Magazine Diario personale

La scala

Da Maddalena_pr

La scala

Torna la febbre. Cominci ad averne una sorta di soggezione. Prendi quel tubicino di vetro, lo cacci sotto il braccio perché di colpo in corridoio hai sentito che le gambe sembrava che erano di un altro, di un tossico, un gracilino che te le tocchi e verifichi: ok, non ho questa gran muscolatura, ma per due passi sul tappeto dovrebbe bastare. Non basta. Torni a sederti. Ritrovi tutti gli stessi malesseri che da due settimane vanno e vengono. La febbre è la terza volta: viene 38 per un pomeriggio, una sera, poi va per due o tre giorni. Nel frattempo le mattine magari sei riuscita a sentirti te stessa, poi nel pomeriggio cedi sempre, un paio di linee, spossatezza, sonno. La fame me la ricordo, è venuta 3 volte in dieci giorni, te le posso dire una a una. Gli altri pasti sono consuetudini forzate.

Siamo a Milano ed era così ovvio, fantozzianamente prevedibile, che appena arrivati sarei rifiorita, no?
NO.

Rx torace, vari esami del sangue. Vediamo.

Caviamo fuori sto stronzo, dai. Chi sei, un batterio che si credeva di fare le ferie a zonzo per le mie cellule? Levati dalle balle.
Una declinazione originale dello stress?

Perché

la malattia più diffusa è lo stress. Sai perché è la più diffusa? Perché è quella di chi non sa cosa diagnosticare.

Vedi che comoda, anche stamane dalla mia dottoressa.
– Lei ha un conflitto. Le manca qualcosa.
– Adesso mi manca di stare bene, e ho il conflitto tra la voglia di guarire e quella di cambiare medico.

Intanto levi tutto.
È questo, l’incredibile: la scala.

Prima mi occupavo della stesura di un romanzo, del blog, della pagina FB. E dei figli.
Poi ho pensato magari tolgo qualcosa. Cominci col romanzo.
Scrivi per il blog nelle ore lucide, quelle che la febbre non viene a romperti i piani e il corpo. Inizi ad avere spazi vuoti, ma non riesci a metterci una lettura, riduci anche quella. Se stai in piedi per fare una lavatrice sai che poi ti siederai. Cucinare, fare la cyclette, uscire: saltano via come mine.

Poi comincia che anche i figli mica li segui più. I figli diventano brevi “sì, prendi pure la merenda, non farmi alzare, per favore”, e poi chiavistelli, mio padre che li ha presi a scuola, Mathias che torna prima, li porta via, in farmacia, a comprare due cose, un nuovo tostapane semmai avessi voglia di pane tostato, nella rosa delle 3 cose che ancora mangio.

Baci arrivano come farfalline e poi vanno, in quella loro levità dove nulla è preoccupante. Mentre io penso al prossimo gradino. Non intendo togliere altro. Non intendo scendere ancora.

Se hai voglia di Madda, corpo che chiama in quest’alfabeto ignoto, prenditi due tracce di meditazione, prenditi quella che scrive e poi alla fine di un pezzo è come una macchina che si è rifatta la carrozzeria. Come? Non ti basta? L’ho spento, il motore, ci arrivo, tu dammi tempo.

Sfolla i tuoi sistemi, lasciami ai miei inestetismi.

Ti trovo un guru, dai, uno di quelli bravi che prendono solo offerte e ti sembra che hai trovato Dio.

Dimmelo tu, che vuoi.

Che torno a pregare? Che faccio penitenza? Che mi abituo a stare tutta al di qua di un chiavistello, che i figli diventano questo, e il marito un assistente sanitario?

Andiamo, che diamine. Come siamo ridicoli.

Pensa a chi sta male davvero. Pensalo. Tu, se vuoi. Io non ci riesco. Non posso pensare a chi nella scala è sceso tanto sotto che i piccoli gremivano la cima, schiamazzavano dal sommo dei gradini e quasi nemmeno si sentivano più.

Comincio a scivolarci dentro. A questo sentirmi malata, che io reagisco e ho forza e invece bisogna non fare niente. Stai lì e lasci che l’onda t’investe. Accetti con ampie falcate di ottimismo.

Mi resta sempre una cosa, nel generale imbrunire delle sicurezze: come siamo piccoli dinanzi agli imprevisti. Piccoli roditori nella loro celletta, non cambia un cazzo se hai visto l’Australia, il Polo Nord, le Americhe.

Stiamo in bilico su quel gradino e lo crediamo una piazza, il sagrato del mondo.

Photo by William Daigneault on Unsplash


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