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La serata era deliziosa

Creato il 27 luglio 2019 da Malvino

La serata era deliziosa, la cena era squisita, la compagnia era tanto, ma tanto, tanto perbenino, di quelle compagnie che, se a qualcuno, e chissà come, scappa un «cazzo!», le signore arrossiscono facendo finta di non aver sentito e i signori esprimono il loro biasimo con leggeri colpetti di tosse. Poi, d’un tratto, quando tutto fin lì era stato pure troppo amabile, perfino con qualche cedimento all’affettazione, e già si era alla crema catalana, copia perfetta della splendida luna piena, la discussione è caduta sull’audiolibro (chi ha avuto la sciagurata idea di farvi cenno l’ha chiamato audiobook, il che sospetto abbia contribuito in modo decisivo a risvegliare le opposte reazioni alla «cosa nuova», di qua la diffidenza prossima al rigetto, di là la curiosità incline all’entusiasmo, sopite anche in chi è un campione di moderazione), e allora la terrazza è diventata un’arena in cui retiarii e secutores hanno dato il meglio dei rispettivi repertori, insomma, è mancato poco che volassero i bicchieri. Per l’audiolibro, poi. E tra personcine che pure su temi irrimediabilmente divisivi non avevo mai visto negarsi preziose formule di reciproca tolleranza confetturate in leziose glasse di carineria. Ho provato a stemperare la tensione: «Certo che siete tipi strani, sapete? Pro o contro la riforma costituzionale di Renzi – ho detto – tre anni fa qui era tutto un “comprendo, ma...”, “la tua posizione è legittima, tuttavia...”, “hai ragione, però...”. E lanno scorso, quando cè stata la calata dei barbari, a questo stesso tavolo se nè discusso come si trattasse di un acquazzone ad agosto, e pure chi era più preoccupato annuiva a chi, più tranquillo, diceva: “Vabbè, ma quanto può durare?”. Poi, stasera, quasi vi sgozzate su una questione non assai dissimile da quella che negli anni Cinquanta opponeva chi era affezionato alla stilografica e chi preferiva la biro. E sì che qui non guasterebbe affatto un po di tolleranza e di equilibrio...». Parole al vento, perché ho ottenuto solo che lo sgozzarsi avesse una peraltro breve parentesi sulla stilografica e la biro: «Vuoi mettere la varietà del tratto che si esprime nella pressione sul pennino?», ha detto uno; «Sciocchezze, parliamo di scrittura o di disegno?», gli ribatteva un altro; e «sciocchezze» aveva effetto di una rasoiata. Estromesso dall’accapigliamento per manifesta insensibilità alla portata della questione – se cioè «Proust va sentito con tutti e cinque i sensi, e la lettura li consente, l’ascolto no» o se «Proust è flusso di memoria e nulla meglio di una voce può dargli scorrimento» – mi sono riservato di venirne a parlar qua, con voi che siete gente daltra pasta, e Proust siete capaci di gustarvelo comunque, e senza fare tante storie, in lingua originale e in italiano, in Braille e a fumetti. E dunque. Comincerei col dire che audiolibro è termine improprio per la genericità di ciò che è «libro»: è ragionevole credere si possa ridare in audiolibro un saggio, un trattato, un manuale, un dizionario? Non scherziamo, neanche su un tablet potranno accostarsi alla resa che ne dà il cartaceo, che lì sopra sarà raggiunta, e a stento, solo da giornali e riviste: l’avanti-e-indietro che impone la lettura di un saggio (di un saggio serio, voglio dire, a dispetto del definire saggi, oggi, le amene chiacchierate di certi talentuosi intrattenitori), il salto di pagine che è inevitabile nella consultazione di un lemmario, lindispensabile ripetizione a blocchi e sottoblocchi che impone la trattatistica, saranno mai consentiti da un file audio? Ma neanche a farsi venire la ialinosi allabduttore del pollice tra stop e replay. Sicché è bello sentir dire: «Dostoevki mi fa tanta compagnia in auto», ma portaci de Saussure, e poi mi fai sapere. Non audiolibro si dovrebbe dire, ma audioracconto, audionovella, audioromanzo: solo la narrazione (ancor più, la poesia) consente di affiancare, senza pericolosi scollamenti, testo e ascolto, e anche lì non è da escludere che qualcosa possa andar perso a causa della mediazione tutta arbitraria dell’interpretazione data dalla voce narrante, che invece la lettura lascia al lettore, a suo vantaggio o discapito. Mi si dirà che però con la musica funziona: c’è uno spartito e c’è l’esecuzione, si può tranquillamente scegliere il Bach che si ritiene più fedele alla notazione. Certo, ma quante versioni di Moby Dick abbiamo/avremo in audiolibro per poter compiere la stessa scelta? Un rischio cè, ma – sia chiaro – è giusto venga data a tutti la libertà di correrlo o meno, e questo rischio è che, dopo aver ascoltato una prima versione del Moby Dick, sarà difficile venga voglia di ascoltarne una seconda, e Melville sarà per sempre uguale a se stesso, cioè al Melville ascoltato la prima volta. Così con il riascolto, che non potrà mai consentire un processo di rielaborazione simile a quello della rilettura. Anche qui prevedo unobiezione: non accade la stessa cosa con la riduzione di un romanzo in un film? Certo, ma romanzo e film rimarranno sempre ben distinti, mentre un audiolibro giocoforza sostituirà il libro da cui è tratto. E dunque, sì, ci si accosti a Dostoevski come meglio si creda – sempre meglio che perderselo – ma non si pretenda di poter dire, dopo averne ascoltato un audiolibro: «Ho letto I fratelli Karamazov»Non lhai letto: te lo sei fatto leggere, risparmiando tempo ma perdendo altro, e di più. En passant, sarebbe corretto riconoscere lantecedente dellaudiolibro nella radionovella brasiliana degli anni Quaranta, dichiaratamente destinata «para aqueles que não têm tempo para ler».

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