano l’attenzione soprattutto sul disastro ambientale, sul danno sanitario, sul problema della sovranità… ben venga. Qui è un insieme di motivazioni e non ce ne può essere una che prevalga sulle altre“.

A difesa della base diversi blindati e uomini della Polizia, dei Carabinieri e della Guardia di Finanza, oltre a più di mille militari presenti normalmente all’interno del poligono, che si sono limitati ad osservare i manifestanti, anche quando da alcune frange sono partiti lanci di pietre e bottiglie, fermati dopo qualche minuto dagli stessi dimostranti.  Le forze armate, in tenuta antisommossa, hanno mantenuto la calma anche quando un gruppo di circa 400 manifestanti ha forzato la recinzione riuscendo a fare irruzione nella base. Dopo alcuni momenti di tensione, l’”occupazione” ha mostrato la sua vena pacifista intonando slogan e suonando djembe, tanto da spingere le forze dell’ordine a togliere i caschi ed abbassare gli scudi. Qualcuno può addirittura testimoniare di aver visto le gambe di alcuni militari muoversi a ritmo di musica.

La forte partecipazione è stata incentivata anche dagli incendi attribuiti ad esercitazioni militari o a lanci di missili che hanno tristemente caratterizzato l’estate isolana, uno dei quali ha distrutto più di 30 ettari di vegetazione proprio nei dintorni di Capo Frasca, una decina di giorni prima della manifestazione. La gravità della situazione è stata sottolineata anche dal presidente della Regione, Francesco Pigliaru: “La Sardegna ha pagato un prezzo altissimo alla Difesa. Chiediamo allo Stato un forte riequilibrio in tempi certi e con percorsi chiari. Siamo ragionevoli, non vogliamo che sia chiuso tutto subito. Ma vogliamo la dismissione in tempi rapidi e certi di Capo Frasca. Poi la dismissione di Capo Teulada. Questa è la base incomprimibile di ogni interlocuzione istituzionale“.

Forti anche le richieste di bonifica e riconversione delle zone sotto servitù, cioè riservate permanentemente alle esercitazioni e infrastrutture militari che impongono limitazioni al diritto di proprietà e coltivazione dei cittadini su almeno 24.000 ettari di terreno. A ciò si aggiunge anche la denuncia del Fondo per l’Ambiente italiano riguardo alla distruzione del patrimonio storico- archeologico e al fatto che l’uso militare di territori pregiati dal punto di vista culturale e paesaggistico tradisca lo spirito della Costituzione.

L’appello che, sulla scia del successo del 13 settembre, chiama i sardi a “dichiararsi contrari all’utilizzo della Sardegna per scopi militari e industriali-bellici, estranei agli interessi del popolo sardo. Una destinazione d’uso ancora meno accettabile in virtù delle esercitazioni finalizzate al business della guerra che si svolgono nella nostra terra. Una posizione che oggi è ancora più forte alla luce dei massacri di civili di cui siamo testimoni”, ha ora un nuovo obiettivo: il 23 settembre davanti al tribunale di Lanusei per il processo dei veleni di Quirra.

Da Lanusei ci si ritroverà di nuovo a Capo Teulada, per far capire che in Sardegna ci si è stancati di chinare il capo allo strapotere delle lobby energetiche, politiche e all’industria della guerra. Per dire un altro No alle servitù militari e un No ancora più forte alla servitù umana. Per dire una volta per tutte: qui non ci sono servi.




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