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La serie su CHERNOBYL è davvero così bella come dicono

Creato il 06 agosto 2019 da Cicciorusso

La serie su CHERNOBYL è davvero così bella come dicono

Non ho mai fatto un mistero di quanto generalmente detestassi le serie TV: cronologicamente parlando credo che solo Twin PeaksX-Files siano riuscite ad entrarmi nel cuore per non riuscirne. Dopodiché, sono andato avanti per sfinimento giusto con The Walking Dead, storia di trasformati trasformatasi in un delirio a base di personaggi sordomuti che non sentono arrivare gli zombie – senza per questo andare a morir male – ossia un rimescolone a base di ipocrisia pura e quegli stereotipi della cosiddetta società perbene, che la faranno sempre più assomigliare ad un telegiornale delle 20.00. In compenso l’anno scorso sono rinsavito quando HBO tirò fuori quel gioiellino intitolato The Terror, che narrava di sopravvivenza e di tutti gli istinti primordiali che la natura umana cova, e all’occorrenza rilascia se si va ad oltrepassare il cosiddetto limite. Era meravigliosa, soltanto un pochino diluita nelle puntate di mezzo ma pur sempre una gran serie televisiva. Prendete la medesima emittente in sede di produzione ed il disastro della centrale nucleare di Chernobyl – inteso come tema più unico che principale – ed ecco i due motivi per i quali l’hype è risalito lassù, in vetta, cosa che con una serie TV non mi accadeva dai tempi del Governatore.

La serie su CHERNOBYL è davvero così bella come dicono

Di Chernobyl sapevo praticamente tutto: letture, tanti documentari e purtroppo anche qualche indecoroso filmaccio. Ma soprattutto ero cresciuto con il suo mito e le paure che ne potevano derivare, e dunque avevo ogni presupposto per osservarla con l’occhio critico del caca-cazzo che non vede l’ora di scovare imperdonabili divergenze con i fatti reali, o storici, che madre Russia non ha mai tramandato con l’informazione né in termini puramente statistici. Anche oltre il crollo dell’Unione, se vogliamo andare a scovare la parte peggiore. A conti fatti, l’unico momento in cui mi sono comportato in quell’ignobile modo è stato la comparsa di un personaggio femminile che inizierà a sapere tutto, a consigliare, a prendere decisioni. Un personaggio ben interpretato da Emily Watson e che i titoli di coda dell’ultima puntata giustificheranno come meglio non si poteva, nonostante l’inesistenza della signora Khomyuk nella cronologia legata al disastro ucraino. La Khomyuk qui c’è, e si rivelerà assolutamente necessaria perché va a riassumere l’operato di decine, o forse centinaia di identità secondarie interne al mondo scientifico, le quali consigliarono ed aiutarono lo scienziato Valerij Legasov nei due anni seguenti il fattaccio del reattore numero quattro. Impossibile creare ad hoc un numero tale di figure, cosa che in una serie di cinque puntate semplicemente non funzionerebbe: ecco quindi la Khomyuk, ben scritta e recitata, ed ottimamente “pensata” al fine di ovviare ad una problematica che non era per nulla di fondo. Sul resto, onestamente, non ho avuto proprio niente da dire.

La serie su CHERNOBYL è davvero così bella come dicono

Chernobyl è un capolavoro di fotografia, narrazione e personaggi memorabili. Gli episodi portano avanti un meccanismo per il quale – ad ogni passo successivo – saranno introdotti nuovi individui mai visti sino ad allora e che andranno ad affiancare il plot principale. In pratica, nel progredire delle dinamiche legate alla centrale nucleare ci si focalizzerà in parallelo su un qualcosa che sarà anche il cuore vero di ciascuna puntata: il sacrificio dei minatori e dei liquidatori sul tetto, la “bonifica” degli animali contaminati, oppure le questioni processuali che sembrarono mettere un punto su tutto. Non manca un filo di humour, o meglio, esso sarà più che altro relegato a specifiche puntate (come quella con i minatori, in cui per ironia della sorte compariranno questi tizi guidati da un tale uguale a Ron Jeremy, che girerà a cazzo all’aria per via delle insostenibili condizioni di lavoro). E non gli manca un’ottima coppia di protagonisti, formata da Stellan Skarsgard e dal Jared Harris già ammirato in quel The Terror di cui ho già scritto e fatto menzione poco sopra.

La serie su CHERNOBYL è davvero così bella come dicono

Per una volta, e per una soltanto, ho avuto la sensazione di impazienza, di voler guardare all’istante l’episodio successivo di una serie televisiva non appena ne terminava uno. Erano gli anni Novanta, era sua maestà Twin Peaks. Chernobyl mi ha riportato esattamente a quel punto, senza perdersi in fastidiosi cliffhanger – fatta esclusione per quello clamoroso con le torce nei locali allagati – oppure nell’ignobile costruzione in numero elevato di episodi (o peggio ancora stagioni) riguardo un qualcosa che riuscirà meglio soltanto se ridotto ai termini essenziali. Il contrario di Under The Dome, in sostanza. Chernobyl è concepita semplicemente per narrare ciò che accadde nel 1986 e dintorni, rendendo omaggio ai sacrificati oltre a coloro che non si limitarono ad annuire di fronte a Gorbaciov, ai servizi segreti, o alle domande scomode di una regione intera appena piombata nel terrore e in un destino fatto di malattia e precarietà. Non è tuttavia rassomigliante ad un documentario, sebbene si tenga sufficientemente alla larga dalla spettacolarizzazione a qualunque costo che è tipica dei giorni nostri: per questo non calca eccessivamente la mano sul dramma degli Ignatenko in avvio, e mentre la coppia vive più o meno serenamente a Pripyat, la sceneggiatura preferirà puntare da subito i fari sulla centrale lasciando qualsiasi altra cosa a contorno. Sentimentalismi inclusi, a maggior ragione. (Marco Belardi)


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