“La scrittura è la mia arma di espressione di massa”. Intervista a Mabrouck Rachedi

Creato il 15 aprile 2010 da Stampalternativa

Un adolescente di origine araba. Un quartiere di periferia. Una corda. Sono questi – e molti altri – gli ingredienti de Il peso di un’anima, sorprendente romanzo d’esordio dell’autore francese di origine algerina Mabrouck Rachedi, edito in Italia da Stampa Alternativa con una prefazione di Marco Aime. Il romanzo incomincia in una giornata come tante: alle otto del mattino, il diciottenne Lounès si prepara per andare a scuola. Non sa che qualche ora dopo finirà in carcere, accusato di essere un terrorista solo perché si trova al momento sbagliato nel posto sbagliato, con la pelle del colore sbagliato.

Sullo sfondo di una banlieue parigina in fiamme scatta una caccia all’uomo senza precedenti e Lounès diventa un capro espiatorio ideale: da diciottenne figlio d’immigrati, eccolo trasformato dalla polizia e dalla stampa nel capo di una rete terroristica internazionale. Una triste storia se insieme alla discriminazione e alla ricerca del sensazionalismo non ci fosse anche altro: una professoressa che prende a cuore il “caso Lounès”, un giornalista in cerca della verità e un intero quartiere di periferia, fatto di persone di ogni colore, che si mobilita lanciandosi in un’avventura picaresca dall’epilogo inaspettato.

Anche la vita di Mabrouck Rachedi ha un che di picaresco: 34 anni, una numerosa famiglia di origini maghrebine alle spalle e una promettente carriera da analista finanziario davanti a sé, fin quando non decide di lasciare tutto per dedicarsi alla scrittura. Brusca inversione di rotta o semplice ritorno alle origini? Lo abbiamo chiesto a lui.

Mabrouck, come sei passato dal mondo della finanza a quello della letteratura?

Vengo da una famiglia di undici figli. Mio padre faceva l’operario e per diversi anni ha fatto un doppio lavoro per mantenerci. Benché mi fossi appassionato alla scrittura fin dall’adolescenza, ho indirizzato la mia strada verso quello che non avevo: i soldi. La finanza aveva un che di luccicante che mi faceva sognare. Una volta avviata la carriera, ho capito che avrei avuto un bell’appartamento, una bella macchina, bei vestiti, ma che mi sarebbe mancato l’essenziale: la passione. È allora che ho capito che la voglia di scrivere, per me, era più viscerale del miraggio dei soldi. Con grande ingenuità, io, che non avevo conoscenze nel campo editoriale, ho deciso di passare il Rubicone e, dopo tanta strada, l’audacia è stata ripagata con la pubblicazione de Il peso di un’anima. In realtà, la spettacolare inversione di rotta non era altro che un ritorno al primo amore.
Il tuo romanzo è stato definito profetico, perché anticipava molte delle rivolte scoppiate in banlieue. Com’è nato?

Ho scritto la prima stesura quando avevo una quindicina d’anni. C’erano già scontri in banlieue e all’inizio degli anni 90 a Parigi c’erano stati degli attentati. Un fatto di cronaca mi aveva colpito in particolare: un’onda di arresti in cui erano stati coinvolti degli innocenti il cui unico torto era di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato, con il colore della pelle sbagliato. Mi ero chiesto: cosa avrei fatto al posto loro? È così che è nata l’idea di mettere un adolescente al centro di un meccanismo dell’assurdo, in cui convergono tutti i mali delle banlieue francesi: l’accanimento della polizia e dei giudici, il senso d’abbandono, il malessere… Quando ho lasciato la carriera nella finanza sono tornato verso quel primo abbozzo perché mi sembrava che niente fosse cambiato davvero. Peggio, la situazione si era aggravata. Molti hanno visto in me un profeta di quello che era evidente agli occhi di un osservatore interno: presto o tardi, la frustrazione e la violenza latenti sarebbero degenerate in violenza tout court.

C’è qualcosa di autobiografico?

Vivo in banlieue da sempre, la famiglia di Lounès è numerosa come la mia. Samir, il padre, fa un doppio lavoro, conosco benissimo i quartieri di Evry e di Grigny dove si svolge l’azione… C’è qualcosa di autobiografico nella psicologia dei personaggi e in quello che vivono, sia per quanto riguarda le rivolte che ho vissuto dall’interno, sia, indirettamente, per la prigione, dove sono andato a trovare degli amici. È per questo che ogni volta che sono invitato a un incontro in banlieue o in prigione spesso mi dicono: quello che scrivi sembra vero. In questo primo romanzo era importante mettere una buona parte di me per non snaturare le cause che sostenevo o tradire le persone che descrivevo. La scrittura è un impegno civile forte, è la mia “arma di espressione di massa”.

La struttura del romanzo è molto cinematografica.

Sono un cinefilo da quando ero piccolo e il cinema ha di certo influenzato la mia scrittura. Fin dal titolo, Il peso di un’anima è ispirato a “21 grammi” d’Inárritu, che mette in scena vite parallele
che finiscono per incrociarsi. Riprendo anche l’idea della ciclicità del racconto che mi aveva colpito in “Fuori orario” di Scorsese. Nel mio romanzo tutto si gioca su tre giorni e l’ultima parte ricomincia con gli stessi personaggi, alla stessa ora del primo capitolo. Ci sono poi fonti d’ispirazione più inconsce che rendono la mia scrittura molto visiva. È quello che mi hanno detto molti lettori, tra cui un produttore televisivo che ha lavorato, con uno sceneggiatore e un regista, all’adattamento del romanzo per France Télévisions.

Sei riuscito a trattare un tema molto serio, quello della discriminazione razziale, mantenendo una straordinaria leggerezza nella scrittura e questo mi ha fatto pensare alle Lezioni americane d’Italo Calvino.

Ti ringrazio per il paragone lusinghiero con uno degli autori che più ammiro e mi affascinano. In effetti, la “leggerezza” mi serve a suggerire piuttosto che a forzare i toni di una realtà già abbastanza aspra così com’è. Come nel biliardo, penso che si possano dire le cose “giocando di sponda”, senza avere per forza un approccio frontale, brusco agli eventi. Essere leggeri quando la situazione è grave mi sembra una postura letteraria appropriata. Anche per questo ho voluto aerare il racconto facendo una deviazione nel tempo e nella geografia attraverso la sorprendente storia della corda di Maurice Herzog, il pioniere dell’Annapurna. Spero di aver raggiunto più o meno le specificità letterarie esposte da Calvino: leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità.

La fine del romanzo è un messaggio di speranza per chi è vittima di razzismo e pregiudizi legati all’immigrazione. Sei ottimista al riguardo?

Da un lato sì, vivo in banlieue dove tengo atelier di scrittura, sono testimone dell’energia formidabile e del talento di chi ci abita. Dall’altro no, Nicolas Sarkozy si è fatto eleggere spingendo sui temi prediletti dall’estrema destra: la sicurezza e l’immigrazione. Lui che parlava della “voyoucratie” (delinquentocrazia) e della “racaille” (feccia) delle banlieue, sta mettendo in atto la parte dura del suo programma, dimenticando che aveva promesso un “Piano Marshall delle banlieue”, che ha dato origine solo a vaghissime misure. Da quando a novembre è stato lanciato il “dibattito sull’identità nazionale”, la situazione è peggiorata ancora. Questo dibattito fa montare l’odio e il rifiuto dell’altro, stigmatizza gli immigrati e i loro discendenti. Commenti di una violenza e di una stupidità inaudite vengono fatti da persone qualunque, ma anche da personalità di alto livello, come ministri, segretari di partiti politici… Quel che era presentato come una riflessione sui valori che potevano unire si è trasformato in una caccia anti-musulmano e anti-banlieue. La reazione a questa atmosfera nociva potrebbe essere brutale. Siccome le banlieue non possono esprimere normalmente il loro disagio (interessano ai media solo quando bruciano), potrebbero ahimè mettere in atto violenze ancor più dure del 2005. Che cos’è cambiato dopo le rivolte? Niente, a parte 4 anni di abbandono in più e una situazione economica deteriorata dalla crisi.

Oltre a smontare i cliché sull’immigrazione e le banlieue, Il peso di un’anima è anche una riflessione profonda sul valore di ogni singolo atto compiuto da ognuno di noi.

Sì, è una variazione sul tema del destino, delle coincidenze e delle responsabilità individuali e collettive che si stendono su un orizzonte infinito. È quello il senso del racconto di Laozi in apertura: un contadino perde un cavallo, che ritorna riportandone altri tre, poi suo figlio si rompe la gamba cavalcando uno dei purosangue ma, alla fine, grazie a quello, evita la chiamata alle armi. Si passa dall’infelicità alla felicità a partire da eventi che sfuggono in parte a chi ne è protagonista. Questo mostra la versatilità delle cose della vita, che non svelano mai del tutto il proprio significato. La teoria del caos spiega che il battito di ali di una farfalla a Roma può provocare una tempesta a New-York. Penso che sia una bella metafora della nostra esistenza.

Progetti per il futuro?

L’accoglienza straordinaria che ha avuto Il peso di un’anima (selezione a festival, premi letterari, critiche molto positive, un buon successo di pubblico) mi ha aperto molte porte. Nel 2007 ho pubblicato un saggio satirico, Eloge du miséreux, e nel 2008 un altro romanzo, Le Petit Malik. Nel 2009 ho partecipato all’International Writing Program dell’Iowa City University, uno dei più prestigiosi al mondo. Ho avuto la possibilità di vivere in comunità con una quarantina di talenti emergenti della letteratura internazionale, di partecipare a dibattiti, conferenze e letture in librerie, biblioteche, università… E ho potuto dedicarmi ad un nuovo romanzo che uscirà in Francia nel 2010. Ci sarà ancora un’ambientazione urbana ma, naturalmente, con una prospettiva diversa. E con delle sorprese.


Il peso di un’anima - Romanzo picaresco metropolitano di Mabrouck Rachedi
Traduzione di Ilaria Vitali
Collana Eretica Speciale
112 pagine
ISBN: 978-88-6222-104-7


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